Strade strette e piene di buche. Cadaveri di cani e gatti distesi sui marciapiedi, ripide salite. Sulla destra verdi montagne ricoperte di cedri con le vette innevate, sulla sinistra il Mar Mediterraneo. La nostra macchina sfila lentamente dietro una lunga fila di furgoncini che procedono verso Nord. L’allerta è alta. Due autobombe sono esplose il giorno prima proprio su queste strade, l’Isis ne ha rivendicato la paternità e il governo ha dichiarato “altamente rischioso” addentrarsi in queste zone. Siamo nella regione di Akkar, la punta settentrionale del Libano e ci stiamo dirigendo verso il confine siriano, lungo il quale incontreremo la popolazione locale: composta non da libanesi, ma quasi esclusivamente da profughi in fuga dalla Siria. Il Libano è il Paese dei profughi. Oltre tre milioni di loro, due dei quali siriani, convivono con i quattro milioni di libanesi. Da quando cinque anni fa è scoppiata la guerra tra il regime di Bashar al Assad, le forze ribelli e l’Isis, migliaia di persone stanno abbandonando i propri villaggi per trovare rifugio al di là del vicino confine. La maggior parte di queste rimane nella regione di Akkar, in modo particolare nei villaggi che si trovano sui monti di confine, da dove cercano di rimanere in contatto con i propri famigliari, ancora in patria a combattere.

Lo Stato libanese non permette ai profughi di formare dei campi. Memori delle problematiche legate ai campi palestinesi, creati in Libano nel 1949 e oggi ancora presenti e portatori di seri problemi politici e di ordine pubblico, incentiva le famiglie siriane a prendere in affitto monolocali o scantinati. Tanto ai palestinesi quanto ai siriani viene negato il diritto di cittadinanza. Entrambi si trovano a vivere in un Paese di cui non sono parte. E si sentono appartenere a patrie che non esistono più.

Ma perché lo Stato libanese non concede la cittadinanza a queste persone, che già vivono sui propri territori, e impedisce loro la partecipazione alla vita pubblica? “Se il governo lo facesse romperebbe i delicatissimi equilibri su cui il Paese si regge” spiega Jamal Cheaib, giornalista dell’agenzia di comunicazione Maydani. “I profughi sono quasi tutti sunniti e  se diventassero cittadini libanesi renderebbero il Libano a maggioranza sunnita, a discapito dell’attuale maggioranza sciita e dei suoi alleati cristiani”. In un Paese già flagellato da un conflitto tra le diverse fazioni del mondo islamico, dunque, risulterebbe essere molto rischioso aumentare vertiginosamente e improvvisamente il numero di una parte in causa. E così i siriani si trovano a vivere sul confine, apolidi e nella più assoluta povertà.La regione di Akkar, infatti, è la più degradata del Paese. I suoi 200 mila abitanti vivono soprattutto di agricoltura, in una terra impervia e montuosa e non particolarmente fertile. Le infrastrutture latitano, il turismo è inesistente. L’atmosfera al suo interno è molto diversa rispetto al resto del Libano. La sua popolazione è quasi interamente sunnita, in molti aderiscono alle correnti politiche e confessionali più radicali e ortodosse: salafiti e wahabiti sono gli assoluti protagonisti della vita politica. Per le strade gli uomini indossano a quadratini bianchi e rossi, come si usa fare in Arabia Saudita, le donne il burka. Sui davanzali delle finestre di alcune case sventolano le bandiere nere: l’Isis è radicato.Il villaggio di  Kwaichra è l’ultimo sul confine siriano. Situato sui monti, guardando verso valle si può vedere direttamente la regione di Homs dove le truppe del regime di Assad combattono contro quelle del Califfo. Aleppo non è lontana. Nella fangosa e non asfaltata piazza centrale del Paese è parcheggiata una grossa ambulanza dell’Ordine di Malta, attorno alla quale si accalca un centinaio di donne: vestite con il burqa o con il velo, molte di loro hanno il volto interamente coperto e lasciano intravedere solo gli occhi. Ognuna di loro ha in braccio o attorno a sè almeno cinque o sei bambini. Sono in coda per ricevere una visita medica e dei medicinali. Sono tutte siriane. L’Ordine di Malta del Libano, in collaborazione con Malteser International, mette a disposizione ambulanze, farmacie e ospedali per aiutare queste persone che non possono usufruire della sanità pubblica libanese. Le ambulanze girano villaggio per villaggio, rincontrando sempre gli stessi pazienti e occupandosi di loro. Potendo constatare i gravi problemi sia di salute che sociali che affliggono i profughi.”Ogni donna ha in media 10 figli” spiega il medico, “perché le leggi islamiche non permettono loro di usare i metodi anticoncezionali. Il numero delle nascite è fuori controllo”.

Nel solo 2015 sono circa 40 mila i bambini nati in Libano da genitori siriani. In quanto tali non hanno alcuna nazionalità, quindi nessun diritto ad alcuna assistenza sanitaria o istruzione. Un’esplosione demografica, questa, che sta portando nuovi problemi di tipo sanitario – diffusissime sono le malattie legati ai traumi infantili – e sociale: l’immissione sul mercato di un così alto numero di persone disposte a lavorare a costi bassi sta provocando una contrazione salariale che generano frizioni tra i nuovi arrivati e la popolazione libanese.Di uomini se ne vedono pochissimi, una decina al massimo. Nessuna donna dice di sapere dove si trovi il proprio marito. Alcune sostengono che sia stato ucciso in combattimento col regime, con i russi e con gli Hezbollah; altre dicono di non sapere più nulla di loro, altre ancora ammettono che i propri mariti si trovano nelle prigioni siriane a causa delle proprie attività di terrorismo. Tutte sostengono di essere in fuga non dall’Isis, ma dal regime di Assad che bombarda i loro villaggi. Nessuna prende le distanze dal Califfo. “La strategia bellica adottata dal regime siriano è quella di bombardare indiscriminatamente tutti i villaggi in mano ai terroristi” spiega una funzionaria che preferisce rimanere anonima “colpendo la popolazione civile. Tutte queste persone che fuggono odiano il regime, quasi tutte sostengono il Califfato o ne sono direttamente parte. Anche queste donne”.

Da dove arrivano tutte le nuove nascite se di uomini, apparentemente, non ce ne sono? Nessuna sa rispondere. Secondo la polizia locale, la maggior parte dei mariti di queste donne si nasconde tra i monti siriani, a poca distanza dal villaggio. E combattono le truppe di Assad tra le file di Daesh. Altri, invece, si nasconderebbero tra i profughi, costituendo in Libano delle cellule dormienti pronte all’azione.All’interno degli insediamenti siriani in Libano, dunque, si nasconderebbero molti jihadisti dell’Isis che, appoggiati dalla maggior parte dei propri connazionali in fuga, farebbero proseliti anche tra i più giovani. In questo contesto i bambini diventano il miglior serbatoio di reclutamento per lo Stato Islamico. Nati nella povertà, apolidi e senza alcun diritto all’istruzione, è difficile immaginare per loro un futuro lontano dall’indottrinamento dei terroristi. E dalle loro idee.Anche perché le idee dei terroristi non vengono predicate solo dagli adepti del Califfo. Ad occuparsi dell’educazione di queste decine di migliaia di bambini è il governo dell’Arabia Saudita che, attraverso fittizie Ngos, sta finanziando l’apertura nel nord del Libano di scuole wahabite, l’ideologia sunnita alla quale si ispira anche l’Isis. Queste scuole sono le uniche ad accettare i figli dei profughi e a finanziare la loro istruzione. E ad insegnare loro l’esportazione dell’Islam e la necessità di combattere una guerra santa contro gli infedeli.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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