A trent’anni dall’ inizio della guerra nell’ex Yugoslavia e dall’assedio di Sarajevo, la situazione nei Balcani, e soprattutto in Bosnia Erzegovina, sta tornando ad essere incandescente. I timori di un possibile ritorno della violenza nella regione balcanica sono dettati da motivi di politica estera: in primis la destabilizzazione internazionale provocata dal conflitto in Ucraina, ma soprattutto da ferite interne mai rimarginate e conti col passato mai saldati. La repubblica Srpska di Bosnia, una delle due entità che compongono la Repubblica Federale di Bosnia, minaccia la secessione, i murales che inneggiano a Putin e Mladic e che infangano la memoria di Srebrenica ricoprono i muri delle città serbe di Bosnia, i nazionalismi stanno ritornando in modo estremamente prepotente e, se a Sarajevo si stanno ricostituendo formazioni paramilitari bosgnacche, intanto Belgrado osserva e soffia sul fuoco dell’irredentismo e dell’identitarismo. Il tutto è esasperato da una grave crisi economica, dall’aumento della disoccupazione, dall’inflazione in continua crescita e dal costo della vita che aumenta giorno dopo giorno. Nonostante i punti di incontro e le similitudini con quanto è avvenuto nei Balcani a inizio anni ’90, ci sono però oggi anche molti  uomini di pace che quotidianamente si oppongono alla retorica dell’odio e alle politiche belligeranti. Tra questi vi è Fahrudin Kuciuk, il più grande autore di libri di infanzia della Bosnia che ha perso sua figlia nel ’92 a causa di una scheggia di mortaio e che oggi si impegna con il suo talento e la scrittura affinchè nessuno debba rivivere più lo stesso dolore che l’ha travolto durante il conflitto.