In Bosnia Erzegovina ci sono almeno 3000 estremisti islamici secondo le autorità di Sarajevo, ma la stima è al ribasso.

La presenza jihadista risale ai tempi della guerra di vent’anni fa che ha provocato oltre centomila morti, quando i mujaheddin provenienti addirittura dall’Afganistan avevano formato un battaglione a Zenica. Oggi a Sarajevo è in corso un’udienza del processo contro Bilal Bosnic, l’imam itinerante, che si era fatto le ossa da giovane proprio nell’unità Al mujaheddin durante il conflitto. Bosnic ha aderito al Califfato ed è accusato di aver reclutato volontari per lo Stato islamico anche dall’Italia. Un’inchiesta della procura di Venezia è in corso e le indagini sono affidate ai carabinieri del Ros di Padova.

La Bosnia Erzegovina fa parte a pieno titolo della “Balkan connection”, nome dell’operazione antiterrorismo condotta oggi in Italia ed Albania. “I bosniaci andati a combattere in Siria o Iraq sono 160. Oltre il 90% ha aderito allo Stato islamico e vivono a Raqqa o Aleppo. Trenta sono morti ed una trentina è rientrata in patria” dichiara, Dubravko Campara, il procuratore che sostiene l’accusa contro Bosnic.

Oltre all’estremismo salafita la Bosnia è infiltrata da una possente penetrazione araba e turca. Nell’ambasciata di Ankara c’è addirittura un consigliere religioso e non mancano i nuovi minareti pagati dai turchi. Mai come i sauditi, che hanno finanziato a Sarajevo la più grande moschea dei Balcani dedicata allo scomparso re Fahd. Per filmarla avremmo bisogno di un permesso dell’ambasciata saudita. Quasi tutti dai guardiani, ai venditori all’ingresso portano il barbone lungo ed i baffi rasati tipico dei salafiti. La moschea è un centro wahabita, i duri e puri dell’Islam del regno del Golfo. Sulle bancarelle vendono il velo per le donne, copie del Corano, ma espongono pure con orgoglio la bandiera verde con la scimitarra dell’Arabia Saudita.

A Sarajevo gli sceicchi di Riad hanno investito nel più grande centro commerciale, Al Shiddi, aperto un anno fa. La pubblicità è di taglio occidentale, ma all’interno non si vende alcol.

Ad Ilidza, sobborgo della capitale, i ricconi del Golfo si sono comprati una collina con una trentina di villette bianche della società Ard Al Jazeera. Si fanno vedere ogni tanto con le donne velate di nero dalla testa ai piedi, che parlano solo arabo. I ristoranti si sono adeguati con i menù nella lingua del Golfo.

Per gli arabi la Bosnia è un punto d’ingresso dell’Europa nel cuore dei Balcani. Non a caso negli ultimi due anni i kuwaitiani hanno aperto 200 società a Sarajevo e dintorni.

In Bosnia vivono anche 430mila cattolici, che attendono con gioia la visita del Papa fissata il 6 giugno. “Francesco vuole portare a Sarajevo un messaggio di pace, ecumenico e viene per non dimenticare noi cattolici, che siamo una minoranza” spiega il cardinale Vinko Puljic al Giornale.it. E senza peli sulla lingua lancia un j’accuse: “Ci sentiamo dimenticati da parte dell’Europa, non solo in Bosnia, ma in Nigeria, Pakistan o India. L’Europa non grida, non alza la voce più di tanto se ci sono di mezzo i cristiani”.

TRASPARENZA

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