Tè, musica pop iraniana e lavoratrici sessuali
Storie underground di Pattaya
Testo Komeil Soheili
Editing Alireza Soltani Koupaei

Nella capitale delle prostitute. Dove la vita vale pochi dollari

“Un dolce iraniano qui a Pattaya, la città considerata una delle capitali del sesso del mondo?”, ho pensato fra me e me. Deve avermi letto nel pensiero. “È un regalo da parte di un cliente iraniano”, mi aveva spiegato nel suo scarso inglese, spesso mescolato al thai e sempre accompagnato da un sorriso. Foam aveva circa trent’anni. Era passato un anno da quando aveva cominciato a guadagnarsi da vivere ed inviare un po’ di soldi alla sua famiglia vendendo sessualmente il proprio corpo. Da allora, non aveva più visto la sua famiglia, che viveva in un remoto villaggio nella parte più a sud del paese. Foam aveva diverse rivali nel settore, ma ciascuna di loro aveva trovato un proprio modo di attirare l’attenzione dei clienti. Per quanto riguardava lei, si trattava di attirare i turisti sessuali iraniani nel suo letto tramite consigli culturali ed alcune parole in Persiano grazie a Karim, il suo nuovo coinquilino iraniano.

Karim, un giovane ragazzo single sulla ventina, aveva lasciato la sua casa a Isfahan, in Iran, per raggiungere l’Australia; o almeno, questo era ciò che mi aveva detto presentandosi quando avevo fatto la sua conoscenza alcuni giorni prima. Aveva aggiunto che Foam aveva per prima scoperto la sua storia, e quando l’aveva condivisa con il resto del gruppo, nessuno aveva esitato ad invitare Karim, che vagava sperduto per il paese, a vivere con loro.

Foam mi aveva raggiunto con un vassoio di tè ed un pacchetto di Nabat, dolci iraniani fatti di zucchero cristallizzato aromatizzato allo zafferano. Dunque, immaginate il mio stupore quando ho visto che il pacchettino riportava queste parole: “Il giusto souvenir per i pellegrini di Imam Reza”. I Nabat sono il tipico souvenir di Mashhad, la mia città natale, meta religiosa famosa fra gli sciiti per il Santuario dell’Imam Reza, una figura essenziale per la storia dell’Islam. Mescolando un Nabat, pensavo all’ironia della situazione. Considerando l’importante educazione religiosa che avevo ricevuto in Iran, essendo parte di quella generazione nata dopo la Rivoluzione Islamica, mi sembrava strano e inopportuno che mi fossero serviti da una lavoratrice sessuale dei dolci conosciuti perché donati ai pellegrini sciiti; così ho sorriso a Karim dicendo: “Spero che le loro preghiere siano state esaudite”. Lui aveva ricambiato il sorriso e si era acceso uno spinello.

Al giorno d’oggi, considerando le sanzioni e l’inflazione in Iran, è tanto difficile preparare denaro a sufficienza per viaggiare all’estero quanto è complicato ottenere visti a lungo termine. Perciò significa davvero molto incontrare un concittadino iraniano al di fuori dei pacchetti turistici in un’altra nazione. Forse è proprio questo il motivo per cui io e Karim siamo diventati presto buoni amici, tanto che mi ha invitato a casa sua. “Io sono ospite qui, ma saranno felici di incontrare ed ospitare anche i miei amici”, mi aveva detto, sicuro che avessimo molto in comune. “Un giorno, devi scrivere la loro storia”, mi aveva chiesto Karim quando gli avevo detto che studiavo giornalismo. “Nessuno le conosce bene, nemmeno quelli che scrivono di loro soltanto per guadagnarsi la busta paga”, aveva aggiunto. Insisteva che non sarebbe sopravvissuto in quella nazione senza di loro, “siamo una famiglia ora!”.

Karim abitava in Thailandia illegalmente. Aveva perso la maggior parte dei suoi soldi e, a causa della sua dipendenza, soffriva di alcuni problemi di salute. Capivo perché Karim rispettasse così tanto quelle ragazze: “Hanno tutte passato tempi terribili, quando incontrano qualcuno di bisognoso lo riconoscono abbastanza in fretta”. Poi, dopo una lunga pausa, aveva aggiunto: “Mi hanno visto sulla loro stessa barca e hanno capito immediatamente che la mia vita era appesa a un filo”.

Ho dato un’occhiata alla stanza che chiamavano casa. La loro roba era sparsa in giro come un dipinto impressionista. C’era un piccolo bagno in un angolo della stanza, separato da un sottile muro di legno. Vicino all’unica finestra della casa vi era un grande lenzuolo bianco, sotto il quale bisognava che tutti si stringessero amichevolmente per coprirsi: “Non facciamo sesso, siamo semplicemente amici”. Karim aveva pensato fosse necessario chiarire con me la natura del loro rapporto. Le altre ragazze avevano riso a questa sua improvvisa dichiarazione e l’avevano confermata arrossendo. Ero sorpreso che nonostante fossero tutte lavoratrici sessuali, e quindi non mi aspettassi che fossero timide o cose del genere, spesso diventavano schive. Forse perché non era orario di lavoro?

