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Società

Singapore, giungla urbana e umana

(Da Singapore) – I grattacieli che circondano Marina Bay danno l’impressione di trovarsi a Manhattan. Le geometrie utilizzate per occupare ogni spazio urbano, le luci che di notte illuminano le silouette di edifici futuristici, le strade che tagliano i quartieri...

(Da Singapore) – I grattacieli che circondano Marina Bay danno l’impressione di trovarsi a Manhattan. Le geometrie utilizzate per occupare ogni spazio urbano, le luci che di notte illuminano le silouette di edifici futuristici, le strade che tagliano i quartieri in più distretti: tutto questo, invece, richiama alla mente le metropoli asiatiche del calibro di Shanghai, Tokyo, Seoul. A Singapore c’è però un aspetto unico nel suo genere: una simbiosi pressoché perfetta tra il binomio vetro-acciaio e natura.

Già, perché Singapore è un piccolo puntino disegnato sull’estrema punta meridionale della penisola malese, a poco più di 150 chilometri a nord dell’equatore. I palazzoni convivono con sprazzi di verde, in mezzo a strade liscissime che si snodano tra bougainvillea e palme.

Si arriva atterrando all’aeroporto Changi, in vetta a tutte le classifiche che selezionano gli scali migliori del mondo. E non è difficile capire il perché, visto che, oltre ai tradizionali duty free e ai banconi per effettuare i check in e imbarcare i bagagli, l’infrastruttura ospita giardini, locali per la ristorazione e vendita al dettaglio di ogni tipo, attrazioni per grandi e piccini, e pure la cascata coperta più alta del mondo. Il biglietto da visita della città-Stato non potrebbe essere migliore.

Il mosaico Singapore

Singapore, ancor più della limitrofa Malesia, è un crogiolo di culture ed etnie. La maggior parte della popolazione è di etnia cinese (più o meno il 77%), ma troviamo anche malesi (14%) e indiani (8%). Dal punto di vista religioso, la fede buddhista domina la scena, con minoranze musulmane (circa il 14%, quasi tutti malesi), cristiani e indù.

Abbiamo parlato dei cinesi: è questo che ha presumibilmente spinto Papa Francesco a fare tappa qui, nel corso della sua visita asiatica. Da tempo, infatti, il Santo Padre vorrebbe aprire le porte della Cina, normalizzando il dialogo tra Vaticano e Pechino. Singapore, insomma, è la chiave d’accesso per entrare nella Città Proibita, per dominare l’economia asiatica, per investire nella finanza a nove zeri.

Dovessimo individuare un simbolo della città-Stato, questo coinciderebbe probabilmente con il Marina Bay Sands, un gioiello architettonico costituito da tre grattacieli allineati uniti, sulla loro estremità, da una piattaforma orizzontale che funge da terrazza. Cosa c’è al suo interno? Un casinò con 500 tavoli da gioco e 1.600 tra lotterie e slot machine – il terzo più esteso del pianeta dopo il Grand Lisboa di Macao e il Casino de Montréal – ma anche un hotel di lusso con oltre 2.500 camere, un centro convegni, un museo di arte e scienza, un centro commerciale, un paio di teatri, una pista di pattinaggio. E ancora: giardini pensili, piscine idromassaggio, centri benessere, bar e ristoranti.

Il serbatoio (in)visibile

Se percorriamo Esplanade Drive, notiamo nei suoi dintorni un brulichio di operai. Segnali di lavori in corso caratterizzano intere aree, dove dovrebbero sorgere, a stretto giro, nuovi edifici, nuove infrastrutture, nuovi gioielli da inserire nella collana che agghinda Singapore.

Se a usufruire di tutto questo saranno uomini in giacca e cravatta, la costruzione del loro habitat lavorativo spetta ad un manipolo di immigrati indiani, malesi e birmani, gli stessi incaricati di mantenere la pulizia e l’ordine cittadino.

Arrivano a Singapore sognando di svoltare. A seconda dei casi vivono qui settimane, mesi, anni. Stringono i denti, abitano in minuscole stanzette e mettono da parte quanto più denaro possibile, per poi rientrare in patria e tirare un sospiro di sollievo.

Indossano abiti polverosi, il sole d’agosto brucia i loro corpi, ma riescono comunque a sorridere, se qualche turista diretto verso i Gardens by the Bay li ferma per chiedere indicazioni stradali.

Un sogno condiviso

Milionari e operai edili, banchieri e ristoratori, commercianti e venditori al dettaglio. Tutti a Singapore ricoprono un ruolo necessario per far girare correttamente gli ingranaggi del motore cittadino.

Il reddito, certo, mette in contatto realtà ben diverse tra loro. Ma, in fin dei conti, sia il milionario che trascorre la pausa pranzo nel suo attico con vista sul Mar Cinese Meridionale, che il lavoratore indiano che sonnecchia sotto un pilone in un’afosa giornata estiva, devono qualcosa alla città: devono ringraziarla per aiutarli a realizzare i loro sogni.

È anche per questo che nella giungla urbana – e umana – di Singapore leoni, zebre, ippopotami e scimmie non si pestano i piedi l’un l’altro. Potremmo discutere all’infinito del male oscuro del capitalismo, delle diseguaglianze, dei grandi problemi della società. Nessuno, però, qui intende smettere di sognare.

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