IL FAR WEST IN CONGO
Cappelli a tesa larga, stivali di pelle a punta, cinturone con fibbia prepotente, camice a scacchi, foulard legato intorno al collo e una congenita predisposizione all’avventura e ai modi sbrigativi per risolvere le controversie. Nell’immaginario collettivo questi sono l’outfit e l’attitudine dei cowboys statunitensi, figure rese iconiche dalla cinematografia, dalla letteratura e dal fumetto e che senza difficoltà collochiamo nei territori del Texas o del Kansas. I mandriani però non sono una componente soltanto dell’iconografia degli Stati Uniti d’America, lo sono pure del Congo degli anni ’50, quando nell’allora colonia belga, cowboys tropicali invasero le strade e presero il controllo di interi quartieri della capitale.
A Kinshasa, che all’epoca si chiamava Leopoldville, ed era un’appendice di Bruxelles, alla popolazione locale era concesso, come unico svago, soltanto poter andare al cinema e all’epoca i film trasmessi in Congo erano quasi ed esclusivamente pellicole western. In brevissimo tempo, tra i giovani della capitale congolese il mito del Far West divenne una vera e propria malattia, Henry Fonda e John Wayne assursero a idoli da emulare e si formarono per le vie di Leopoldville bande di giovani che vestivano alla moda dei cowboys delle praterie. Alcuni ragazzi arrivarono ad indossare gillet in pelle, altri aggiunsero speroni rimovibili agli stivali, i più audaci, addirittura, portavano pistole a tamburo nella fondina e i quartieri sotto il loro controllo presero il nome di “Santa Fe”, “Django”, “Gringo” o “Sheriff”.
I CONGO BILLS
Bills è il nome che venne dato alla sottocultura dei cowboys congolesi, ma non fu solo una moda: fu storia. Si, perché con la loro attitudine ribelle e anche violenta, con la loro avversione all’autoritarismo coloniale e incendiati dall’insofferenza per le ingiustizie legalizzate dell’amministrazione europea, i Bills furono tra i pionieri del movimento indipendentista congolese e la rivolta che a un anno di distanza avrebbe portato alla fine del potere europeo sul Congo incominciò proprio una sera del 1959, all’uscita di un cinema della capitale, dove tutti i Bills si erano ritrovati per assistere alla prima proiezione di “Sentieri Selvaggi” di John Wayne.
Non è questa una nota di colore tra le pieghe della decolonizzazione, tutt’altro, è il colore della storia che però, il più delle volte, rimane invisibile, occultato dai bianchi e neri della storiografia generale. E queste sfumature, capaci di svelarci particolari e dettagli che mostrano gli uomini negli eventi e restituiscono la sacralità dei nomi e la ricchezza dei particolari, per scovarle necessitano di uno sguardo sensibile e per descriverle la sensibilità di uno sguardo che sappia vedere ciò che è precluso ai più. E così erano lo sguardo e la sensibilità di Daniele Tamagni, fotografo nato a Milano nel 1975 e prematuramente scomparso nel 2017 che ha raccontato il Congo, l’Africa e il Sud America concentrandosi proprio sulle mode e sugli stili di vita e ricercando nel dettaglio dell’accessorio l’accesso all’essenziale.
“Ospitare una mostra di Daniele Tamagni e ripetere con intenzionale insistenza il suo nome significa ringraziare l’artista e chi ha concesso altra occasione alle sue opere, riconoscere nella tensione e nella coerenza della sua ricerca una via di accesso a un’etica dell’immagine e a una coscienza della simbolica che convenzionalmente e forse sbrigativamente deleghiamo al professionismo dell’arte, della moda, del design come fossero settoriali ambiti di estetizzazione della società trascurandone, invece, l’ancestrale sottofondo di un desiderio e di una manifestazione del vivere oltre la sussistenza, oltre la mera necessità dell’esserci e, così facendo, di divenire umani riconoscendoci in tali gesti”.
Con queste parole Gianfranco Maraniello, direttore del Polo Museale del Moderno e Contemporaneo del Comune di Milano, ha presentato la mostra di Daniele Tamagni Style is Life, visibile sino al 1 aprile a Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6. L’esposizione, curata da Aida Muluneh e Chiara Bardelli Nonino, promossa e organizzata dalla Daniele Tamagni Foundation in collaborazione con il Comune di Milano è la prima retrospettiva del fotografo lombardo vincitore di prestigiosi premi di fotografia internazionale come il Canon Young Photographer Award nel 2007, l’ICP Infinity Award nel 2010 e il World Presso Photo Award nel 2011.
In mostra 90 fotografie, tra cui numerosi scatti inediti, e molteplici reportage realizzati in oltre sette anni di lavoro sul campo, aventi come comune denominatore un fotogiornalismo con un’ importante cifra autoriale, focalizzato sull’analisi e sul racconto degli stili di strada, del valore politico e sovversivo delle mode, dell’equazione finale per cui “lo stile è vita” se vettore di un messaggio plurale, spesso di rottura, sempre di protesta.