Il Nabat sì era sciolto a sufficienza nel mio tè, così ne stavo bevendo un sorso quando un telefono aveva cominciato a vibrare accompagnato da una canzone appena pubblicata da un cantante pop iraniano, Chavoshi. “Qualcuno ti sta chiamando, Karim”, avevo gridato. “Non è mio, è suo!”, aveva detto indicando Kamon, una delle ragazze, probabilmente anche lei sulla trentina, che indossava una maglietta bianca con un disegno di Topolino e degli shorts rosa consumati. “Chubby è una fan di Chavoshi” aveva aggiunto. “Chubby” era il nickname di Kamon, o potrei dire che quello era il modo in cui Karim la chiamava perché era leggermente in sovrappeso; così avevo cominciato a chiamarla Chubby anche io, cercando di entrare in confidenza con il loro gruppo e comportarmi come loro. 

Era una chiamata della bambina di Kamon e – come al solito – il loro discorso consisteva in risate e sorrisi. Chubby mi aveva passato il telefono per parlare con sua figlia: “Suadika (Ciao),” avevo detto, aspettando una risposta. “Suadika” aveva risposto; era la voce di una bambina piccola, intorno ai cinque anni. Avevo continuato la chiacchierata cercando di comunicare nel modo in cui faceva lei, ripetendo le sue parole e aggiungendo alcune frasi in thai-inglese con un gran sorriso. Restituendo il telefono le avevo fatto i miei complimenti: “Che carina che è”, e Chubby mi aveva sorriso compiaciuta.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME

Karim aveva suggerito di andare in spiaggia; probabilmente, il fumo l’aveva svegliato perché sembrava molto più vivace. Kamon e le sue due coinquiline, che stavano controllando il telefono da parecchio tempo, avevano detto di sì e si erano cambiate. Apparentemente, andare in spiaggia significava lavoro, o semplicemente speravano di trovare un cliente mentre erano fuori perché il loro outfit aveva trasformato Chubby, una madre con gli occhi illuminati dalla sua bambina, in una lavoratrice sessuale; del personaggio precedente rimaneva solo il sorriso. Così ce ne siamo tornati in quello spettacolo che è Pattaya, dove tutto pare pulito, pieno di vita e moderno; una città che lavora sodo per eliminare dalla sua superficie scintillante le storie tristi delle vite di queste ragazze. 

Una volta raggiunta la strada pedonale, questa non era più trafficata come prima. Nessuna ragazza ammiccante aspettava fuori dai bar, nessuno schiocco di labbra pubblicizzava una “notte indimenticabile”. Al loro posto c’era polizia ad ogni angolo della città, che controllava che tutto fosse sotto controllo. Si trattava di una semplice strada locale, diventata poi unica nel suo genere dopo aver coniato per se stessa lo slogan “I bravi ragazzi vanno in paradiso, i cattivi ragazzi vengono a Pattaya!

La terza ragazza, Noam, più vecchia delle altre e che quindi ricopriva il ruolo di sorella maggiore, era andata per prima a vedere cosa stesse succedendo. Noi aspettavamo vicino ad un cestino dello sporco pieno zeppo di plastica e panini mangiati a metà. Dopo alcuni minuti, era tornata con la novità: uno stretto familiare del re era venuto a mancare. Per questo erano state vietate molte cose, persino i negozi non potevano più vendere alcol per quella sera. “Non saranno contenti nemmeno di vedere noi” aveva aggiunto Noam in disparte. “Per loro, siamo simboli di gioia!” aveva concluso, sospirando. Ad ogni modo, non mi avevano permesso di chiedere ulteriori informazioni sugli ordini del re perché non erano in cerca di guai!

Non bisognerebbe discutere di politica nemmeno fra amici,” aveva sottolineato Karim; “Il Re non è molto tollerante! Lo temono persino nella loro vita privata”. Avevo già sperimentato il rispetto obbligatorio per il re una volta, in un cinema di Bangkok. Per legge, prima di ogni visione va trasmessa una clip in onore del re; e la gente deve guardarla in piedi. In quel momento stavo vivendo un’altra forma di rispetto forzato al “potente” re! Nessun cliente per le ragazze, e così avevano deciso di sedersi nell’unico posto pulito vicino alla strada. In quel momento Noam aveva preso il suo vecchio telefonino dalla tasca dei suoi shorts inguinali e mi aveva mostrato la foto di un uomo europeo di mezza età. Me l’aveva presentato come il fidanzato che voleva portarla a Londra; dove potessero stare insieme, e lei potesse lavorare come massaggiatrice in un centro estetico. “Posso lasciare questa vita e cominciare a vivere il mio sogno,” aveva aggiunto Noam speranzosa, metà in inglese e metà in thai, ma in qualche modo ero riuscito a capire tutto quello che aveva detto. 

