Una dipendenza a ciclo continuo. Quando la prima nuvola di fumo denso si ferma nei polmoni, il peggio è già arrivato. Dieci minuti e inizia la ricerca spasmodica di una nuova pietra da ardere per cercare di riprovare quell’onda mortale. Si raschia il fondo del bicchiere dove il fumo è passato, si cercano tracce di un eventuale pezzettino caduto. Prima di ricorrere allo spacciatore; il sovrano del regno dei morti viventi.

Zombie, così tutti definiscono i ‘cracudos’ a Rio de Janeiro. Per lo sguardo spento, le parole diradate e quell’incedere lento verso l’unico obiettivo: una nuova pietruzza di crack da fumare. La dipendenza da questa sostanza è una delle più condizionanti. Pochi giorni e si trasforma nell’unico obiettivo di vita. Tanto da distogliere la mente e l’anima di chi fuma da qualsiasi altro impegno, spingerli abbandonare qualsiasi affetto e isolarsi. Un’isola chiamata cracolandia. Il luogo dove in tanti finiscono per bivaccare, sopravvivere. Spesso nella duplice situazione di tossicodipendenti e senzatetto. Baracche di legno, lamiera e teloni. Materassi infestati dagli insetti. Immondizia ovunque. Quanto basta per una vita fatta di sola droga. Una vita che spesso è interrotta da malattie e infezioni che aggrediscono i corpi indeboliti dalla droga. Economicissima: a partire da 2 real, 50 centesimi di euro.

Avere una cracolandia nelle vicinanze della favela, è una scelta che spetta ai trafficanti. L’unica legge in molte comunità di Rio de Janeiro, è quella dettata da loro. E i criminali in base a valutazioni di convenienza decidono se valga la pena lasciar accampare i tossici nei pressi del loro territorio e incassare i soldi della vendita di droga, o se il rischio che possano attirare l’attenzione di polizia o istituzioni sia troppo elevato. Una terza opzione c’è.

Nella favela Parque Maré, nel Complexo da Maré, la cracolandia, uno dei pochissimi casi, è all’interno della comunità, a pochi metri dalla ‘boca de fumo’, la piazza di spaccio che rappresenta l’eden dei ‘viciados’. Per trafficanti avere una rendita assicurata è un affare. Per l’associazione dei residenti della favela, ospitare i cracudos è un modo per tutelarli. Nella favela, spinti dalla comunità, riescono ad avere qualche regola e una vita più dignitosa. A Parque Marè sono 60 circa. Ma la popolazione si allarga e si restringe di continuo. Vivono e si drogano in una sorta di caos controllato. Fuori da lì, corrono enormi rischi, oltre quelli legati direttamente all’uso della droga. Incidenti stradali e violenza. E non solo, per loro c’è anche la violenza istituzionale, unica soluzione per un problema cui mai realmente si è cercati di mettere mano in maniera strutturata. Non nel rispetto della dignità umana e con l’obiettivo concreto di recuperare i tossicodipendenti e fare prevenzione. A Rio è sufficiente che non siano visibili, che non rovinino l’immagine preparata per turisti e stranieri. Una battaglia che dura da anni.

Quando il crack è iniziato a dilagare tra le strade di Rio, poco più di dieci anni fa, gli effetti sono stati subito evidenti. La dipendenza incontrollabile dalla sostanza, aveva favorito la nascita di decine di cracolandia nei pressi delle ‘bocas de fumo’. I tossicodipendenti non riuscivano ad allontanarsi e rimanevano lì. Alcune favelas divennero punto di riferimento. Jacarezinho, Manguinhos, Complexo da Maré. Comunità a ridosso di strade a scorrimento veloce e dell’Avenida Brasil. In particolare accampamenti sorsero proprio lungo questo importante asse viario importante della città, divenuto ben presto girone dantesco. Luogo di furti, rapine e morte, soprattutto per incidenti stradali. A partire dal 2011 ai rischi tangibili per la società, si aggiunse quello immateriale: l’immagine della città prossima a ospitare Mondiali di calcio e Olimpiadi. Così se per le favelas la soluzione era stata la pacificazione con la Upp, per i cracudos furono avanzate altre proposte. Smantellare alcune cracolandia grazie alla militarizzazione delle favelas non bastava.

Dal 2011, la Prefettura di Rio varò così una legge con l’obiettivo di ‘ripulire’ la città con uno choc: Choque de Ordem, appunto. In nome di questo nuovo ordine, i venditori ambulanti furono perseguiti, i senzatetto cacciati e costretti in centri d’accoglienza lager e ai cracudos toccò “l’internação compulsoria”, internamento forzato. Una sorta di Tso collettivo per i tossicodipendenti che, dopo essere “raccolti” con la forza erano costretti a rimanere in centri di accoglienza sottoposti a terapie mai del tutto chiare. La violenza e la scarsa chiarezza delle terapie fecero scattare l’allarme addirittura dell’Onu che nel 2012 criticò la pratica per “la forma violenta, degradante e disumana attraverso la quale i tossicodipendenti vengono presi e ricoverati”, decretando che “detenzione e trattamento forzato per la privazione della libertà rappresentano una violazione di diritto internazionale sui diritti umani”.

La denuncia arrivò a seguito di segnalazioni da parte di Ong e della commissione diritti umani della prefettura, in merito all’eccesso nell’uso di farmaci per la “contenzione meccanica dei comportamenti devianti” e alla situazione disumana nei centri municipali. Il piano fu per questo sospeso. O meglio, ammorbidito. Bastò però il pugno di ferro dei primi mesi di operazioni, perché molti cracudos si spostassero dalla città e dalle località interessata dalla ‘pulizia’ olimpica. Alcune cracolandia furono accolte nelle favelas. Lontano dagli occhi dei turisti e degli stranieri. Unico vero obiettivo delle autorità.

Foto a cura di Marco Negri reportage photographer: http://www.marconegri.net/ 

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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