«Zanda bad Emirate islami», lunga vita all’Emirato islamico, urlano i talebani in tenuta da combattimento che hanno conquistato l’Afghanistan. Non è facile andare «embedded» con i nuovi padroni del paese, ma una volta accettati si mettono addirittura in posa per farsi scattare una fotografia. «Sono nato talebano» esordisce il comandante maulawi Mohammed Sharif Amadi. A 46 anni combatte con i seguaci di mullah Omar fin dal primo emirato islamico. Barbone nero come la pece e turbante dello stesso colore è orfano di guerra. «Mio padre ha imbracciato le armi nella jihad degli anni Ottanta, ma è stato ucciso dai russi» racconta Amadi. E aggiunge «tutta la famiglia è talebana. Sono orgoglioso di essere il primo ad avere raccolto il testimone combattendo contro gli americani».

Il comandate è responsabile militare della provincia di Wardak e ci accoglie nell’ex ufficio del governatore a Maidan Shar, la porta d’ingresso di Kabul, a sud ovest della capitale. Prima di portarci in giro con i «Ranger» il suo reparto migliore ci offre il pranzo, come ai vecchi tempi dei mujaheddin che resistevano all’Armata rossa. Seduti a gambe incrociate in una spartana stanzetta con il suo stato maggiore, viene srotolata per terra una tovaglia di plastica. E buttate davanti ai piedi di ogni commensale le focacce di nan, il pane afghano che assomiglia alla pizza. I giornalisti sono ospiti d’onore e devono lavarsi le mani per primi con un inserviente che versa l’acqua da una brocca. Poi si mangia pane e ceci.

I talebani hanno abbandonato il fedele kalashnikov per fucili mitragliatori americani M-4, nuovi di zecca, abbandonati negli arsenali governativi. I «Ranger» sono in realtà variopinti miliziani armati fino ai denti con tunica e pantaloni a sbuffo, il vestito tradizionale. Qualcuno usa il rimmel per gli occhi e sfoggia un paio di moderni occhiali a specchio. I talebani più giovani, ai classici sandali dei mujaheddin preferiscono le sneakers, scarpe da ginnastica di moda fra i loro coetanei occidentali. I due fuoristrada verdi della polizia sono gli stessi di prima, ma sventolano la bandiera bianca con la professione di fede islamica, vessillo del nuovo Emirato islamico. La mini colonna talebana con i giornalisti embedded sfreccia verso la «roccia nera», uno spuntone che si erge sull’autostrada numero 1, l’unica dell’Afghanistan. I governativi l’avevano fortificata per bloccare l’avanzata dei talebani arrivati già dal 2019 a 50 chilometri da Kabul. Mitragliatrici pesanti e mortai vomitavano ogni notte valanghe di fuoco sulle postazioni talebane.

Orgogliosi di venire filmati, i talebani con il comandante in testa marciano in colonna sulla pietraia scoscesa per raggiungere le postazioni fortificate abbandonate. «Il 14 agosto la battaglia è stata durissima – racconta Amadi circondato dai suoi uomini con le armi in pugno – Abbiamo attaccato da tre lati e alla fine i comandanti del governo sono fuggiti. Così abbiamo aperto la strada per Kabul che è caduta il giorno dopo». La carcassa di un blindato centrato dai talebani rimane come trofeo della vittoria. «Il mio sogno è l’Emirato islamico e non accetteremo mai la democrazia – spiega il comandante – La nostra battaglia in questi anni è stata contro gli occidentali che volevano esportare la democrazia».

Nel bazar di Maidan Shar, il nuovo corso ha riempito le bancarelle di ogni ben di Dio. Gli afghani, a tutte le età, sembrano soddisfatti dell’arrivo dei talebani. Oppure hanno imparato con tutti i cambi di regime l’arte di adattarsi ai nuovi padroni. Un ragazzino di 14 anni, che parla bene inglese, il libro sotto braccio, insiste per dire la sua: «Siamo felici per l’arrivo dei talebani. C’è finalmente sicurezza. Adesso mi sento più tranquillo a tornare a casa». L’anziano con la barba grigia ci racconta che era un soldato ai tempi del re, Zahir Shah. «Con i talebani la situazione sta migliorando – sostiene Han Mohammed – I ladri sono spariti. L’Afghanistan ha bisogno della sharia (la dura legge del Corano, nda) e di pace».