Karim aveva annuito commentando: “Ci sono persone che vanno a letto con loro e promettono di aiutarle, probabilmente presi dai sensi di colpa quando sono completamente ubriachi. A lungo termine, però, queste bugie le fanno stare peggio”. Aveva guardato Noam negli occhi e poi si era girato verso di me, continuando: “Non è il primo per lei!”! Foam aveva proposto di mangiare un gelato ma, non avendo trovando lavoro durante la notte, per salvare qualche soldo le altre non avevano approvato. Karim aveva iniziato ad avvertire un brutto mal di pancia; non sapevo né avevo chiesto perché, ma immaginavo fosse un effetto collaterale della sua tossicodipendenza. Aveva detto che sarebbe passato nel giro di poco tempo, invece era peggiorato. Avevo dovuto aiutarlo a tornare alla loro cosiddetta casa. Sulla strada per il ritorno, ci siamo fermati in farmacia a comprare delle pillole.

Aprendo la porta, avevo notato un “ladyboy” (così vengono chiamati i travestiti in Tailandia) che dormiva sul loro divano. Nessuno aveva detto niente, ma avevo il presentimento che si trattasse di un/una loro collega che a volte lavorava in casa loro quando non c’era nessuno. Karim si era sentito meglio dopo aver preso le pillole e si era versato un bicchiere di acqua, iniziando a parlare con le altre. Tutto il gruppo era preoccupato per i problemi economici che avrebbero dovuto affrontare a causa delle nuove misure temporanee. Era chiaro che facevano affidamento sui soldi di ogni notte. Karim aveva provato a portare una ventata di ottimismo: “Buddha vi aiuterà; Buddha è gentile!”. Mi aveva spiegato che le ragazze erano fedeli buddhiste e che questo tipo di consolazione era molto rincuorante per loro. Più tardi, capii che provenivano tutte da famiglie religiose: i genitori di Foam erano musulmani e le altre erano buddhiste. “Certo che le loro famiglie e i loro bambini sanno quello che fanno; è un segreto condiviso che ognuno di loro ha deciso di accettare senza parlarne,” mi aveva detto Karim in persiano, per non far intendere alle altre la nostra conversazione. Foam se ne era andata nel bagno per farsi una doccia, o meglio, per pulirsi; aveva usato poca acqua, così che questa non allagasse la stanza.

 

Dopo qualche istante, Mohsen Chavoshi aveva nuovamente iniziato a cantare il poema di Rumi:

“Dimentica la zona protetta.

Vivi dove hai paura di vivere.

Distruggi la tua reputazione.

Sii celebre.”

Foam si era coperta con un asciugamano ed era uscita dal bagno per rispondere al telefono; per un po’ era rimasta seria e ricurva sul cellulare, poi il suo mento si era aperto lentamente in un gran sorriso. Potevo vedere i suoi occhi diventare più brillanti. “Ho trovato dei clienti! Due iraniani che ho incontrato prima, ora vogliono passare la notte con me!”. Dopo aver riattaccato aveva condiviso la notizia. Erano diventati tutti più allegri e si erano congratulati con lei. Karim le aveva dato una pacca sulla spalla: “Ce l’hai fatta, sei tu la principessa!”. Lei gli aveva sorriso.

In seguito alla sua partenza, potevo persino percepire della gelosia nell’aria. Dopo aver fissato un appuntamento per vederci il giorno seguente, anche io li avevo salutati. Tornando al mio dormitorio, pensavo al ruolo da principessa che stava per ricoprire nel corso di quella notte! Pensavo a quei miei due concittadini che stavano dando loro di cui nutrirsi e le stavano finanziando grazie al loro modo di viaggiare. Pensavo alla parola “libertà” associata a questo tipo di esperienze, che ovviamente terminano con la schiavitù di queste ragazze. Centinaia di pensieri e persino sensi di colpa mi avevano assillato fino al mattino.

 

È difficile pensare che delle lavoratrici sessuali costituiscano il 10% del PIL della Thailandia. È il sistema che le porta a questa vita, o sono le loro scelte? O forse dovrei cercare nella storia? O ancora, la colpa è delle forze statunitensi che hanno definito questo posto come il loro “riposo e svago” durante la guerra del Vietnam? Oppure devo prendermela con i giapponesi, che hanno usato ragazze come loro per creare i loro famosi campi delle “donne di conforto” durante la seconda guerra mondiale? Vogliamo puntare sul ministero della salute che ignora il fatto che in larga parte queste ragazze siano affette da HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili? Mi è permesso incolpare il re? O quelle altre persone che supportano questa economia con il loro modo di divertirsi? Sii realista; non puoi cambiare niente!”, mi sono detto. “Questa situazioni ha radici profonde, cosa può fare un singolo individuo?”. Ho dovuto quasi tentare di convincermi in questo modo per poter dormire. Mi sono ricordato di quel pacchettino di zafferano che mi ero portato dall’Iran.