C’è una città, in Africa, dove l’ordine normale della storia è stato sovvertito, dove la vita trascorre in margine alla morte, dove si uccide in nome di Dio e dove si supplica anche la pietà in nome di Dio. È in questa città che è nato e sbocciato, come un germoglio dell’orrore, un esercito nuovo, con a capo una guida che rivendica nuovi confini con vanità di Califfo e tedofora di una violenza plasmata dall’afflato di un male assoluto. E sempre qua la miseria, che vessa un intero continente, non è una tragedia che invoca aiuto, ma la causa con cui il terrorismo allarga le proprie fila, legittimando con il desiderio di vendetta ogni atrocità.

Maiduguri. Ecco il nome della città nigeriana dove una rivoluzione d’odio ha cancellato il passato e infettato la contemporaneità con il seme del dolore.

Boko Haram, la setta jihadista che nel 2002 ha preso vita dalle predicazioni dell’imam Mohamed Yusuf è nata proprio qua, a pochi chilometri dal confine col Ciad. La traduzione in lingua hausa del gruppo islamista letteralmente significa ”l’educazione occidentale è proibita” e questo già rivela l’identità della realtà terroristica che, attraverso proseliti e sermoni, ha attratto sin dalla sua nascita centinaia di adepti affascinati dalla prepotenza di predicazioni contro la corruzione e la dissolutezza dei costumi e soprattutto a favore di un’applicazione radicale della shari’a. Ma, per comprendere meglio il male nigeriano, occorre fare un ulteriore passo indietro, almeno al 1999, quando Olegun Obasanjo divenne presidente del più popoloso stato dell’Africa.

Ex generale, uomo del sud e cristiano, Obasanjo cercò di sovvertire quello che sino ad all’ora era stato l’ordine precostituito della Nigeria che da quarant’anni infatti era in mano a giunte militari che rappresentavano gli interessi del nord del Paese, dirottando i proventi della vendita del petrolio del sud nelle mani delle lobby settentrionali.

Obasanjo ruppe questo stato delle cose, ma nel tentativo di ridistribuire la ricchezza tra il nord e il sud e combattere la corruzione e gli interessi dei gruppi di potere settentrionali, il leader della Nigeria non tenne conto di quella che sarebbe stata la reazione di quest’ultimi che, per preservare i propri introiti e guadagni, separarono il paese, sfruttando la divisione religiosa tra il Nord, a maggioranza musulmana, e il Sud, invece cristiano.

Ed è così che il governo venne messo con le spalle al muro dalle regioni nord che, sotto spinta di politici e affaristi, si ribellarono all’autorità centrale, rivendicando l’introduzione della shari’a. Si trattò di una reazione inaspettata; e fu in questo clima, all’interno del quale nascevano sette e gruppi, che davano vita a manifestazioni di piazza con scontri e centinaia di morti, che iniziò ad affermarsi anche Boko Haram. La setta di Yusuf si fece largo incanalando la rabbia dei giovani, ottenendo finanziamenti anche da parte di figure politiche interne e pure dall’estero e proseguì nell’opera di radicalizzazione e propaganda sino al 2009, anno in cui Yusuf venne arrestato, ucciso in carcere e la guida del gruppo fu assunta da Abubakar Shekau. E da quel momento la storia è nota.

La formazione si votò al jihad, passò dai sermoni alle esplosioni, attirò a sé combattenti della galassia del terrorismo internazionale, arrivò a colpire la base delle Nazioni Unite ad Abuja e, in un climax ascendente di atrocità, alzò sempre più il livello della spietatezza, giungendo a mettere le bombe nelle chiese, nelle moschee, a giurare fedeltà allo Stato Islamico, a rapire le studentesse del collegio di Chibok, sino a compiere l’efferatezza più atroce, l’irrazionale che non trova giustificazioni, neppure in un paradosso apologetico del crimine: impiegare i bambini come attentatori kamikaze. L’ultimo di questi drammatici episodi è andato in scena domenica 11 dicembre, quando due bambine di 7 e 8 anni hanno azionato la cintura esplosiva nel mercato di Maiduguri: proprio là, dove tutto ha avuto inizio.

I banchi distrutti degli ambulanti permangono come muti santuari della tragedia, e la strada che li affianca conduce sino a una spianata di sabbia bianca dove una moschea si staglia. È questo il cuore spirituale della città che gli uomini di Shekau considerano la capitale autentica del loro Califfato africano. Non sono mai riusciti a prendere controllo dell’intero centro abitato, ma è qui, sui minareti che si alzano come canne di mitra puntate contro il cielo, che Abubakar Shekau vorrebbe veder sventolare le sue bandiere nere. Intanto, oggi, alcune macchine circolano insieme ai richò ai piedi del tempio e poco distante, mentre donne con hijab dai colori variopinti portano sulla testa ceste contenenti pane e sacchetti con dell’acqua, un’ armata spettrale di questuanti mossi dalla furia della loro disperazione si trascina da un angolo all’altro della piazza.

Sono profughi, scappati dalla guerra alla ricerca di un approdo sicuro. Ora li chiamano rifugiati, però non hanno raggiunto nessun rifugio, perchè dal male del terrorismo si sono imbattuti in quello della fame. Molti preferiscono vivere in città piuttosto che nei campi profughi, sperando di riuscire così a rimediare una banconota stracciata o un tozzo di cibo avanzato. Cercano, instancabili, rimasugli di pietà negli occhi di chi incrociano e trascorrono le ore plasmati da una drammatica sopportazione del vivere.

