Il 23 maggio di un anno fa Marawi, nell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, in concomitanza con il mese del Ramadan, si svegliava assediata dai miliziani del Maute e Abu Sayyaf, due gruppi locali affiliati allo Stato Islamico. Il loro obiettivo era quello di creare il primo Califfato nel sud-est asiatico.

Il 17 ottobre scorso, dopo cinque mesi di duri combattimenti, oltre mille morti e quasi 400mila sfollati, la città è stata liberata completamente dall’assedio dei terroristi. Ma ancora oggi, Marawi, è una città fantasma, deserta, completamente distrutta. E non del tutto bonificata dalle trappole esplosive lasciate dai jihadisti e dagli ordigni inesplosi, inclusi quelli lanciati dall’aviazione filippina durante i numerosi bombardamenti.

Le preoccupazioni degli sfollati di Marawi

Proprio per questo, più di 27mila famiglie non possono tornare nella loro città e sono costrette a vivere ancora nei centri di evacuazione forniti dal governo e dalle associazioni umanitarie nella vicina Iligan, ad una quarantina di chilometri da Marawi. E il ritorno alla normalità non sembra essere vicino.

Le autorità, infatti, stimano che la ricostruzione delle infrastrutture e delle abitazioni non avverrà prima del 2020. Ma è anche la modalità di riedificazione della città a preoccupare gli sfollati. Perchè, fino ad ora, non sono ben chiari quali saranno i criteri che verranno utilizzati. La paura degli abitanti, come spiega un reportage del Guardian, è che Marawi possa diventare un centro militare o una nuova Makati – il distretto finanziario più importante delle Filippine –, modificando, di fatto, il loro stile di vita.

Drieza Lininding, presidente del Moro Consensus Group, un’organizzazione della comunità locali, ha detto ad Asia Times che il governo non ha ancora avuto significative consultazioni pubbliche con la gente del posto. “Abbiamo bisogno – ha spiegato – che i residenti colpiti siano ascoltati sin dalla pianificazione dei progetti, in modo che possano rispettare le nostre convinzioni religiose e culturali”.

Ricostruzione in mano alla Cina

Gran parte della ricostruzione della città dovrebbe essere eseguita dal Bangon Marawi Consortium (Bmc), una joint venture guidata dalla Cina. Tra le imprese – nove in tutto, cinque cinesi e quattro filippine – troviamo la China State Construction Engineering Corporation Limited, una società gestita direttamente dal governo di Pechino che, in termini di entrate, è la più grande azienda di costruzioni al mondo. Il contratto per la riedificazione di Marawi, che ancora non è stato ufficialmente assegnato, ha un valore di 17,22 miliardi di peso filippini, circa 328 milioni di dollari.

Scontri in diverse zone del Mindanao

Intanto il problema dell’islam radicale nel Mindanao è tutt’altro che risolto. Per l’intelligence di Manila, infatti, sarebbero ventitré le organizzazioni armate attive legate alle bandiere nere dello Stato Islamico. Abu Sayyaf e il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff) – separato nel 2014 dal Moro Islamic Liberation Front (Milf), la principale forza ribelle delle regione in lotta da decenni per l’autonomia – sono quelle più preparate e contano centinaia di miliziani. In questi mesi, intanto, duri combattimenti tra le truppe governative e questi gruppi sono in corso in più parti del sud del Paese.

Allarme per combattenti stranieri in arrivo

L’allarme è alto anche per la concreta possibilità che i combattenti stranieri asiatici di ritorno dalla Siria e dall’Iraq, possano raggiungere il Mindanao. Secondo Zachary Abuza, esperto di sicurezza del sud-est asiatico del National War College di Washington, infatti, “quest’area continuerà ad essere una calamita per i jihadisti, anche perché alcune zone della regione non sono controllate dal governo e sono in mano ai gruppi armati”. A questo va aggiunto che l’esercito filippino, “nonostante sia più addestrato e dotato di risorse migliori rispetto al passato, non è ancora preparato al numero elevato delle minacce che deve affrontare”.

Le Filippine meridionali, dunque, rimangono un terreno fertile che potrebbe permettere ai miliziani islamisti di continuare la loro folle lotta in questa parte del mondo.