Sono le quattro del mattino. È ancora buio quando parto alla volta di Cotabato, nella provincia di Maguindanao. Da Zamboanga, dove mi trovo, sono 460 chilometri. Ma per arrivarci non bastano dieci ore di viaggio. “La strada non è il massimo”, mi avvisano i miei accompagnatori e, soprattutto, “dobbiamo passare in alcune zone controllate dai fondamentalisti musulmani”. Ma non ho scelta. Non ci sono altri modi per arrivare nell’area di Cotabato dove si trova il quartier generale del Moro Islamic Liberation Front (MILF), la guerriglia più numerosa, nata nel 1977 dopo una scissione avvenuta con il Moro National Liberation Front (MNLF).

Il furgone sul quale viaggiamo ha i vetri oscurati. Mentre ci allontaniamo dalla città il paesaggio cambia. La strada si fa largo tra la fitta vegetazione. I checkpoint della polizia e dell’esercito sono tantissimi tra i pochi e piccoli villaggi che attraversiamo. Alcuni sono completamente disabitati. “I ribelli stanno sopra”, mi dice l’autista indicando le montagne che sono su tutti i due lati della strada. “In molti di questi villaggi le persone sono scappate perché ci sono stati scontri tra l’esercito e i guerriglieri nei giorni scorsi”.

Arrivo a Cotabato intorno alle tre del pomeriggio. Ma dovrò aspettare il giorno successivo per riuscire ad entrare a Darapanan, il quartier generale del MILF nascosto nella jungla. Secondo fonti governative questa organizzazione avrebbe una forza armata di 12mila uomini, che, se fosse vero, sarebbero già tanti. Eppure, quando lo domando a Mihajirin Ali, capo della segreteria del gruppo, che incontro all’interno del campo della guerriglia dove vige la sharia, fa un sorriso e spiega: “Siamo almeno il doppio e il governo lo sa bene”. Dopo qualche secondo aggiunge: “Se è questo che vogliono dire, a noi non cambia nulla”.

Il governo filippino, dopo i vecchi negoziati iniziati nel 1976 non andati a buon fine con il MNLF – dove anche Muammar Gheddafi ha cercato di mediare -, nel 2011 ha iniziato le trattative di pace con il MILF. L’accordo – attualmente fermo in vista delle elezioni che si svolgeranno nel prossimo maggio – prevede il lento disarmo delle milizie armate, una nuova legge per le elezioni dei rappresentanti delle autorità locali e la possibilità di utilizzare la legge islamica per risolvere le controversie interne alla comunità musulmana.Ali, che ha un volto pulito e non sembra essere quello di un combattente, mi spiega che “il processo di pace sta proseguendo come da accordi”. In realtà, l’aria che si respira quaggiù suggerisce un altro epilogo. Ci sono, infatti, ottime probabilità che le lunghe negoziazioni approdino ad un nulla di fatto. Lo scetticismo da parte del governo è molto alto e i combattimenti, che nell’ultimo periodo sono molto frequenti, di certo non stanno aiutando la pacificazione.

Uno degli episodi più cruenti è la strage di Mamasapanu, avvenuta il 25 gennaio del 2015. L’obiettivo delle autorità era quello di catturare Zulkifli Abdhir, soprannominato Marwan, un terrorista malese super ricercato rimasto poi ucciso nel blitz. Ma qualcosa è andato storto: un’imboscata del MILF e del Bangsamoro Islamic Freedom Fighter (BIFF), un altro gruppo fuoriuscito nel 2012 proprio dal MILF a causa dell’inizio delle trattative, ha provocato la morte di 44 agenti delle forze speciali filippine. “La zona di Mamasapanu, come questa dove stai ora, è sotto il nostro controllo”, mi dice Mihajirin Ali. “Probabilmente le forze speciali hanno sottovalutato la situazione sul territorio”.

Il MILF opera da solo. Ma il segretario ci tiene a precisare: “Con gli altri gruppi di ribelli andiamo d’accordo, non siamo nemici dei nostri fratelli musulmani. Quello che vogliamo è l’autonomia per la nostra regione”. Quando gli dico che avevo letto sui giornali locali di un possibile coinvolgimento del MILF nel combattere i jihadisti di Abu Sayyaf Group (ASG), la costola filippina dell’ISIS, presente nella regione, mi risponde contrariato: “Nessuno dei nostri uomini sta combattendo questi gruppi. E’ compito del governo, non nostro”. Per capire meglio gli domando cosa pensa dello Stato Islamico senza ottenere nessun risultato. Lui, infatti, non mi risponde e cambia discorso.

Da questi territori dove sembra che il Califfo faccia sempre più presa, sono anche partiti centinaia di combattenti per raggiungere la Siria e l’Irak. “Ne ho sentito parlare, ma non ne conosco neanche uno”, mi replica . “Noi non siamo come loro”, aggiunge. Anche se ufficialmente il MILF non ha legami con questi gruppi, molti dei suoi aderenti, singolarmente, sono stati accusati di avere dei collegamenti con i fondamentalisti. L’ultimo, in ordine di tempo, è proprio l’uomo ripreso dalle telecamere a circuito chiuso mentre stava sequestrando l’ex missionario italiano Rolando del Torchio, liberato qualche giorno fa dopo sei mesi di prigionia.“Mister Fabio, è ora di uscire dal campo. Sta iniziando ad essere pericoloso anche se sei con me”, mi dice Mihajirin Ali. Mentre con il pick-up stiamo tornando verso la città, ho tempo per un’ultima domanda: avete iniziato il disarmo? Il suo sguardo non lascia spazio agli interrogativi: il MILF per ora non intende abbandonare le armi.

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