La strada è un nastro grigio tirato tra l’azzurro del Mediterraneo e l’ocra del deserto. Il sole una lanterna velata tra folate di vento impastate di sabbia. Adel Ben Ghouzi, comandante della Khatiba Harar – una delle tante chiamate a dar man forte alla 166ª Brigata di Misurata – muove uomini e armi in questo panorama fuligginoso e incerto. Ma le certezze da queste parti sono merce rara. «Non so se riusciremo ad entrare in citta, per adesso – ammette – non abbiamo né armi, né uomini sufficienti». Eh sì, l’unica certezza in questa landa desolata sembrano essere loro, i decapitatori, i miliziani dello Stato Islamico. Sono tre chilometri davanti a noi, nel cuore di Sirte. Le loro basi, i loro capisaldi sono il centro dei Congressi Ouagadougou, la radio della città e qualche altro palazzo. Da lì escono, si muovono, attaccano, rapiscono. Qui la caccia ai cristiani dura dalla fine dell’anno scorso. I primi martiri sono un medico copto egiziano e sua moglie assassinati dentro la loro casa di Sirte a metà dicembre. Dopo quel primo agguato la caccia diventa un’autentica retata. Prima tocca a sette copti fatti scendere da un autobus che li riporta in Egitto. Poi, una settimana dopo, a 14 colleghi prelevati dagli alloggi del cantiere di Sirte in cui lavorano.

Sarà il loro sangue a tingere di vermiglio il Mediterraneo. A spargere il terrore fino alle coste dell’Italia. A far tentennare le certezze di un vescovo coraggioso come Monsignor Giovanni Martinelli. Un vescovo che pur rifiutandosi di lasciare Tripoli confessa al Giornale l’inquietudine di questi giorni. «So di essere un obbiettivo, ma cosa posso farci? Posso solo affidarmi al Padre Eterno. Se ha voluto far crescere me e questa chiesa in mezzo al mondo musulmano farà di tutto per difenderci». Purtroppo ad un mese dall’orrore di quelle 21 decapitazioni la situazione sembra solo peggiorare. A Tripoli Monsignor Martinelli allude ad altre «nuove inquietanti minacce» rivolte a lui e ai cristiani. Qui a Sirte gira voce che i miliziani – ormai liberi di muoversi in città – abbiano rapito i medici ucraini e le infermiere filippine che lavoravano all’ospedale di Sirte sin dai tempi di Gheddafi. E sul terreno le forze di Misurata sembrano arretrare anziché avanzare. Se prima si muovevano nel cuore della città ora sono indietreggiate fino alla centrale elettrica sul lato occidentale di Sirte a quasi tre chilometri dal centro. Sul lato sud sono bloccati nella base dentro l’aeroporto. Lo stallo – a dar retta al comandante Adel Ben Ghouzi – è dovuto alla necessità di evacuare i civili prima dell’assalto decisivo. «Non appena avremo fatto uscire le ultime famiglie e radunato forze sufficienti circonderemo Sirte e schiacceremo il cosiddetto Stato Islamico».

Dietro quelle parole si celano però impotenza, inefficienza e scarse motivazioni. Per capirlo basta l’agguato in cui cadono domenica mattina le forze di Ben Ghouzi mentre improvvisano un posto di blocco un chilometro oltre la centrale elettrica, appena prima dell’entrata della città. Non appena prendono posizione una ventina di uomini del Califfato scende dalla città costeggiando la costa e bersaglia a colpi di mortaio i miliziani schierati in disordine intorno ai pick up. Poi, prima ancora che questi riescano a reagire, un razzo anticarro esplode dietro i loro mezzi. Quanto basta per trasformare l’avanzata dei misuratini in una fuga disordinata e rovinosa.Del resto poco è cambiato rispetto al caos tattico e strategico dei tempi della rivoluzione. Come quattro anni fa, i miliziani continuano a muoversi in lunghe colonne, allineati come perfetti bersagli in mezzo all’asfalto, privi di difese su entrambi i fianchi. E perfino quando gli chiedi chi sia il nemico la risposta rimane la stessa. «Sono gli uomini di Gheddafi che qui a Sirte hanno cambiato bandiera. Lo Stato Islamico in Libia non esiste».

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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