DA ILIGAN – La strada che dall’aeroporto di Cagayan de Oro, nell’isola ribelle di Mindanao, Filippine del sud, ci porta a Iligan, è piena di check-point della polizia e dell’esercito. Sullo sfondo campi di riso, palme e banani. Dopo l’attacco del 23 maggio scorso a Marawi, portato avanti dai gruppi islamisti Maute e Abu Sayyaf, organizzazioni affiliate all’Isis, con l’obiettivo di creare il primo Califfato nel sud-est asiatico, in tutta la regione è attiva la legge marziale e i controlli delle truppe governative sono minuziosi.

Gli scontri tra le forze speciali filippine impegnate sul campo per riprendere il controllo completo di Marawi – che secondo fonti governative dovrebbe arrivare a breve – e i miliziani dello Stato islamico, hanno provocato, fino ad ora, oltre 700 morti e quasi 400mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Molte di queste hanno trovato rifugio nella vicina città di Iligan, che dista meno di quaranta chilometri dal conflitto, ed è diventata il quartier generale delle istituzioni per affrontare l’emergenza.

“È successo tutto all’improvviso”, ci dice Marical, una ragazza di 34 anni ospite, insieme con altre mille persone, al Fisheries Evacuation Center. “Il 23 maggio Marawi si è riempita di uomini armati. Io ero fuori casa e non sapevo come rientrarci”, racconta mentre ha in braccio il suo bambino. “Non sapevo cosa fare. Riuscivo solo a piangere e pregare di rivedere la mia famiglia. Ero disperata. Dovevo rientrare per forza per allattare mio figlio”.  Ad un certo punto, continua la giovane donna, “ho visto alcune persone in strada e gli ho chiesto se potevo andare nella mia abitazione. Mi hanno detto di sì, ma dovevo fare in fretta. Così mi sono fatta coraggio, sono andata di corsa, ho preso il mio bambino, qualche vestito per lui, mezzo sacco di riso e sono scappata fuori dalla città”. Anche Sulyman Abdullah, 33 anni, racconta la stesse cose: “Stavo dormendo insieme alla mia famiglia quando ho sentito degli spari e sono corso in strada. C’era molta gente che scappava e ho capito che il gruppo Maute stava prendendo il controllo”.

I fratelli Omarkhayam e Abdullah Maute – numeri uno dell’omonimo gruppo e ideatori insieme a Isnilon Totoni Hapilon, leader di Abu Sayyaf e nominato Emiro del sud-est asiatico dai vertici dell’Isis nel 2016, dell’assalto a Marawi – sono molto conosciuti in città e la famiglia fa parte dell’élite musulmana dell’isola. L’occupazione è stata pianificata in tutti i dettagli. Nei giorni precedenti all’attacco, infatti, i miliziani dello Stato islamico hanno rifornito moschee e scuole coraniche di armi, munizioni, mezzi, acqua e cibo per resistere mesi. Le strade di accesso ai quartieri occupati sono state minate e le zone controllate sono piene di cunicoli sotterranei costruiti nel tempo.

A pochi chilometri dal Fisheries Evacuation Center troviamo il centro Maria Cristina. Una palestra messa a disposizione delle persone fuggite dalle violenze. Scatole e vestiti fanno da divisorio. Per terra qualche coperta diventa un letto per dormire. “Sono qui dall’inizio della battaglia”, racconta Emmah, 64 anni. “Per arrivarci ho camminato più di un giorno. Quando sono arrivata nella città di Pantar, ho trovato una macchina e finalmente ho raggiunto Iligan”. Jay Malvin, un medico volontario arrivato nel Mindanao per aiutare le persone scappate dal conflitto, mentre ci accompagna all’interno della struttura, tiene a precisare che “la guerra in atto non è una questione religiosa”. Ed è così. Tra le persone fuggite da Marawi, il 95 per cento si riconosce nel Corano. Eppure, proprio come la minoranza cristiana, sono vittime dell’odio islamista.

Foto di Gabriele Orlini

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