MOLDAVIA PERDUTA
Le immagini della Spoon River sovietica
Testo di Michela Ag Iaccarino
Fotografie di Zaharia Cusnir

Moldavia perduta

Un giorno d’aprile del 2016, una primavera pallida dal sole stanco, un giovane che si mette in cammino per le montagne patrie per contare le case abbandonate dei villaggi scomparsi del suo Paese, la Moldavia. “Amo perdermi nei luoghi abbandonati, parlare con i vecchi rimasti, per questo a volte salto le lezioni in Accademia”. Si chiama Victor Galusca, ha 26 anni e una macchina fotografica al collo. In una delle abitazioni vuote, dalle porte lasciate spalancate dal vento e dalle finestre rotte dall’incuria, il ragazzo vede qualcosa che scintilla tra polvere, muffa e squallore. È un bagaglio chiuso.

Contiene un fortunato imprevisto, uno sbalorditivo ritrovamento: 4mila negativi fotografici. Una valigia, racconta Victor, che nessuno da oltre vent’anni ha mai più aperto e che è riuscita a custodire per decenni un intero mondo scomparso: migliaia di volti, vite, ritratti di una Spoon River sovietica, un intero villaggio ormai perduto per sempre, Rosietici, di cui nei dintorni non esiste più alcuna traccia. L’unica prova dell’esistenza del paesino e della sua storia era in quegli scatti. È cominciata così l’amicizia tra il giovane studente di fotografia, e Zaharia Cusnir, il vecchio fotografo morto decenni prima: per caso, ma è proseguita con sacrificio nei tre anni successivi, quando Victor ha sviluppato uno per uno tutti i negativi ritrovati quel giorno di primavera.

Ultimo di 16 figli, Zaharia Cusnir è vissuto e morto a Rosietici, distretto di Soroca. Nato nel 1912 in una terra che faceva parte dell’Impero russo, Zaharia crebbe nel villaggio che diventò parte della Romania, per divenire infine sovietico quando diventò adulto. Fu subito bollato dai comunisti come edinolichnik, come tutti i contadini che rifiutavano la collettivizzazione forzata. La vita gli mostrò il suo lato morbido quasi mai. Zaharia provò a fare l’insegnante per essere licenziato dopo un anno. Si oppose ai rossi e finì in prigione. Quando lasciò la cella, scontati i tre anni di pena, iniziò a trascorrere le ore con pecore e sassi in un kolchoz, fattoria collettiva.

Solo a 43 anni l’inquietudine che sembrava abitarlo si placò quando suo nipote, di ritorno dalla leva militare, gli insegnò ad usare la macchina fotografica e a trovare una vocazione nata con la sovietica Ljubitel’ tra le dita. Zaharia cominciò da allora a immortalare tutti gli abitanti di Rosietici a cerimonie, matrimoni, feste, battesimi, funerali.

Era estremo, singolare e veniva considerato dagli abitanti solo come la marca della macchina sovietica che usava. Ljubitel’, in russo: amatore. Un amatore di fotografie, un individuo eccentrico, “lo scemo del villaggio”, che battagliò tutta la vita contro la sbarra dritta che il regime sovietico chiedeva di mantenere, contro l’alcolismo e, senza saperlo, contro la Storia che si sarebbe portata via non solo lui, ma l’intero paesino. Morì poco dopo la dichiarazione d’indipendenza del suo Paese, nel 1993.

Gli anziani fuori fuoco in primo piano, sullo sfondo una netta e luminosa troika di giovani donne dal capo velato. È l’immagine di Zaharia che Victor ama più delle altre, “dove combina fotografia e filosofia: il fuoco rimane sulle persone più giovani, il futuro del paesino. Ma sono tutti scappati altrove”. Epopea slava in cellulosa. Rimasti al buio per quasi mezzo secolo, come modelli immobili nella luce naturale del sole dell’epoca, gli abitanti sembrano quasi statue. Paesaggi rurali dell’era delle Repubbliche socialiste, rari se non impossibili da rintracciare nella narrazione ufficiale trasmessa. Nell’album della cortina di ferro registra il carnevale di Capodanno di maschere antigas della Guerra Fredda. Una ragazza con il berretto da marinaio, colbacchi sulle teste di tutti anche d’estate.

Un uomo che posa accanto a una bottiglia di vino che ha svuotato nel suo stomaco come altri sarebbero fieri di sedere accanto a un trofeo. Scatti sgombri, solo volti, ormai diventati epitaffi. Facce che si rifiutano di raccontare la versione disgraziata dei destini che attraversano. Ritratti che sembrano preghiere contro l’abbandono. Quasi tutti gli abitanti sorridono, scalano il recinto dello scatto, rovesciano la lettura superficiale che si potrebbe avere di quelle apparenze.