I SAPEURS CONGOLESI
Camminata dinoccolata, abiti eleganti ed appariscenti, orologio da taschino con immancabile catenella d’ordinanza, pipa in bocca, scarpe in pelle tirate a lucido e uno stile immancabilmente dandy. Non siamo in Francia o in Inghilterra a metà ottocento, ma anche in questo caso, così come era per i Bills, siamo in Congo e gli esteti africani che passeggiano per le vie di Brazzaville, la capitale del Congo francese, ritratti da Daniele Tamagni sono i Sapeurs, ovvero gli appartenenti al movimento della Sape – Societé des Ambianceurs et des Personnes Elégante.
Le origini del movimento sono ancora dibattute e i punti fermi in merito al fenomeno dei gentleman congolesi non sono molti, certo però è che la cultura dei Sapeurs si è sviluppata nella capitale del Congo francese Brazaville e poi si è diffusa anche sull’altra riva del fiume Congo, a Kinshasa, dove ha acquisito un considerevole peso specifico negli eventi della storia recente del Paese africano. A partire dagli anni ’30 e ’40 la Sape ha iniziato a diffondersi a Brazaville e i suoi membri si sono fatti promotori di canoni e regole ben precise: l’acquisto di determinati abiti di alta sartoria francese, uno stile di vita basato sui codici dell’edonismo e un portamento elegante col quale sfoggiare i capi europei. Ma non era emulazione del colonialismo, al contrario, ne era competizione: utilizzare usi, costumi e modi di fare delle madrepatrie per elogiare “la blackness”, l’orgoglio africano: assumere gli stili europei, affermarsi con essi, padroneggiarli meglio dei colonizzatori e mostrare alla società locale che l’eleganza è quindi prerogativa nera.
Quando il fenomeno ha attraversato il fiume ed è sbarcato nella ex colonia belga, all’epoca Zaire, ha assunto poi i connotati di una cultura di protesta contro il regime di Mobutu Sese Seko. Dal momento che il tiranno congolese, attraverso il suo progetto di zairizzazione, voleva mettere al bando e cancellare ogni retaggio della cultura europea, dichiarò fuori legge anche tutti quei capi che in qualsiasi maniera richiamavano il passato coloniale.
Ed è così che i Sapuers divennero icone di resistenza al regime, sfidarono l’autoritarismo del Leopardo indossando abiti proibiti, ne subirono la persecuzione, gli arresti e le torture ma alla fine ne celebrarono la caduta in quella che è passata alla storia come la notte delle cravatte. Il 24 aprile 1990, il giorno in cui Mobutu annunciò la fine del partito unico, dichiarò ci sarebbe stato spazio per una stampa libera, per i sindacati e che si sarebbero tenute libere elezioni, una moltitudine di persone esultò e in sfregio alle sue leggi anti-occidentali si riversò nelle strade di Kinshasa indossando una cravatta: simbolo dello stile europeo, stendardo dei Sapeurs.
I Bills come i Sapuer sono la rappresentazione iconica di come la moda, talvolta, sia, a tutti gli effetti, molto più che semplice manifestazione di gusto estetico e questo paradigma Daniele Tamagni non solo l’ha compreso ma l’ha anche posto al centro della sua ricerca sull’uomo. Se per motivi anagrafici non ha potuto raccontare il fenomeno dei cowboys d’Africa, il fotografo lombardo però non si è fatto sfuggire il mondo dei dandy congolesi andando a ricercarli oggi e trovando in loro una chiave di lettura per comprendere un Paese e un continente: una narrativa lontana dagli stereotipi e dai luoghi comuni, e per questo più autentica, sorprendente e necessaria.
I lavori fotogiornalistici del reporter milanese e che sono visibili nella mostra, riguardano anche i metallari del Botswana, le cholitas boliviane, le giovani crew di Johannesburg cresciute e sviluppatesi in contesti repressivi e discriminatori oltre a una sezione dedicata alla settimana della moda di Dakar. E guardando questi lavori si apprezzano e introiettano le parole di Aida Muluneh, co-curatrice dell’esposizione che ha riassunto così l’opera di Daniele Tamagni e il suo ruolo di narratore attraverso le immagini del nostro presente: “Con ogni fotogramma di Daniele, è chiaro che non era un fotografo che si limitava a cogliere momenti distaccati dall’ambiente o dalle persone. Si è immerso in ogni istante, posizionandosi in modo unico come fotografo straniero che dà valore alla costruzione di relazioni con i soggetti. Daniele ha intrapreso una missione per dimostrare che l’Africa è ricca di diversità ed ospita molte storie non raccontate”.