Nell’aereo che da Manila mi sta portando a Zamboanga, la seconda città più grande del Mindanao, nelle Filippine del sud, sono l’unico straniero. Quando arrivo nel piccolo aeroporto, con più di un’ora di ritardo dall’orario previsto, ad aspettarmi c’è Sebastiano D’Ambra, un missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), arrivato in queste terre martoriate nel lontano 1976. E da qui in avanti, sarà l’unico occidentale che incontrerò durante tutta la mia permanenza.

Padre Sebastiano, settantaquattro anni, originario di Aci Trezza, in Sicilia, è un uomo del dialogo. Ha studiato l’arabo e il Corano a Roma, in Egitto e in Arabia Saudita, parla il tagalog filippino e i dialetti di queste isole meridionali, dove ha passato più della metà della sua vita. Anche se, mi dice, “sono stato costretto ad allontanarmi per due periodi”.

“Quando sono arrivato – mi spiega – ho trovato la guerriglia e la situazione era molto complessa. Qui c’è un conflitto in atto tra il governo e i gruppi armati musulmani”. Padre Sebastiano, però, non si ferma alle apparenze. Si fa domande e cerca di comprendere quale sia il contesto. “Ho cercato di capire la loro realtà e la militarizzazione in atto”. Così, nel 1979, dopo un breve periodo passato nella parrocchia di Siocon, nella provincia di Zamboanga del Nord, si trasferisce in un territorio musulmano.La tensione è tanta: “In quegli anni i militari sfruttavano, abusavano ed uccidevano la popolazione locale”.Per quasi due anni padre D’Ambra diventa anche il mediatore ufficiale – riconosciuto dai militari e dalle autorità locali – fra il governo filippino e i guerriglieri musulmani del Moro National Liberation Front (MNLF).

“Nel dicembre del 1979, quando i ribelli hanno sequestrato un’imbarcazione, uccidendo una decina di militari e prendendo in ostaggio venti passeggeri cristiani, ho partecipato alle difficili trattative che hanno portano alla loro liberazione”, mi racconta. “Per molti, però, stavo diventando scomodo. Mi vedevano troppo vicino ai musulmani e questo non era gradito ai militari di Marcos”.Non c’è la certezza. Ma è molto probabile che proprio i militari siano i mandanti dell’agguato avvenuto nella notte del 9 febbraio 1981, quando, per sbaglio, al posto di Sebastiano D’Ambra, viene ucciso un amico filippino del missionario. “La pallottola mi ha sfiorato ed ha colpito un giovane collaboratore”. La situazione è molto delicata e lui è costretto ad abbandonare il Paese. “Questo è stato il mio primo esilio”, mi dice.”Quando sono tornato in Italia ho avuto modo di riflettere sul futuro della mia missione, ma il mio cuore pensava sempre a Mindanao. Per questo ho iniziato a studiare l’arabo e il Corano”. Dopo tre anni, padre Sebastiano torna nelle Filippine e ha le idee chiare: vuole continuare il suo percorso nel dialogo interreligioso. In questo contesto, nel 1984, “ho fondato Silsilah. In arabo – continua il missionario – significa catena o legame. La usavano i sufi, i mistici musulmani”.Un legame tra cristiani e mondo islamico che, padre Sebastiano, nonostante le innumerevoli difficoltà, è convinto di poter costruire.

Ma gli agguati a Sebastiano D’ambra sono sempre dietro l’angolo. Nel marzo del 1992 un comandante del MNLF lo avverte: “Ho l’ordine di rapirti”. Viene preso per poche ore e poi, fortunatamente, viene lasciato andare. Il 20 maggio dello stesso anno scampa ad un altro attentato. Questa volta ad opera dei ribelli musulmani. Al posto suo viene ucciso un altro missionario italiano del PIME, Padre Salvatore Carzedda. La situazione è di estremo pericolo per i cristiani e gli stranieri. E Sebastiano D’Ambra deve rientrare in Italia per la seconda volta. “Ma non potevo rimanerci – mi spiega – il mio posto è qui. Per questo sono ritornato nelle Filippine”.È consapevole dei rischi che corre e in alcune zone non può più farsi vedere. “I tempi sono cambiati e anche qui, come nelle altre parti del mondo, sta crescendo l’odio”. Secondo Sebastiano D’Ambra, “C’è un piano strategico contro i cristiani a livello internazionale”.Nel Mindanao sono attivi diversi gruppi radicali islamici: il più violento è Abu Sayyaf prima legato ad Al Qaeda ed ora vicino ai tagliagole dello Stato Islamico. Ma “il problema più grosso”, mi spiega il missionario, “è che anche le persone più miti sono influenzate dai messaggi di ostilità che arrivano da alcuni leader religiosi del posto”. E per questo, “i cristiani, in alcune parti, hanno difficoltà anche ad andare a messa se non hanno la scorta armata“.La stessa scorta che anche Padre Sebastiano dovrebbe avere. Ma che ha deciso di rifiutare, perché “significherebbe mostrare di avere paura”. Ne è fermamente convinto il missionario che, infatti, ha dedicato la sua vita al dialogo interreligioso.”Bisogna far vedere il nostro coraggio”, mi dice. Un coraggio, quello che Sebastiano D’Ambra testimonia ogni giorno, tanto fuori dal comune quanto esemplare.

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