Taranto, macerie

Taranto, macerie

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Entrando nella chiesa di Gesù Divin Lavoratore, nell’omonima piazza del rione Tamburi di Taranto, l’occhio incontra un grande mosaico dorato che domina la navata. Gesù Cristo poggia sul ponte girevole, indice destro volto al Signore, mano sinistra verso quel che sembra un impianto siderurgico; dal basso gli rivolgono lo sguardo casalinghe, operai, impresari, marinai e studenti. Apparentemente non partecipe dell’adorazione un pescatore dà le spalle e rattoppa le reti. Il passato di una piccola città di mare di contro al miraggio industriale che doveva renderla una delle più prospere del Mezzogiorno. Il mosaico risale al 1967: l’Italsider (ovvero l’ex-Ilva) era ormai aperta da tre anni, la prima pietra ne era stata posata già da sette, ed intanto che i rapporti dell’ufficiale sanitario Leccese sulla salute venivano ignorati si iniziava già a parlare dell’ampliamento dello stabilimento siderurgico per far fronte alla prevista crescita della domanda d’acciaio. La messa di Natale del 1968 sarebbe stata poi celebrata da papa Paolo VI tra gli altiforni e poco dopo il quartiere esplicitamente operaio che già da due anni sorgeva sul versante Nord del mar Piccolo avrebbe preso il nome del pontefice. 

Costruito a partire dal tubificio che avrebbe fornito i tubi per l’Agip di Enrico Mattei, lo stabilimento siderurgico con la sua presenza avrebbe influenzato, se non dettato, lo svilupparsi dell’intera città di Taranto. Uno sviluppo disorganico, votato alla subalternità di un sito industriale privo di radici in una forte imprenditoria locale, figlio del boom economico di una piccola Italia impaziente di sedersi al tavolo dei grandi al pari degli altri paesi CECA.

Voluto, richiesto, contrattato, l’arrivo dell’Italsider a Taranto trascinerà la città dei due mari fuori dai difficili anni ’50 incamminandola su un percorso lastricato ad un tempo di ricchezza, frammentazione e sperequazione sociale, occupazione, partecipazioni statali, acciaio, crescita economica, espansione urbanistica, speculazione edilizia ed inquinamento.

Lungo via Lisippo, tra le case popolari, dal 2001 si trova la “Targa della maledizione”: testimonia la sensazione di abbandono degli abitanti da parte di coloro che possono fare. Eppure a porre l’attenzione sulla pericolosità per la salute delle emissioni di grandi impianti industriali fu, per Taranto, l’ufficiale sanitario Alessandro Leccese già nel 1964, medesimo anno dell’entrata in funzione dell’acciaieria. Negli anni successivi rapporti sul tema continueranno ad essere redatti, pur suscitando interesse solo parziale.
Giovanni Guarino, tra i fondatori nel 1977 della cooperativa teatrale CREST. Dal 2009 essa opera l’Auditorium Tatà presso i Tamburi, ricavato in un edificio universitario abbandonato ottenuto in concessione d’uso dalla Provincia. Dei libri alle spalle di Giovanni circa una quarantina sono recuperati dalla biblioteca del Circolo Italsider del Paolo VI, che vide la fine durante gli anni dell’Ilva dei Riva. Anch’essi sono piccoli frammenti di ciò che rimane della parabola Italsider.

Così Tarde vivrà sulla propria pelle il boom economico con tutte le sue più laceranti contraddizioni. Ma cosa resta oggi del grande sogno del siderurgico tarantino?

Intanto che Acciaierie d’Italia rincorre l’Autorizzazione Integrata Ambientale, alle pendici degli immensi sarcofagi a copertura dei parchi minerari dello stabilimento, al cospetto del camino E312, Il rione Tamburi si allunga immobile lungo via Orsini esattamente come nel novembre del 1960, quando venivano consegnati i complessi abitativi popolari che oggi affacciano sulle collinette ecologiche. Sulla sponda settentrionale del primo seno del Mar Piccolo alti come cattedrali i complessi in cemento del Paolo VI campeggiano isolati da una città cui sembra che non appartengano.

Forse due realtà periferiche “altre”, psicologicamente fuori dalla città, che non si percepiscono più come tale, possono testimoniare oggi, con quel che si portano addosso, cosa è rimasto del sogno dell’acciaio di Taranto.