Un enorme piazzale di cemento circondato da alti muri di filo spinato. Decine di bambini, tutti maschi, si rincorrono  a piedi nudi tirando calci a palloni di spugna e stracci, improvvisando partitelle il cui trofeo dei vincitori sarà proprio il pallone. I pali delle porte sono degli ammassi di detriti, prelevati dalle altissime pile di immondizia. Dietro di esse si intravedono delle interminabili fila di baracche di ferro, che formano strettissimi vicoli tra i quali sfrecciano motorini, montati sempre da tre o quattro persone, che alzano dietro di sé dense nubi di polvere. Siamo a Sabra, campo profughi palestinese della periferia meridionale di Beirut. È qui che, per decenni, ebbe sede il quartier generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. È qui che veniva organizzata la resistenza contro Israele. È da qui che venivano pianificate le manovre militari e gli attentati. È qui che le truppe israeliane che nel 1982 occuparono il Libano diedero vita a una rappresaglia, uccidendo circa 3500 persone, la maggior parte delle quali civili.Di bandiere palestinesi, manifesti di Arafat o simboli di al Fatah o Hamas, però, non se ne vedono. E a dire il vero neanche di palestinesi. “In questa parte di campo siano tutti siriani” mi spiega Mohammad, 22, anni, sunnita fuggito dai bombardamenti delle truppe di Bashar al Assad e rifugiatosi in Libano un anno fa. Salito su un pullman sovraccarico, ha pagato 500 dollari il viaggio per Beirut, quando normalmente ne costerebbe 10. “Da quando c’è la guerra in tantissimi vogliono fuggire e i prezzi dei trasporti salgono. È il mercato” dice ridendo. La sua casa è stata distrutta da una bomba e sua madre è rimasta invalida. Oggi vive con lui a Sabra e il suo più grande desiderio sarebbe poter acquistare una carrozzella e tornare indietro. Ma i prezzi sono proibitivi. E le condizioni anche.

Delle circa 15 mila persone che vivono a Sabra mille sono i siriani arrivati negli ultimi 5 anni, da quando il proprio Paese è in corso il conflitto tra le truppe del regime e quelle islamiste, tra le quali quelle dell’Isis. I nuovi arrivati hanno occupato la prima parte del campo, vivendo separatamente dai profughi palestinesi. “Noi speriamo di poter tornare nelle nostre case” continua Mohammad, “i palestinesi invece sanno che non potranno mai farlo. Hanno perso ogni speranza e passano il proprio tempo ad ammazzarsi a vicenda o a derubare qualunque estraneo che si avvicini al campo. Anche se sono profughi siriani”.All’interno di Sabra i profughi vivono separatamente. I palestinesi, vittime da decenni di un’eterna segregazione, si comportano nello stesso modo nei confronti dei nuovi arrivai siriani, ai quali è riservata la parte più disagiata del campo, proprio di fianco alle enormi pile di immondizia che formano una discarica cielo aperto. Nessun siriano si avventura mai al di fuori della propria zona. A fare da mediatore tra i due gruppi è Khali, 24 anni, palestinese ma che vive con i siriani. “Dall’altra parte si ammazzano tutti i giorni” racconta, ” non vi è più un’unica autorità da tutti riconosciuta. Per questo ho deciso si trasferirmi da questo lato”.La zona siriana del campo è formata da basse baracche disposte intorno ad un piazzale fangoso. Lateralmente c’è un baracchino che vende caffè e alimentari (“non prendete niente da lui, è tutto marcio”), un tavolo, alcune sedie e un divano sfondato, sul quale siedono dei ragazzi che fumano shisha. L’atmosfera è tranquilla. l’unico ‘pericolo’ proviene dalle pallonate maldestre dei bambini che giocano a calcio.

Nel centro del piazzale sono parcheggiati diversi autobus e una decina di macchine, tutte con la targa siriana. Uomini, donne e bambini, armati di grosse valigie, escono dalle baracche e si mettono in fila indiana per salire sui pullman. “Tornano tutti in Siria” dice Khali, “piuttosto che rimanere in questa segregazione preferiscono stare sotto i bombardamenti”. I bus si riempono completamente e partono. Subito dopo ne arrivano di nuovi a prelevare le persone ancora rimaste a terra. Una processione, questa, che non si arresta mai. E che mostra come la volontà di fare ritorno a casa sia più forte della paura delle bombe.

Ma cosa spera di fare chi torna in Siria? “La prima cosa che speriamo è che il regime di Assad cada e che lui venga consegnato alla giustizia” dice Mohammad. “È un criminale e qui tutti lo odiamo. Siamo tutti sunniti”. La guerra che sta insanguinando la Siria, infatti, è principalmente una guerra tra clan. Gli alawiti che sono al governo combattono contro i ribelli sunniti, composti da diverse fazione islamiste, di cui l’Isis è quella egemone. La strategia bellica delle truppe alwaite, spalleggiate dall’aviazione russa e dagli Hezbollah, sta spingendo sempre più civili sunniti a simpatizzare con i terroristi. I bombardamenti governativi, infatti, colpiscono indiscriminatamente tutti i villaggi controllati dal nemico, provocando così migliaia di morti civili, accrescendo e provocando un infinito esodo di profughi. Sono circa 80mila le persone che solo negli ultimi giorni stanno fuggendo solo dalla zona di Aleppo, accesissimo teatro di guerra. Nessuno di loro, non a caso, appoggia il regime, ma sostiene apertamente chi lo combatte: in primis, dunque, lo Stato islamico. “Cosa andate a fare in Siria?” chiedo a tre ragazzi sulla via del ritorno. Non parlano inglese, ma i loro gesti sono chiarissimi. Uno di loro finge di imbracciare un fucile: “Bum bum Assad” esclama. “Daesh?” chiedo io. “Yes yes yes” mi risponde facendomi il segno dell’ok con la mano. Chi torna in Siria, e sono in tanti, non ha altra scelta che imbracciare le armi. E lo farà tra le fila di chi combatte il grande nemico di tutti: Bashar al Assad.Di profughi che appoggiano il regime non se ne vedono. Né a Sabra né in altri campi. “Anche se ci fossero non lo direbbero mai” dice Mohammad, “verrebbero immediatamente isolati e probabilmente uccisi. Preferirebbero quindi starsene in case private”. Eppure, quando si votò alle scorse elezioni siriane furono migliaia le persone che invasero l’ambasciata siriana di Beirut, armate di bandiera nazionali e ritratti del presidente, per votare a favore dell’attuale governo. “Speriamo di non incontrarli, altrimenti potrebbe essere pericoloso. Per entrambi”.Esiste un’alternativa sia al regime che all’Isis? È possibile che emerga una terza forza che sappia tenere testa sia agli uni che agli altri? Mohammad non ci crede. E non vede soluzione. “Assad ha distrutto tutto ciò che avevamo, come potremmo mai perdonarlo? Dobbiamo combatte contro di lui”. Chi combatte il regime ha molto sèguito tra i profughi. A Sabra hanno trovato rifugio 15 leader salafiti, che fanno proseliti soprattutto tra i giovani. E li invitano a tornare al fronte. A combattere una guerra fratricida che sarà ancora molto lunga. E che viene trapiantata ovunque vadano i profughi. Anche in Europa.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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