Il male assoluto
La furia jihadista
Il Congo sanguina PARTE 3
Testo di Daniele Bellocchio
Foto di Marco Gualazzini
Video di Marco Gualazzini, Daniele Bellocchio

Il male assoluto: La furia jihadista

Georgine Kaindo (nome di fantasia usato per ragioni di sicurezza) ha 29 anni, è seduta in una casa protetta nella città di Oicha e guarda la telecamera con una dignità granitica che destabilizza. ”Io sono una sopravvissuta al gruppo jihadista degli ADF. Sono stata rapita, torturata e violentata. Sono una sopravvissuta”. Georgine ha un volto invecchiato in faccia alla morte e la follia di cui è stata vittima è un precipizio di sofferenze  da cui è impossibile risalire. Georgine non cerca di sublimare la disperazione con l’oblio di sé e di quanto le è accaduto. Tutt’altro; tiene viva la memoria dell’orrore che l’ha travolta e lo urla in faccia al mondo: perchè sappia,  si indigni, si mortifichi e  perda il sonno con la presa di coscienza delle sue distrazioni, della sua nepente sordità, dei suoi ammanchi di coerenza.

”Era il 1 ottobre del 2016 e mi trovavo vicino alla città di Kasindi con la mia famiglia. Eravamo lì per lavorare, per raccogliere il nostro nutrimento, perchè quella era la nostra vita. All’improvviso ci siamo trovati accerchiati da i ribelli dell’ADF. Ci hanno puntato le armi contro, ci hanno legati e ci hanno condotti nella foresta. Arrivati nel loro accampamento, ci hanno fatti mettere tutti in fila e per prima cosa mi hanno chiesto chi fosse mio marito. Io l’ho indicato e loro gli hanno sparato. Lo hanno ucciso davanti ai miei occhi! Senza un motivo, senza un perchè. L’hanno ucciso come se neanche fosse un essere umano”.

Repubblica Democratica del Congo. Beni, Gennaio 2022. Un’operazione militare congiunta tra l’esercito regolare congolese FARDC e quello ugandese UPDF nelle zone di confine tre i due paesi lungo il Semliki, uno dei principali fiumi del Africa centrale, sul altopiano del Ruwenzori, roccaforte del gruppo jihadista del ADF.

Georgine prende fiato e, senza concedersi neppure il conforto di un pianto, prosegue nel racconto: ”Dopo aver ucciso mio marito, ci hanno separati: gli uomini da un lato, le donne da un altro e ci hanno spinti in buche profondissime che usavano come prigioni. Io, con mia madre, ero in una fossa molto stretta e da cui era impossibile risalire. Lì dentro eravamo in sei persone. Non ci davano da bere e neppure da mangiare; il loro scopo era che morissimo in quei pozzi. Siamo rimaste lì dentro per cinque giorni. Io e mia madre mangiavamo la terra che grattavamo dalle pareti di quelle buche, per cercare di sopravviere e non morire di fame, ma altre donne non ce l’hanno fatto e sono morte lì, in quelle fosse dove eravamo imprigionate, le une addosso alle altre: strette e immobili”.

Repubblica Democratica del Congo. Beni, Gennaio 2022. Villaggio di Lume, ai piedi del massicciò del Ruwenzori, zona rossa di questo conflitto asimmetrico, una delegazione delle FARDC ( esercito regolare congolese ) ha incontrato alcuni rappresentanti della comunità locale, compresi alcuni membri delle milizie MAI MAI con l’obiettivo di stringere un’alleanza contro i ribelli jihadisti.

