Durante tutta la sua permanenza ad al Quaraytayn, Said, il jihadista che abbiamo incontrato a Grozny, si sente in trappola. Ci racconta che a quel punto era già totalmente pentito della decisione presa. “Pensavo che sarei andato a combattere una guerra per i poveri, per gli oppressi”, si giustifica. Invece lì c’era l’inferno. Said contatta così sua moglie in Cecenia, ed assieme pensano ad una soluzione per riuscire a fuggire.

“Lo Stato Islamico permette ad alcuni dei combattenti di passare del tempo con le proprie mogli, ad Istanbul”, ci spiega, “qui l’Isis fornisce loro degli appartamenti dove i ragazzi possono passare dei periodi con la propria famiglia, così ho chiesto di poter passare un periodo di tempo con mia moglie, lì ad Istanbul”. Ma, come può il governo turco non sapere che l’Isis affitta interi palazzi ad Istanbul per ospitare i suoi miliziani e le loro mogli, gli chiediamo? Said sorride, e risponde: “Non credo che il governo non lo sappia, ci sono decine di appartamenti affittati da Daesh dove transitano persone da ogni parte del mondo, con le barbe lunghe, quello che succede lì è chiaro e comprensibile”.Said ci racconta che quando viene ferito alla coscia da un cecchino, coglie al volo l’occasione per chiedere di essere trasferito in un ospedale in Turchia per curarsi. In Siria infatti, spiega Said, ci sono degli ospedali in cui vengono curati i miliziani dello Stato Islamico. Ma quando ci sono feriti gravi o operazioni più complicate da fare i miliziani vengono trasferiti negli ospedali statali turchi, dove ci sono ambulanze attrezzate e sale di rianimazione. “I jihadisti scelgono la Turchia perché lì nessuno fa domande, i poliziotti e i medici sanno tutto ma non fanno domande su come ti sei procurato le ferite o da dove vieni: ti curano e basta”, spiega, “le forze di sicurezza turche non sono interessate a quello che succede nell’ospedale”.

Le persone, continua Said, vengono curate anche per lunghi periodi, fino a 6 mesi. “C’è una organizzazione umanitaria turca che aiuta ad affittare gli appartamenti e a pagare le cure ai miliziani feriti, si chiama Imkander”, continua Said. Imkander è un’associazione con finalità umanitarie con sede ad Istanbul in Turchia, che è effettivamente accusata da diversi media siriani e curdi di fornire supporto ai jihadisti di Daesh. Anche il ministro dell’Informazione della repubblica cecena, Djambulat Umarov, che avevamo incontrato il giorno precedente, ci aveva parlato della stessa associazione, e del ruolo che essa avrebbe, inoltre, nel finanziare le attività dei separatisti ceceni e delle formazioni islamiche radicali nel Caucaso.

Dopo un mese a Said viene quindi accordato il permesso di andare ad Istanbul: “Hanno chiamato e hanno avvisato che stavo arrivando”. Gli uomini dell’Emirato del Caucaso gli restituiscono i documenti al confine con la Turchia. Attraversano di nuovo il confine di notte. Alla frontiera turco-siriana, racconta, c’erano molte donne ad aspettare i miliziani. Dopo un mese nell’appartamento messo a disposizione dall’Isis a Istanbul, la moglie di Said partorisce il loro figlio. Così, con la scusa di ottenere i documenti per il bambino i due prendono contatti con il consolato russo a Istanbul e, tramite il consolato, riescono a tornare immediatamente in Cecenia, con un volo diretto da Istanbul a Grozny. Appena arrivato a Grozny, nel febbraio del 2014, Said si è consegnato direttamente alla polizia, e si trova tuttora in carcere a scontare la sua condanna di due anni, ridotta poi ad 8 mesi dalla Suprema Corte cecena.Said ci dice, infine, che non sa nulla di terroristi che si siano infiltrati tra i rifugiati siriani diretti in Europa. Ci confessa però che sa che “quelli che devono compiere attentati in Russia”, non sa dire quanti siano, “vengono addestrati separatamente dagli altri e che non portano la barba o altri segni di riconoscimento per non farsi riconoscere e non dare nell’occhio”. “Ad un certo punto”, continua Said, “ci sono stati alcuni jihadisti tedeschi, che sono andati in Germania e sono tornati nello Stato Islamico portando con sé tre ambulanze, completamente nuove e mai usate prima, assieme a molte medicine. Le ambulanze tedesche, ci dice Said, sono ancora in Siria, e vengono tuttora utilizzate per curare i tagliagole di Daesh.

Gli chiediamo se non ha paura di raccontare queste cose. Said scuote la testa, dice che ci ha raccontato esattamente quello ha visto e che, no, non ha paura di ritorsioni da parte dei suoi ex commilitoni. “Penso che sia un dovere per raccontare agli altri quello che ho vissuto”, ci dice infine, “per evitare che altri ragazzi commettano in futuro lo stesso errore che ho fatto io”.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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