La città di Atma e la Shari’a House sono degli hub di transito e di smistamento dei combattenti nel nord della Siria.

Ma nonostante la funzione di questa base, secondo i racconti di Said – il jihadista pentito che abbiamo incontrato Grozny – risulti essere meramente logistica, anche qui il grado di violenza che caratterizza i miliziani di Daesh è estremo.  È proprio qui infatti che Said guarderà in faccia per la prima volta l’orrore del Califfato. “Tre giorni dopo il mio arrivo ad Atma”, inizia a raccontare Said, “verso le 11 di sera, gli uomini dell’Isis hanno fermato un bus con alcuni rifugiati siriani che si stavano dirigendo in Turchia”. “Li hanno fatti scendere dall’autobus e li hanno portati al secondo piano della Shari’a House”, racconta, “qui li hanno fatti sedere a terra, erano circa 12 persone.

Un jihadista tunisino faceva loro delle domande a proposito della loro religione, chiedeva loro se fossero salafiti”. “Quattro di loro hanno dato risposte sbagliate: così li hanno sbattuti dentro un’altra stanza con delle porte di metallo”, continua. “Poi hanno preso il telefono del quarto ragazzo e hanno trovato delle immagini di alcuni soldati in posa con i carri armati del governo di Assad, assieme ad un video in cui comparivano delle bandiere della Repubblica Araba Siriana”, racconta Said con voce emozionata. “Così hanno iniziato a picchiarlo”, prosegue, “il ragazzo aveva 16 anni, al massimo 17”. Said racconta che dopo averlo pestato, alcuni jihadisti hanno preso da parte alcuni membri del gruppo e gli hanno comunicato che erano tutti liberi di andare, eccetto i quattro ragazzi, che dovevano restare lì. “La mattina dopo i quattro sono stati portati in un luogo poco distante e lì sono stati decapitati” continua il suo racconto quasi sussurrando, con la voce rotta, “poi mi hanno mostrato il video della loro esecuzione sul telefonino di uno dei miliziani, me lo mostravano ridendo, per loro era una cosa normale, divertente”.

A quel punto, racconta Said, “ho iniziato ad avere i primi dubbi su quello che stavo facendo e i primi ripensamenti sul fatto che avevo giurato di obbedire fino alla fine dei miei giorni ad un uomo che neanche conoscevo e sul fatto che loro avevano i miei documenti e che quindi non ero più padrone di me stesso”. “Mi sono reso conto di essere in trappola, non sarei potuto tornare immediatamente indietro o scappare via”, racconta a questo punto Said, “perché avrebbero ucciso e decapitato anche me”. Per questo Said accetterà di essere trasferito, come previsto, dopo 6 giorni, assieme agli altri miliziani, nella “Caucasian House”, la base dei combattenti appartenenti all’Emirato del Caucaso, nella città di al Quaryatayn in Siria. “Qui in due settimane mi hanno insegnato come maneggiare un fucile”, racconta Said, “nel periodo in cui sono stato lì, ci siamo scontrati sia con l’opposizione dell’Esercito libero siriano, con cui ci contendevamo il campo di addestramento, sia con l’esercito di Assad”. “Quando sei appena arrivato”, continua, “non ti mandano immediatamente a combattere al fronte, nelle prime linee, per questo io sono stato assegnato al pattugliamento dei confini”. Said ci racconta della sua vita ad al Qaraytayn. Una vita con poche regole, ma da rispettare alla lettera: non si poteva lasciare la base e l’utilizzo dei cellulari e di macchine fotografiche era proibito.

A tutto il resto, pensava lo Stato Islamico: Said, infatti, non percepiva alcuno stipendio, ma il Califfato provvedeva a tutte le sue necessità, dal cibo all’alloggio, alle armi. Hai mai ucciso qualcuno, gli chiediamo? “No, per fortuna non sono arrivato a questo punto”, risponde sorridendo appena. Ma di esecuzioni a sangue freddo Said ne ha viste almeno due. La prima, appena arrivato ad Atma. Della seconda esecuzione a sangue freddo ci mostra addirittura il video, che ha ancora conservato nel suo telefonino. Nelle immagini che scorrono sullo smartphone si vedono alcuni ragazzi siriani inginocchiati a terra. “Avevano quattordici anni appena”, ci dice Said. Un uomo li stordisce uno ad uno con un colpo secco alla testa, sferrato con il calcio del fucile. Poi la sventagliata di proiettili alle spalle. I corpi esangui delle giovani vittime si accasciano uno dopo l’altro sul pavimento della stanza spoglia con le pareti di cemento armato. “Prima di ucciderli li hanno insultati, li chiamavano spie e infami”, ci dice Said mentre scuote la testa, “la verità è che erano solo bambini”.

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