È primo pomeriggio quando saliamo sull’autobus che ci porta verso la periferia di Grozny, dove ci dirigiamo per incontrare le madri di alcuni dei ragazzi che hanno scelto di partire per la Siria.Un viaggio, che per molti di loro è stato senza ritorno. Secondo i dati diffusi nel settembre dello scorso anno dal vice direttore della Sicurezza Federale, Sergei Smirnov, sarebbero almeno 2.400 i cittadini della Federazione Russa ad essersi finora arruolati nelle fila di Daesh. Secondo altre fonti, oggi potrebbero essere fino a sei mila.

Fra loro ci sono anche molti ceceni. Giovani musulmani che vengono reclutati perlopiù attraverso i social network, e che in pochissimo tempo decidono di lasciare tutto e di partire per la Jihad. Spesso sono giovani che conducono una vita normale, divisa tra studio, lavoro e uscite con gli amici. Ma i reclutatori del Califfato ci sanno fare, e così basta poco per convincerli a lasciare dietro di sé la loro vecchia vita e le loro famiglie, distrutte.Lungo la strada, dai vetri del bus, una fila interminabile di case in costruzione testimonia la volontà di rinascita di una città divenuta famosa per due conflitti combattuti casa per casa, strada per strada, e per le immagini dei suoi palazzi letteralmente sventrati dalle bombe. Scendiamo dal bus e ci incamminiamo a piedi lungo una strada sterrata. Bussiamo ad un cancello verde. Quello della signora Asia, una donna che aveva cinque figli, tre dei quali sono morti combattendo nelle fila dello Stato Islamico in Siria.

Asia all’inizio non sembra intenzionata a parlare con noi. Suo marito, ci dice, non vuole che questa storia venga raccontata. A furia di sentirla e di pensarci, si è ammalato al cuore. Alla fine però, la donna si convince, dice al marito che siamo di un’agenzia immobiliare che cerca case in affitto nel quartiere, e per fugare ogni sospetto ci dà appuntamento dopo un’oretta nella casa di fronte, quella del suo vicino.

Abbiamo poco tempo, e così comincia subito a raccontarci la sua storia. Anzi, quella di suo figlio, Risvan, il più piccolo. L’ultimo a morire da jihadista, a 21 anni, nel luglio del 2015 in Siria, sotto una bomba sganciata da un jet della coalizione internazionale a guida americana. “Mi ha detto che andava in Azerbaijan per acquistare dei prodotti”, racconta Asia, “dopo qualche giorno l’ho chiamato al telefono per chiedergli quando sarebbe tornato, ma lui mi ha spiazzato”. Qui Asia non riesce a trattenere le lacrime: “Mi ha detto mamma, mi perdoni? Sono in Siria”. “Ho fatto di tutto per convincerlo a tornare”, ci racconta piangendo, “gli ho chiesto come aveva potuto lasciarmi, anche lui piangeva al telefono, ma mi ha risposto che aveva fatto un giuramento ad Allah e che doveva finire la sua missione”.Asia decide allora di mettersi sulle tracce del figlio, e dopo aver tentato diverse strade, decide di partire lei stessa per la Siria. I due fratelli più grandi di Risvan erano già morti in battaglia due anni prima, quando Asia decide di mettersi in viaggio sulle tracce del figlio più piccolo. Racconta che al confine con la Turchia l’hanno accolta dei jihadisti del Daghestan, che parlavano russo. Dopo essersi sottoposta ai controlli di sicurezza da parte dei miliziani per circa 5 giorni, attraversa il confine e raggiunge il villaggio dove si trova suo figlio Risvan, in Siria.

Al suo arrivo scopre che la moglie di suo figlio è morta per un’esplosione mentre stava maneggiando materiale esplosivo. Scopre anche che Risvan e sua moglie hanno un figlio di un anno e quattro mesi, che a seguito della morte della madre è stato affidato ad una famiglia di jihadisti del Caucaso. Per due mesi Asia si prende cura del nipotino. Racconta che in questo villaggio del nord della Siria, controllato da Daesh, di cui non ricorda il nome, c’erano giovani combattenti di tutte le nazionalità: italiani, tedeschi, inglesi, indiani, giordani. Soli, o con le famiglie. Ci racconta che il giorno che ha attraversato il confine con la Turchia per tornare indietro, 70 tedeschi stavano entrando in Siria pronti a combattere nelle fila dell’Isis.  “Lì non c’era la guerra”, continua, “i combattimenti erano distanti qualche chilometro, la vita era tranquilla e il posto era carino”.

Quando, tornata in Cecenia, apprende tramite un sms inviato da un jihadista, della morte di suo figlio Risvan, la prima persona a cui pensa è suo nipote. Vorrebbe riportarlo a casa, ma non può, perché il piccolo ormai è cittadino dello Stato Islamico.Il bambino non ha i documenti e non può uscire dal paese. Ci dice che per riportarlo indietro ci vuole tempo e denaro, e dice di essere tuttora in contatto con alcuni miliziani dell’Isis per provare a riavere il bambino indietro. “Chiedo a Dio ogni giorno di poterlo rivedere”, ci confessa tra le lacrime. Le chiediamo cosa pensi dello Stato Islamico. “Su di loro ci sono molte opinioni”, risponde, “alcuni pensano che combattano perché hanno fatto un giuramento ad Allah, altri pensano che sono criminali”. “Io so soltanto che nessuna madre vorrebbe vedere il proprio figlio diventare carne da macello”, continua, “avrei voluto che fosse rimasto qui, a casa sua, a crescere suo figlio”.

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