Viste da qui sembrano sono solo caliginose volute di fumo ricamate nell’azzurro del cielo. Viste dalla parte dello Stato Islamico sono altrettanti rivoli di quel milione  e passa di dollari incassato quotidianamente vendendo il greggio dei pozzi petroliferi sotto il suo controllo.

Siamo a Qamishli, una provincia dell’estremo Nord-Est siriano ad un passo dalla Turchia e a meno di 90 chilometri dall’Iraq. Sul lato meridionale di questi territori il fumo è una bruma nerastra avviluppata a semicerchio attorno a tutta la linea del fronte tenuta dai combattenti curdi. «Guarda a un chilometro da qui c’è la prima linea dello Stato Islamico, lì dietro, dove c’è quella nebbia scura, ci sono i villaggi dell’Isis. Lì raffinano il greggio dei pozzi di Der El Ezzor».Lokman Abdul Karim, comandante delle milizie curde alleate del regime di Damasco contro lo Stato Islamico, conosce bene l’affare del petrolio.

Quando poche settimane fa ha strappato all’Isis i villaggi dietro la prima linea di Sharmuk Koli ha trovato allineati, davanti ad ogni casa, decine di cilindri metallici nerastri sospesi sopra bracieri scavati nel terreno. «Ognuno di questi bollitori – spiega il comandante – è una mini raffineria. Il fuoco del braciere porta ad ebollizione il greggio e lo trasforma prima in benzina, poi in diesel. Quasi ogni famiglia di questi villaggi possedeva una di queste attrezzature. L’Isis gli vendeva il petrolio, loro lo raffinavano e lo cedevano ai grossisti specializzati nella distribuzione di diesel e benzina di contrabbando. Qui l’attività è finita quando siamo arrivati noi, ma come vedi nei villaggi arabi oltre questa prima linea controllati dallo Stato Islamico l’affare continua». Un affare remunerativo, ma anche molto rischioso. Soprattutto per chi si occupa di far girare le rudimentali raffinerie. «La popolazione incoraggiata dallo stato islamico investe in queste attrezzature, ma molto spesso non sa usarle. Praticamente ogni settimana ne salta in aria una e qualcuno ci rimette la pelle. E chi non muore subito ne paga le conseguenze più avanti perché per ogni litro di carburante aspira gas ed esalazioni che gli bruciano i polmoni».

Eppure, nonostante i rischi, questa benzina e questo diesel sembrano far la felicità di tutti. Se l’Isis si arricchisce e i suoi sudditi arrotondano i guadagni con i proventi della raffinazione gli abitanti dei territori governativi non disdegnano certo di far il pieno sborsando meno della metà di quanto spenderebbero per acquistare il carburante sul mercato ufficiale. Per capirlo basta percorrere a ritroso i 15 chilometri che separano la linea del fronte dal centro di Qamishli. Qui gran parte dei distributori di stato hanno chiuso da tempo. O attendono senza troppe speranze l’arrivo di un automobilista in vena di prodigalità. Intorno alla fila di bidoni rugginosi e taniche colorate allineati ad ogni incrocio s’addensano invece capannelli di automobili circondate da clienti e inservienti armati di grossi imbuti.«Qui ormai vogliono tutti la nostra benzina e il nostro diesel – spiega Hejiar un ragazzo curdo di 25 anni che da oltre un anno fa fortuna con il nuovo affare – la qualità non è come quella del diesel governativo e i motori si sporcano un po’, ma vuoi mettere il prezzo. Questo diesel lo vendo a 70 lire (meno di 30 centesimi di euro) mentre quello governativo ne costa oltre 160.

E perdipiù è quasi introvabile da oltre due anni». E neppure le autorità siriane rimaste ad amministrare Qamishli d’intesa con le milizie curde sembrano scandalizzarsi troppo. «La fetta più grossa delle entrate petrolifere dell’Isis non arriva da questi piccoli commerci, ma dalla Turchia. È lì che finisce la maggior parte greggio rubato dai nostri pozzi Inoltre colpendo i pesci piccoli – spiega un anonimo responsabile della sicurezza governativa di Qamishli – finiremmo con il danneggiare la nostra popolazione. Meglio lasciare che facciano il pieno e girino felici. La soluzione finale arriverà solo quando distruggeremo lo Stato Islamico e ci riprenderemo il nostro petrolio».

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