“Siamo qui perché le nostre case sono state bruciate”, mi dicono due donne appena arrivo al Mampang Recovery Shelter Site, uno dei sette centri permanenti presenti a Zamboanga.

Insieme a loro, in questi campi di fortuna costruiti dal governo, sono costretti a vivere – in condizioni disperate – migliaia di uomini, donne e bambini. “Le persone vivono qua perché sono vittime dell’assedio della città avvenuto nel 2013”, mi spiega Amina Jhljan, coordinatrice del campo per l’organizzazione interreligiosa Silsilah, mentre mi accompagna. “Purtroppo ci dovranno rimanere qui fino a quando il governo non gli assegnerà delle case vere”.

L’assalto della città

Il nove settembre del 2013 circa duecento miliziani del Moro National Liberation Front (MNLF), il gruppo armato musulmano con aspirazioni separatiste nato alla fine degli anni Sessanta, prova ad occupare Zamboanga City. La maggior parte dei guerriglieri arriva via mare dalle isole di Basilan, Jolo e Tawi Tawi, le loro roccaforti. Con una trentina di ostaggi che sequestrano appena arrivano in città, i ribelli si dirigono verso il Municipio. Il loro obiettivo è quello di issare la bandiera del gruppo al posto di quella filippina. Il tentativo, fortunatamente, sfuma grazie all’intervento delle truppe governative che li costringe a ripiegare.

Cristiani usati come scudi umani

Il MNLF, però, non si da per vinto e si asserraglia in cinque dei novantotto barangay – ovvero villaggi – che compongono la città, sequestrando più di duecento persone. Il governo cerca di mediare con i guerriglieri senza riuscirci. Intanto, il gruppo islamista libera solo gli ostaggi di fede musulmana, mentre i cristiani li tiene con sé per usarli come scudi umani. Dopo due giorni di stallo parte l’offensiva dell’esercito. Nei duri combattimenti che ne seguono gli ostaggi vengono liberati e i miliziani uccisi e arrestati. Ma il risultato è drammatico, oltre cento le vittime e decine di migliaia di sfollati.

I segni dei combattimenti

“Guarda qua”, mi dice Aminda E Saño, presidente di Silsilah, mentre mi mostra i muri crivellati dai fori di proiettile che hanno invano cercato di nascondere. “Questo edificio è stato completamente preso di mira dai ribelli”. Le foto che mi fa vedere, prima e dopo l’attacco del settembre 2013, sono inequivocabili. Ancora oggi la struttura sembra una groviera. La luce del sole filtra attraverso le centinaia di squarci provocati dagli spari dei feroci combattimenti.

La speranza di un futuro migliore

Nel campo di Mampang, dove mancano i servizi di base, come la corrente e l’elettricità, vivono circa diecimila persone, senza distinzione di credo religioso. Perché, anche se le violenze sono scaturite dai ribelli islamisti, a farne le spese sono stati anche tantissimi musulmani. In attesa che, prima o poi, il governo mantenga le promesse e ricostruisca le loro abitazioni, tra mille difficoltà, la popolazione cerca di sopravvivere. Sperando in un futuro migliore, non tanto per loro, ma per i loro figli. Quelli che vedo studiare nella piccola scuola allestita nel villaggio, o giocare con qualche sasso tra la polvere delle strade.

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