HEYN ISSA (Siria) – I prigionieri jihadisti stranieri dei curdi nel nord est della Siria, comprese le famiglie ed i terroristi dello Stato islamico, sono circa tremila. Ed i loro Paesi di origine non ne vogliono sapere di riportarseli casa per processarli o sbatterli in carcere. Mustafà Bali è il responsabile dei rapporti con la stampa delle Forze democratiche siriane composte in gran parte da combattenti curdi, che lo scorso anno hanno liberato Raqqa con l’appoggio alleato. Bali, in mimetica da combattimento, denuncia al  Giornale il silenzio pilatesco dell’Europa, compresa l’Italia, sui prigionieri jihadisti dimenticati.

Quanti sono gli stranieri dello Stato islamico che avete catturato?

“Le donne ed i bambini del Califfato che abbiamo in custodia sono migliaia. Nel campo di Roy abbiamo rinchiuso circa 450 famiglie (circa 1350 persone, nda). Un numero equivalente è sotto sorveglianza nel campo di Heyn Issa. Per quanto riguarda i combattenti stranieri veri e propri  dello Stato islamico ne abbiamo catturati centinaia”.

Quali sono le  nazionalità maggioritarie fra i prigionieri?

“Il numero più alto è quello dei maghrebini proveniente dai Paesi del Nord Africa. Ci sono anche gli europei, soprattutto dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Il 19 maggio le Forze democratiche siriane hanno catturato in un’operazione speciale il terrorista Abu Osama al Fransi coinvolto negli attacchi di Parigi e di Nizza”.

Come volete affrontare il problema di questo alto numero di prigionieri?

“Gran parte degli arresti sono avvenuti mentre cercavano di passare il confine per entrare in Turchia. E poi la loro intenzione era di proseguire verso l’Europa. Questo significa, che se è un problema per noi, è anche un problema per voi europei. Sul territorio abbiamo poche infrastrutture adatte alla custodia. Non siamo in grado di sostenere a lungo questo peso. La nostra richiesta ai Paesi coinvolti è chiara: per favore venite a prendere i vostri jihadisti per giudicarli e, nel caso, punirli”.

E qual è stata la risposta?

“Silenzio totale. Non solo i Paesi europei, ma pure le nazioni nordafricane hanno fatto orecchie da mercante sui propri jihadisti. Addirittura una Ong marocchina ci ha accusato di riconsegnare le famiglie del Califfo allo Stato islamico. Non è vero, ma che vengano a prendersi i loro cittadini. Gli europei non ci hanno neppure mandato degli aiuti per  sostenere i prigionieri con il loro passaporto. Semplicemente se ne fregano”.

Nessuno si è fatto carico dei propri jihadisti?

“Solo l’Indonesia e la Russia hanno lanciato un programma cominciando a riportarseli a casa”.

Ci sono anche tanti bambini….

“È un grosso problema perché hanno subito il lavaggio del cervello da parte dello Stato islamico. Stiamo cercando di avviare un programma di deradicalizzazione e riabilitazione delle loro menti, ma abbiamo pochi mezzi. Immaginate una ragazzina di dieci anni coperta con il velo integrale, che non ha visto altro. È un’impresa estremamente difficile farle cambiare idea”.

Cosa vorrebbero fare le mogli dei mujaheddin che avete catturato?

“Molte vogliono tornare semplicemente a casa. Riceviamo di continuo appelli di donne europee, come una tedesca pochi giorni fa, rivolti al suo governo. Sono pronte a consegnarsi, ma le ambasciate non ne vogliono sentire parlare”.

Le organizzazioni internazionali come la Croce rossa stanno facendo qualcosa per affrontare la situazione?

“Da quanto mi risulta né la Croce rossa né l’Onu se ne stanno occupando”.

Cosa farete se non riuscite a rimandare i prigionieri jihadisti a casa loro?

“Non esiste ancora un progetto chiaro su cosa fare di questa gente, ma abbiamo i nostri tribunali. L’unica certezza è che vanno giudicati e puniti”.

Dopo la liberazione di Raqqa le bandiere nere continuano a resistere al confine con l’Iraq?

“L’ultima fase di ogni conflitto è la più difficile. Abbiamo lanciato l’operazione Roundup per riconquistare le ultime sacche dell’Isis, ma ci sono civili e anche ostaggi usati come scudi umani. Lo Stato islamico controlla diversi villaggi a chiazza di leopardo su un’area di diecimila chilometri quadrati grande come il Libano. Per questo ci vorrà tempo per liberarli tutti. L’operazione potrebbe concludersi alla fine dell’anno”.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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