Secondi, minuti, ore: ogni singola unità di misura adottata convenzionalmente per calcolare l’incedere dei momenti non ha più alcun valore. Tutto è sospeso, pietrificato; anche il tempo sembra essersi arrestato al cospetto di un racconto che è un incubo vivido e reale. Come in ogni sogno angoscioso, muoversi, divincolarsi e liberarsi è impossibile e proibito. Si è prigionieri dei lamenti, delle suppliche, dei gemiti e delle grida. E’ doverso ascoltare, ma fa male e il racconto, poco a poco, deposita, nell’intimo di chi l’ascolta, una spessa morca di sfiducia e di biasimo, di impotenza e di vergogna.

Repubblica Democratica del Congo. Sud Kivu, Febbraio 2022. Akilimali Saleh Chomachoma, guarda fuori dalla finestra della parrocchia di Nyabibwe.
Nella miniera artigianale di Nyabibwe, in sud Kivu, centinaia di persone, uomini donne, e anche bambini, lavorano in condizione estreme per estrarre la cassiterite, uno dei componenti fondamentali per la realizzazione degli smartphone ed impiegato anche nella cosmesi. 
L’intera economia del villaggio di Nyabibwe ruota intorno alla miniera.

” Il sesto giorno ci hanno fatti uscire dalle buche. All’inizio avevamo gli occhi coperti, poi ci hanno tolto le bende e abbiamo visto che ci avevano portati all’interno di un cerchio e che davanti a noi era stato posizionato un tronco di un albero: il ceppo che usano per decapitare la gente. Abbiamo capito in quell’istante quale sarebbe stata la nostra sorte. Piangevamo, urlavamo, supplicavamo dicendo che non avevamo nessuna colpa: potete immaginare cosa significhi comprendere che nel breve tempo verrete uccisi? Decapitati! Ecco quello era ciò che stavamo vivendo. Ma mai avremmo immaginato che la nostra morte potesse diventare un gioco per loro. Non solo stavano uccidendo degli innocenti, ma si stavano anche divertendo nel farlo. Avevano scritto infatti i nostri nomi su dei fogli, poi li pescavano da un cestino e la persona il cui nome veniva estratto era trascinata sino al tronco d’albero e poi fatta inginocchiare. Un ribelle recitava dei versi del Corano e accusava il condannato di essere un infedele che poi veniva decapitato da un altro uomo. Ho visto prima mio padre e poi mia madre morire così. Davanti ai miei occhi”.

Repubblica Democratica del Congo. Beni, Gennaio 2022. Villaggio di Lume, ai piedi del massicciò del Ruwenzori, zona rossa di questo conflitto asimmetrico, una delegazione delle FARDC ( esercito regolare congolese ) ha incontrato alcuni rappresentanti della comunità locale, compresi alcuni membri delle milizie MAI MAI con l’obiettivo di stringere un’alleanza contro i ribelli jihadisti.

Gli ADF sono oggi il gruppo armato più temuto tra quelli presenti nell’est della Repubblica Democratica del Congo. La formazione sostiene di voler instaurare il Califfato nelle regioni orientali del Paese e, per prendere controllo del territorio, attacca in modo indiscriminato la popolazione. Il gruppo islamista però ha anche un altro obiettivo: il sottosuolo dell’ex colonia belga. La bandiera nera che guida il jihad dei guerriglieri congolesi celerebbe in realtà l’ennesima formazione armata il cui catechismo ideologico si trova ben scritto nella tavola periodica degli elementi. Rapire, mutilare, decapitare: per l’oro, il coltan, la cassiterite; facendo di un odio, elevato a imperativo di condotta ,e di una crudeltà, che ha travolto qualsiasi argine di umanità, gli strumenti attraverso i quali raggiungere l’obiettivo. Questi sarebbero gli jihadisti secondo analisti locali e internazionali, chi li ha incontrati però, pù semplicemente, li chiama ”diavoli’. Ed è facile comprendere il motivo poiché, se l’ inferno esiste, di certo non si discosta molto da ciò che alberga nel vissuto di Georgine.

