A Bangkok è iniziato il più grande processo di sempre contro i trafficanti di uomini. Gli imputati, accusati di aver organizzato un racket finalizzato allo sfruttamento e alla schiavitù di migliaia di migranti, in prevalenza dell’etnia musulmana dei Rohingya, che da anni scappa dalle violenze etnico-religiose dallo Stato Rakhine, nel nord-ovest della Birmania, sono novanta. Tra loro anche diversi personaggi eccellenti, come Manas Kongoaen – ex tenente generale dell’esercito molto vicino al premier Prayut Chan o-cha – ritenuto a capo dell’organizzazione criminale che si occupava del traffico. Secondo la polizia ci sarebbero altre sessanta persone ancora in libertà. Tutti gli imputati, se ritenuti colpevoli, rischiano fino a 15 anni di reclusione e una multa di un milione di bath, equivalenti a circa 25 mila euro.

Fosse comuni nel sud del Paese

Le indagini sono iniziate nel maggio del 2015, quando decine di corpi senza vita non identificabili sono stati ritrovati in delle fosse comuni nel sud della Thailandia, al confine con la Malaysia. La polizia aveva subito arrestato quattro persone sospettate di gestire il traffico di essere umani. Fra queste anche un membro del consiglio provinciale di Songkhla – la zona dove è stata ritrovata la prima fossa comune – e due funzionari locali. A seguito della scoperta, la giunta militare al governo, aveva imposto il blocco marittimo per tutte le navi che trasportavano immigrati irregolari, impedendoli di attraccare in territorio thailandese. Questa politica dei respingimenti, però, aveva causato una vera e propria crisi umanitaria. Migliaia di persone, infatti, erano state bloccate all’interno delle imbarcazioni senza viveri e aiuti di prima necessità.

Business milionario

La Thailandia è da anni al centro di un traffico che fa convergere nel Paese migliaia di immigrati. Nell’ultimo rapporto The Trafficking in Persons (TIP), redatto dal Dipartimento di Stato americano sul traffico umano che fa riferimento ai dati del 2014, viene sottolineato che la tratta illegale di uomini in Thailandia è cresciuto enormemente e frutta alle organizzazioni criminali milioni di dollari. Solo nel 2014, secondo alcune associazioni umanitarie che lavorano in difesa dei diritti umani, i trafficanti – con l’aiuto delle autorità thailandesi corrotte – avrebbero guadagnato più di ottanta milioni di dollari. Un business enorme che il Paese sembra intenzionato a combattere.