“Abbiamo determinate informazioni su possibili minacce alla sicurezza per la visita del Papa a Sarajevo”, rivela al Giornale Dragan Lukac, ministro dell’Interno della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia-Erzegovina.

Non vuole dire molto di più, a parte che sono stati segnalati «alcuni commenti in rete sul fatto che il Papa non ha motivo di venire a Sarajevo», ma il ministro è «certo che le forze di polizia della Bosnia saranno in grado di affrontare la questione e garantire la sicurezza della visita».

A Banja Luka, la «capitale» dei serbi, gli estremisti islamici sono considerati un pericolo mortale. Il Califfato ha più volte lanciato messaggi propagandistici sulla conquista di Roma o realizzato fotomontaggi con la bandiera nera che sventola su piazza San Pietro. Una fonte riservata a Sarajevo ammette «che ci aspettiamo ulteriori minacce. L’importanza della visita nella terra di frontiera bosniaca è storica, come la sua delicatezza in questo momento, con l’allarme globale del terrorismo di matrice islamica».

Secondo il ministro serbo bosniaco il problema ha radici lontane, che affondano nella guerra fratricida di 20 anni fa. A Zenica, un’ora di macchina da Sarajevo, si era formato il battaglione Al mujaheddin composto da volontari islamici che arrivavano dall’Afghanistan ai Paesi arabi per combattere contro i serbi. Molti hanno ottenuto la cittadinanza fondando villaggi salafiti come Gornja Maoca nella Bosnia nord orientale. «Il nucleo dei rimasti ha attecchito grazie alle istituzioni musulmane di allora. Altri wahabiti sono tornati nelle loro case dopo la guerra, anche in Republika Srpska – spiega il ministro -. Il risultato è che ci ritroviamo una vasta rete estremista in Bosnia con più centri al di fuori del controllo dello Stato». I gruppi salafiti, dei duri e puri dell’Islam, sono segnalati in mezzo Paese a Konjic, Zenica, Buzim, Velika Kladusa, Osve, Begov Han, Maglaj e Bocinja».

Il rischio maggiore è rappresentato dai volontari della guerra santa che partono per la Siria. «Si conoscono nomi e cognomi di 160 jihadisti, ma secondo le nostre informazioni sono più di 350, compresi i bosniaci che vivono nelle comunità dell’Europa occidentale», dichiara il rappresentante serbo.

Dall’Italia su 58 mujaheddin partiti per la Siria o l’Iraq, 8 sono balcanici e 4 risultano morti in combattimento. Gran parte dei bosniaci fanno parte del battaglione «Mudzahiri Ensarije», i combattenti favoriti da Allah, sotto le bandiere del Califfo ad Aleppo. Ieri è stata annunciata la morte del jihadista Denis Delanovic partito dalla Germania, ma originario di Veluka Kladusa, roccaforte salafita nella Bosnia nord occidentale.

«Le enclave estremiste servono come centro di reclutamento. La Sipa (polizia bosniaca, nda) è al corrente che si addestrano, non alla luce del sole, ma nelle zone circostanti in mezzo ai boschi», sostiene il ministro dell’Interno serbo. I più giovani aderiscono allo Stato islamico, ma gli anziani, come i veterani della guerra contro i serbi, hanno maggiori simpatie per Al Nusra, la costola di Al Qaida in Siria. «Il pericolo è il ritorno dei combattenti dalla Siria dove sono pronti a morire per la guerra santa. Figuriamoci cosa possono combinare in Bosnia e la minaccia che rappresentano per l’Europa compresa l’Italia», sottolinea Lukac.

Alle porte del nostro Paese, il problema non è solo bosniaco e registra inquietanti collegamenti con la criminalità organizzata. Giovanni Giacalone, analista del radicalismo islamico nei Balcani, segnala «la presenza, in alcune aree del Kosovo e dell’Albania, di gruppi criminali che si riferiscono ideologicamente all’Isis e non hanno problemi a farsi immortalare armi in pugno mentre mostrano l’indice verso l’alto» per indicare Allah. Secondo Giacalone «alcuni di questi avrebbero collegamenti con esponenti del crimine balcanico in Italia».

TRASPARENZA

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