(Da Addis Abeba) C’è stato un momento in cui l’Etiopia ha visto lo spettro dalla guerra civile avvicinarsi. Dopo tre anni di  proteste, repressioni da parte delle autorità e incertezza politica, nei primi mesi del 2018 il governo di Addis Abeba ha affrontato un bivio pericoloso per il futuro della Repubblica Federale.

Il 15 febbraio l’ormai ex primo ministro Hailemariam Desalegn rassegna le dimissioni, aprendo una nuova fase di contrattazioni all’interno del Partito unico, l’Eprdf rappresentante tutti i movimenti etnici che hanno preso parte alla resistenza contro il regime comunista del Derg.

I tigrini, l’etnia che dal 1991 controlla, direttamente o indirettamente, i gangli politici ed economici del Paese, iniziano un braccio di ferro con la controparte Oromo. Il 16 febbraio l’ennesimo “stato di emergenza” nel Paese sembra la pietra tombale finale nei rapporti inter etnici.

L’Oromia e l’Amara, le due regioni più vaste e popolose dell’Etiopia rispondono con lo stesso modus utilizzato nei tre anni precedenti. Le strade di accesso alla capitale si bloccano, mentre migliaia di persone scendono in piazza a protestare. Carcasse incendiate di macchine con targhe tigrine sono lasciate ai lati delle vie.

Addis Abeba lancia una nuova stretta, migliaia di poliziotti e militari vengono stanziati nelle principali città della protesta. E mentre la tensione continua a salire, nella capitale i rappresentanti dell’Eprdf decidono di cambiare rotta e aprire alla riconciliazione. Così il 2 aprile Abiy Ahmed diventa il primo premier Oromo nella storia del Paese.

Dopo centinaia di anni di colonizzazione Amhara, prima, e tigrina, poi, gli Oromo si trovano alla guida del Paese. Alla guida di una nazione che è sempre di più la locomotiva del continente. Con una crescita stimata nel 2018 al +8,5%, fonte Fmi, l’Etiopia guadagna il ruolo di baricentro dell’Africa, almeno della parte orientale, per interessi economici e politici.

“Oggi è un giorno di festa per tutti gli Oromo”, le parole di Chala, attivista e rappresentante della comunità locale Oromo, “Abbiamo cercato e voluto questa svolta. Tocca a noi”.

L’Oromia è il centro e la bilancia del Paese, dividendolo geograficamente a metà. Stando all’ultimo censimento, del 2005, la regione conta più di 25 milioni di persone ma, dopo il boom demografico degli ultimi anni, le cifre più attendibili si aggirano tra i 35 e i 40 milioni, a fronte dei 100 milioni totali dell’Etiopia.

Come per tutte le regioni della Repubblica federale, anche nel caso dell’Oromia, la cultura e le tradizioni sono peculiari, e peculiari sono state le ragioni che hanno fatto esplodere le proteste iniziate a fine 2015. Generalmente gli Oromo sono divisi in 12 gruppi etnici che vanno oltre i confini dell’Etiopia, toccando anche Kenya e Sudan.

“In linea con i principi del Gadaa, la legge tradizionale, contiamo però cinque grandi famiglie”, ci dice Genemo Shibiru, un Abbaa Gadaa, il rappresentante dei valori e delle consuetudini del Gadaa.

“La struttura degli Abbaa Gadaa è piramidale, con diramazioni in tutte le province e ogni otto anni cambiano i vertici”, continua Genemo.

Il Gadaa, oltre ad essere una consuetudine tramandata per via orale, è soprattutto un sistema a fasce d’età. Esattamente come la bandiera dell’Oromia, “il nero rappresenta i bambini fino a 12 anni, il rosso i ragazzi fino a 25 anni, mentre il bianco sono gli adulti e la maturità”, ci spiega Genemo.

Anche le donne nella cultura Oromo hanno un ruolo. Garibe Tafasa, un’Atete, il corrispettivo femminile degli Abbaa Gadaa, siede sotto all’Odaa, l’albero simbolo dell’etnia: “Amministriamo tutto ciò che riguarda la donna. Se c’è stata un atto violento, siamo noi a giudicare il colpevole”.

Ma, per quanto la tradizione resta un tratto fondamentale nella vita dell’etnia, la colonizzazione interna, durata centinaia di anni, ha reciso molti legami storici tra le famiglie Oromo. Guerre, tradimenti e contrasti politici/economici hanno affievolito il senso comune del Gadaa.

“Certo sono nate differenze tra famiglia e famiglia, ma se si guarda ai fatti più recenti si può vedere come gli Abbaa Gadaa abbiano gestito le manifestazioni, anche contenendole per non farle sfociare in guerriglia”, conclude Genemo Shibiru.

Gli ultimi tre anni di proteste, scatenate dal piano del governo di Addis Abeba di allargare il territorio autonomo della capitale espropriando terre agli Oromo, hanno avuto il reale merito di riunire l’etnia sotto la bandiera di una causa comune. Se le armi in possesso al gruppo rivoluzionario etnico non sono state usate, è anche grazie al rispetto che l’etnia nutre nei confronti degli Abbaa Gadaa.

Mentre gli Oromo si affacciano quindi ai vertici del Paese con un rinnovato senso di comunità, le sfide che si troveranno a gestire saranno le stesse che hanno provocato le proteste. L’Etiopia è una nazione tormentata da un’enorme disuguaglianza sociale, da una fortissima disoccupazione, soprattutto giovanile, e dalla sempre più invasiva penetrazione economica cinese. I passi verso una normalizzazione dei rapporti interetnici nel Paese vengono compiuti quotidianamente, il ritorno dall’esilio dei dissidenti politici e l’imminente fine dello stato d’emergenza ne sono esempi, rimangono quindi da affrontare gli stessi motivi socio-economici che hanno spinto migliaia di persone a manifestare contro il mal governo e la corruzione.

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