Repubblica Democratica del Congo. Beni, Gennaio 2022. I territori settentrionali del nord Kivu, sono oggi l’epicentro delle guerra tra la milizia islamista ADF e l’esercito regolare del Congo ( FARDC )  in operazioni congiunte al esercito Ugandese (UPDF).  Nei villaggi di Erengeti, Oicha e Luna, considerati la prima linea di questo conflitto asimmetrico, vige oggi la legge marziale e tutti i poteri sono stati trasferiti alle autorità militari. 

”Quando è stato il mio turno e sono stata trascinata in mezzo al cerchio, un uomo si è fatto avanti dicendo che non dovevo venire uccisa perchè lui mi voleva per sé. Gli altri allora hanno iniziato a discorrere e alla fine hanno sentenziato che dovevo dimostrare di meritarmi la vita. A quel punto mi hanno spogliata, mi hanno legato le mani dietro la schiena, mi hanno buttato dell’acqua addosso e hanno iniziato a frustarmi. Mi frustavano, mi prendevano a bastonate, a calci e poi ancora frustate; non so quante ne ho ricevute: continuavano a colpirmi, non si fermavano mai. Solo grazie a Dio sono viva. Pensavo di morire mentre venivo frustata e picchiata. Poi, quando hanno smesso di colpirmi, l’uomo che aveva deciso di prendermi con sé, dal momento che ero sopravvissuta, mi ha portato nella sua abitazione e lì ho lavorato come una schiava per un anno e due mesi facendo tutto quello che mi ordinava. E ogni volta che lo voleva, mi violentava!”.

Repubblica Democratica del Congo. Beni, Gennaio 2022. Villaggio di Lume, ai piedi del massicciò del Ruwenzori, zona rossa di questo conflitto asimmetrico, una delegazione delle FARDC ( esercito regolare congolese ) ha incontrato alcuni rappresentanti della comunità locale, compresi alcuni membri delle milizie MAI MAI con l’obiettivo di stringere un’alleanza contro i ribelli jihadisti.

Ha un nome quest’uomo. Georgine lo conosce, ma non lo pronuncia mai. Nemmeno una volta lo proferisce e in questa omissione cosciente e considerata si legge tutto il desiderio di vendetta che cresce simbiotico con la memoria. Sono i nomi infatti a fare esistere le persone, a renderle vive nel presente e immortali nei ricordi: privare di un nome significa negare l’esistenza di chi c’è e di chi  c’è stato e così, non proferendone mai il nome, Georgine confina il suo aguzzino nel limbo del niente. E’ un ribelle senza volto e identità, é la banalità del male, l’esecutore in armi che ha colmato il proprio nulla con l’odio, che è molto peggio del nulla.

Repubblica Democratica del Congo. Beni, Gennaio 2022. Olive Mwambiabo di anni 15, rimasta orfana di entrambi i genitori uccisi in maniera efferata dagli ADF. Oggi vive come sfollata interna a Oicha e non può frequentare la scuola per mancanza di mezzi e racconta: “ io continuo a pregare Dio perchè io possa studiare, perchè per me il significato della parola pace è potere andare a scuola”.

”Un giorno c’è stata un’offesniva delle FARDC (Forze Armate Repubblica Democratica del Congo) vicino al villaggio in cui ero tenuta prigioniera. Ho approfittato dei momenti di confusione per fuggire. Ero andata al fiume a lavare i vestiti dei combattenti e in quel momento mi sono detta che se non fossi scappata, non avrei più avuto altre possibilità. Avevo paura, tantissima paura, perchè se gli ADF mi avessero vista fuggire mi avrebbero uccisa. Però qualcosa da dentro mi ha spinta a scappare. Sono corsa e non mi sono più voltata, neppure quando dei soldati dell’ADF mi hanno vista e hanno sparato contro di me. Alla fine ho incontrato una pattuglia dei militari congolesi, mi sono lanciata tra le braccia di un soldato che mi ha portata in caserma e alcuni giorni dopo sono tornata al mio villaggio”.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter