Era giovane. Era una promessa. Aveva raggiunto il sogno che aveva fin da bambino: diventare un calciatore professionista. Una carriera, la sua, che si è interrotta bruscamente nel sangue. Facendosi saltare in aria in nome della guerra del sedicente Stato islamico.

Haani (nome di fantasia) aveva 25 anni. Nato e cresciuto a Beirut, come tutti i bambini amava rincorrere un pallone e sognare di diventare un campione. Cosa che era riuscito a diventare. Dopo la gavetta nelle giovanili, infatti, era entrato nella prima squadra di uno dei club più blasonati della massima serie libanese. Era un attaccante e segnava tanti goal. Ciò nonostante non si era montato la testa e continuava ad allenarsi con tenacia.

“Quando l’ho ingaggiato era un ragazzino timido, magro e silenzioso”, racconta il presidente del club. “Non parlava tanto con i compagni, rimaneva in disparte. Quando ha iniziato a segnare un goal dietro l’altro, però, è diventato ovviamente molto popolare, sia nello spogliatoio che tra i tifosi, ma non si è montato la testa. La mattina era il primo ad arrivare, la sera l’ultimo a lasciare il campo dopo avere riordinati i palloni e le pettorine. E, come sempre, parlava poco”.

Poi, una mattina, non si è più presentato. “Era la prima volta che mancava un allenamento” continua il presidente “era sempre stato un professionista esemplare. Eppure quel giorno non si fece vedere. E neanche il giorno dopo e neanche quello dopo ancora. Eravamo preoccupati”. La famiglia dice di non saperne nulla, i compagni e gli amici neanche. La polizia non sa dare spiegazioni.

Fino a 25 giorni dopo, quando arrivò la notizia: Haani è morto suicida in Siria. Facendosi saltare in aria su un autobomba, mettendo in atto un attentato dell’Isis.

“Non avremmo mai potuto pensare che Haani potesse simpatizzare con gli islamisti, men che mai che potesse volersi arruolare tra le file dello Stato islamico” continua a spiegare il presidente. “La sua carriera era in discesa, fisicamente era in forma e lo pagavo bene”.

Nonostante un calciatore libanese non guadagni tanto quanto i propri colleghi europei, gli stipendi sono buoni. Haani aveva uno stipendio equivalente a 5000 dollari mensili, che gli permetteva di viver e più che dignitosamente.

Neanche nessuno dei compagni di squadra aveva notato alcuna propensione in tal senso, né alcun cambiamento nel suo carattere. Tutti lo descrivono come sempre lo stesso, tenace e silenzioso. Senza apparenti cambi di umore o nuove frequentazioni. Non si sa come e tramite chi sia riuscito ad arruolarsi tra le file del Califfo. Non si sa come abbia preso la decisione di morire da “martire”. Non si sa come abbia abbandonato il Libano per raggiungere la Siria. Si sa solo che un’auto da lui guidata è esplosa in un attentato suicida nel centro di Damasco 25 giorni dopo la sua scomparsa.

La famiglia non vuole rilasciare dichiarazioni e chiede di non rendere noto né il suo nome né la squadra in cui giocava. Forse solo loro saprebbero spiegare la storia di un ragazzo che aveva raggiunto i suoi traguardi, aveva realizzato i suoi sogni, guadagnava bene e non era materialmente povero. Ma che a tutto ciò ha preferito il jihad.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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