Bruxelles – Negli ultimi anni, in Belgio, molti giovani si sono avvicinati all’islam radicale. Questo, purtroppo, è un dato di fatto. Così, diverse realtà che appartengono alla comunità musulmana di Bruxelles, si sono date da fare. L’associazione Inaya, che in arabo significa benessere, è una di queste. Non solo ha compreso i rischi del fenomeno di radicalizzazione, ma sta cercando di dare risposte concrete ai tanti giovani attratti dallo Stato Islamico. “I ragazzi sono alla ricerca di identità”, mi dice la presidente Nadia Riahi. “Ma bisogna fargli capire che laradicalizzazione non è assolutamente una soluzione”.

L’associazione è nata cinque anni fa con lo scopo di promuovere la partecipazione dei giovani – soprattutto delle donne – alle attività culturali, sociali e professionali. “Uno degli obiettivi di Inaya è quello di combattere la violenza, l’esclusione e l’isolamento”. Per far questo organizzano diverse attività, che vanno dai corsi per introdurre i giovani al lavoro ai laboratori sportivi. È fondamentale, inoltre, che “i giovani non abbandonino la scuola“.

“In questi ultimi anni abbiamo visto che anche all’interno della nostra associazione c’erano persone affascinate dal radicalismo e non potevamo rimanere con le mani in mano”. Da due anni Inaya, per “educare i giovani ad un Islam corretto e spiegare i rischi della radicalizzazione”, organizza incontri informativi. “I reclutatori sfruttano la religione per convincere le persone a partire per la Siria, prendono alcune frasi dal Corano fuori contesto e li indottrinano”. In poco tempo le persone cambiano radicalmente, “iniziano ad essere distanti anche dalla loro famiglia e smettono di far parte della società”.

Nello scorso aprile, Inaya ha organizzato una conferenza molto partecipata sul pericolo del jihadismo, con esperti sul campo e accademici. “A fine aprile siamo stati anche invitati al Parlamento europeo per un incontro con esperti di radicalizzazione di tutto il mondo”. Ma tutto questo non basta. Le persone più facili da manipolare sono quelle che non lavorano e non studiano. “Molti musulmani qui in Belgio sono discriminati. Non riescono a trovare un impiego e per questo, oltre all’attività informativa, bisogna cercare di introdurre i giovani nella società”. Per farlo, aggiunge Nadia, “c’è bisogno dell’aiuto di tutta la comunità musulmana e anche del governo”. Poi si ferma un attimo, pochi secondi di silenzio e mi domanda: “I giovani di oggi non sono gli adulti di domani? Non sono il nostro futuro?”. La risposta è scontata.

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