”La povertà estrema, la mancanza di qualsiasi bene è la forza principe di Boko Haram. Gli uomini di Shekau, attirano a sé i ragazzi garantendo loro da mangiare, un cellulare e altre piccole cose e poi raccontano che la soluzione per uscire dalla povertà è unirsi a loro, lottare per la loro causa, perché i colpevoli sono gli infedeli, l’occidente e tutti coloro che si oppongono alla loro guerra assassina”. A parlare così è il maestro coranico della madrassa della Moschea centrale, Bashir Modu Barma, che proprio guardando gli indigenti assiepati sul marciapiede vicino al suo centro di studio racconta: ”Le forze degli jihadisti sono infatti l’ignoranza e la povertà ed è grazie ad esse che riescono a reclutare i giovani. Con una manciata di soldi e con interpretazioni false del Corano plagiano i ragazzi. È molto importante che noi, che insegniamo la fede in Allah, facciamo il nostro compito in modo corretto e preciso, perché nel libro sacro non c’è scritto di uccidere e fare guerra, e occorre che i giovani sappiano quindi quali siano i veri valori dell’Islam, che con Boko Haram nulla ha a che fare”.

Miseria assoluta e paura totalizzante hanno plasmato l’identità di Maiduguri. I taxi e le macchine viaggiano su arterie che sono costantemente puntellate da posti di blocco, i piccoli negozi verso l’ora del tramonto si svuotano e i commercianti si affrettano ad abbassare le saracinesche; e pure i mercati all’imbrunire si spopolano. ”A partire dalle 22 scatta il coprifuoco e non è buona cosa stare in giro la notte. Ora la situazione è un po’ migliorata rispetto a un paio d’anni fa, ma c’è sempre l’incubo di un attentato o di un’incursione”. A parlare è Bullama Sidda, che lavora al mercato del bestiame e spiega: ”Abbiamo formato squadre di vigilantes che in borghese controllano chi si aggira tra i banchi, e appena vedono una persona nuova la interrogano e la identificano. Ormai il clima di sospetto e il timore sono una costante, con cui dobbiamo rapportarci se vogliamo sopravvivere”.

I tentativi di ripresa della vita avvengono in punta in piedi, come se una cautela paralizzante rendesse i cittadini sospettosi del proprio presente. E la fiducia non è riposta neppure nell’esercito di quello che è il Paese più popoloso, ma anche più corrotto, d’Africa. Gli uomini della forza regolare, infatti, stanno facendo della paura l’antidoto al terrore: le loro incursioni nei campi profughi e nei villaggi vengono raccontate a mezza voce da una popolazione ormai in balia solo di se stessa. E in una terra dove la guerra si è insinuata nei corpi, sporcando l’anima di chi impone e conduce quel conflitto, ecco che neppure i giornalisti stranieri sono ben accetti.

Infatti è mattina, la città si sta svegliando poco a poco e noi l’attraversiamo per recarci in caserma e chiedere il permesso per entrare in alcuni campi profughi, che sono sotto il controllo dell’esercito. Abbiamo visti e accrediti rilasciati dal Ministero dell’Informazione. Tutto in regola per poter lavorare nel nord ma, dopo un’attesa di un’ora, ecco il paradosso: un ufficiale, col basco in testa e immerso in una camicia madida di sudore, lapidario tuona: ”C’è scritto, su questo accredito, che voi non avete diritto a lavorare in aree militari e quindi voi non avete diritto a stare qua, in caserma. Per questa ragione dobbiamo trattenervi, perché siete entrati in un’area strategica”. Le spiegazioni non servono, l’assurdo è legge e così, condotti in un ufficio, dove ci vengono sequestrati cellulari e attrezzature, trascorriamo ore tra interrogatori e urla, seduti su sedie di legno rivolte a una piccola finestra dalle cui grate scorgiamo il sole che tramonta. Il tempo passa in balia dell’ansia, dell’attesa, dell’isolamento e dell’ignoto. I secondi pesano come ore e la notte sopraggiunge. Prima veniamo condotti in cella, piantonati da un militare, col mitra ben saldo tra le mani, poi veniamo trasferiti nell’ufficio dei servizi segreti. L’ennesimo interrogatorio: l’ufficiale ci guarda dritto negli occhi e si siede di tre quarti sulla scrivania mettendo in mostra l’automatica infilata in modo hollywoodiano nei pantaloni. E, di nuovo, moduli, impronte digitali e, alla fine, l’ordine di lasciare Maiduguri, andare ad Abuja e il tutto nell’arco di 24 ore.

Ci congediamo così da una realtà che non rende onore a nessuno, al punto che le autorità stesse vorrebbero simbolicamente affidare all’Harmattan, il vento che arriva dal Sahara, che soffia incessante, il compito di nascondere con le sue polveri, quel lembo di mondo dove il terrorismo imperversa, lo Stato è inabile e impotente, i profughi sono più di 2 milioni, oltre 20 mila i morti, i danni superano i 9 miliardi di dollari e una carestia senza pari travolge tutto ciò che le si para davanti. E il contingente spinge questa terra sempre più alla deriva di un dolore che rende gli uomini soli, sconfitti e incapaci di concepire la speranza, ormai troppo lontana dal loro orizzonte, anche solo per essere vista come un miraggio avveniristico, cui aggrapparsi per non morire schiacciati da sabbie di rassegnazione senza remissione.

Se questo reportage è stato possibile è grazie ai lettori di InsideOver e all’aiuto e all’impegno di Father  Dr. Anthony C. Dimka. È a lui quindi che va un ringraziamento speciale per averci permesso di recarci in Nigeria e realizzare un reportage che documenta una realtà drammatica che vede migliaia di persone vittime del terrorismo, della fame e del silenzio internazionale.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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