Fermi e sereni, posano: non sospettano la disintegrazione velocissima che avrebbe inghiottito la loro comunità. Due mani che reggono dei tappeti che fanno da sfondo a un volto smunto ma felice. Un linguaggio semplice, evocativo e puro. Gli abitanti del villaggio guardano l’uomo che sta per scattare la foto e ora, decenni dopo, continuano a fissare noi. Possiamo chiedere alla ragazza che guarda in alto e sorride come si chiama e darle poi il nome che vogliamo perché non sapremo mai quello vero.

Neonati che hanno per culla bacinelle. Divise, pipe. Bambini troppo piccoli per pedalare le bici sovietiche Ukraina, pantaloni troppo grandi che si tengono su con le pinze di ragazzi dai denti rotti o neri, sigarette papirosy tra labbra secche e ceree.

Un’espressione uniforme sui lineamenti di tutti, il codice comune della disperazione, per ogni contadino e allevatore. Padri e madri stanchi, tutti rigorosamente poveri, una vita incastonata nell’altra. Il fermo immagine di una vacca trascinata dalla contadina alla centrale collettiva del latte con alle spalle la tabella dei risultati della produzione, diario quotidiano per premiare gli stakanovisti e punire gli sfaccendati che arrivavano ultimi nella lista.

Dal 1955 al 1970, in un flusso perpetuo, Zaharia continuò il suo monologo fotografico con quel paesino da cui era considerato solo “lo scemo del villaggio”. Senza lo scemo oggi però del villaggio non ci sarebbe più memoria. Il suo è rimasto un eterno esordio, la sua arte non fu mai colta da alcuno mentre era in vita, ma le sue foto sono arrivate ben oltre le sue intenzioni. “Colmano un vuoto visuale sulla vita sovietica rurale, fanno parte della storia e non appartengono a me, queste foto sono un bene collettivo” dice Victor.

“Comprava rullini facendosi pagare per le foto che scattava per le carte di identificazione obbligatorie per la burocrazia della polizia comunista” racconta lo studente, ma quegli spicci non li destinava mai a una famiglia per cui è stato molto difficile amarlo. “Immondizia di cui nessuno ha bisogno”. Sono state le parole che la figlia di Victor ha pronunciato quando le è stato chiesto il permesso di stampare l’opera del padre. Le foto sono cimeli di un burbero che le infliggeva paura e rabbia, comportamenti assurdi e insopportabili.

Prima di morire nell’estate del 2019 la figlia ha raccontato a Victor delle scorribande alcoliche di Zaharia, che tornava barcollando a casa dopo le sue “esplorazioni fotografiche”, con addosso l’odore del liquore domestico spacca-viscere della zona. La madre Daria urlava quando Zaharia tirava in aria gli spiccioli guadagnati, perché fotografava sopratutto i poveri che non potevano pagarlo e “non potevano essere d’esempio per nessuno”. L’amore per la fotografia non aiutò mai Zaharia a combattere un demone ad alta gradazione, una guerra che Zaharia ingaggiò con la bottiglia ma che l’alcol alla fine vinse comunque. Liquore e immagini: sua figlia non li ha mai distinti e non ha sentito, fino alla fine, la necessità di trovare una risposta o perdonare il padre, neppure attraverso la sua arte.

Sono passati solo sessant’anni da quelle foto. Le persone tagliano le loro radici per soldi e vanno via, in Moldova le persone non apprezzano le cose antiche, hanno bisogno di qualcuno che gli mostri che il loro passato non sia immondizia” dice Victor, che ha scoperto da solo la valigia di Zaharia tra paesaggi lunari e deserti, ma ha deciso poi di spalancarla al resto del mondo. Ha scannerizzato le foto e le ha infilate dove tutti avrebbero potuto vederle: è l’ultima incarnazione digitale della Spoon River sovietica che scorre su Instagram. Raccontatori di storie e mondi perduti: quello vivo che sa di esserlo, quello morto che non l’ha mai saputo.

Il villaggio scomparso riverbera nel mondo virtuale, quello reale invece è avvolto da un silenzio sepolcrale, rimane abbandonato, è abitato dagli ultimi 30 vecchi dalle case cadenti, capelli color ovatta, capre e canne da pesca, moltissime rughe. Le persone hanno cominciato a riconoscere i loro parenti negli scatti di Zaharia. Hanno scritto alcuni dei loro nomi. Questa potrebbe essere la più bella informazione della storia ma è solo l’inizio, il mio piano è ricostruire il villaggio” dice Victor.

È l’anatomia delle somiglianze tra Victor e Zaharia, fondata su un incontro casuale tra montagne in cui nessuno passeggia più. Entrambi fotografi, entrambi innamorati del loro paese, del tempo che lo sorpassa e che hanno cercato di trattenere.

Testo di Michela Ag Iaccarino
Fotografie di Zaharia Cusnir