SATKHIRA – “Dopo l’attentato dello scorso luglio a Dacca è cambiato tutto, abbiamo molta paura”. Siamo all’interno dell’orfanotrofio dei Padri Saveriani e a parlarci è Melecio Cuevas, giovane missionario messicano arrivato in Bangladesh nove anni fa.

“Ad agosto un gruppo di persone è entrato nella nostra chiesa e ha messo tutto all’aria”. In quei giorni la tensione era altissima. Le immagini dell’assalto all’Holey Artisan Bakery, nella zona diplomatica della capitale del Paese, sono impresse nelle menti di tutti. Specialmente in quelle di chi viene considerato “infedele” dai feroci terroristi.

Vivere nel terrore

“Stavo dormendo, quando all’improvviso il guardiano ha iniziato ad urlare sotto la mia finestra per avvertirmi di quello che era successo”, continua il racconto del religioso. “Mi ha chiesto di uscire per farmi vedere come avevano ridotto la chiesa, ma non l’ho fatto”. Rimane un attimo in silenzio, poi aggiunge: “Perché è già successo che i custodi vengano usati dai gruppi estremisti per far uscire il Padre per poi aggredirlo o, peggio, ucciderlo”. Da quel giorno l’orfanotrofio maschile, che ospita una sessantina di bambini, ha aumentato la sicurezza. Le serrature delle porte sono state rinforzate, così come il cancello dell’ingresso principale. “Viviamo con la paura e, quando usciamo, ci guardiamo sempre alle spalle per essere certi che non ci sia nessuno dietro di noi”, aggiunge il missionario.

Futuro incerto

Dall’altra parte della strada c’è un altro cancello blindato. Protegge l’orfanotrofio femminile gestito dalla Congregazione delle Luigine. Stessa situazione. Suor Shumitra ha studiato in Italia e con il suo italiano corretto, anche se incerto, continua a ripetere solo che ha paura. “I musulmani sono una comunità molto potente e spesso subiamo violenze”, spiega la religiosa. Appena dietro la struttura c’è un quartiere esclusivamente islamico.

Proprio da lì, secondo quanto ci racconta, arrivano i gruppi di violenti che seminano il terrore. La struttura, aperta nel 1956, attualmente accoglie trenta bambine. Quando arriviamo stanno studiando. Appena ci vedono sorridono, ma più che un saluto ci pare una richiesta d’aiuto. Tutte ragazze dai 5 ai 12 anni, che sembrano in attesa di un futuro migliore, in cui l’essere cristiane non sia più motivo di persecuzione.

“Volevano uccidermi”

Poco distante incontriamo Luc, 51 anni. È un catechista cristiano. Siamo nel villaggio di Podga ed è proprio qui che pochi giorni fa tre giovani musulmani, con la scusa di volersi convertire, hanno tentato di sgozzarlo. Vuole raccontarci il suo incubo, malgrado la paura. È terrorizzato e chiede di non essere ripreso in volto. “Mi capita spesso che persone si presentino alla mia porta, perché vogliono sinceramente avvicinarsi alla Bibbia, ma in questa occasione ho notato subito che qualcosa non andava. Due dei tre giovani islamici erano già venuti qualche giorno prima, forse per studiare la mia casa”.

Luc si ricorda perfettamente ogni dettaglio. “Le motociclette dei ragazzi erano parcheggiate lontano dalla mia abitazione e questa cosa mi sembrava molto strana. Stavo leggendo San Matteo, quando all’improvviso due mi hanno bloccato e l’altro, da dietro, ha tentato di tagliarmi la gola”. Mentre parla, alza il mento e con la mano ci indica la cicatrice che gli hanno lasciato. “Non ho perso conoscenza e ho iniziato subito a urlare per cercare di attirare l’attenzione dei vicini. Sono stati attimi interminabili. Non so come, ma sono riuscito a liberarmi e loro sono scappati. Credo sia stato un miracolo”. Ancora sotto choc, la moglie lo ha immediatamente portato nel vicino ospedale di Pabna, da dove è stato dimesso due ore dopo. “Ora non so cosa fare, non riesco più a vivere tranquillamente e sto pensando di lasciare il mio Paese”, confessa demoralizzato il catechista.

Foto di Gabriele Orlini