La geopolitica della corsa allo spazio
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(Daugavpils, Lettonia) Per andare da Riga a Daugavpils, la seconda città della Lettonia, si percorre un tragitto che, a marzo, è fatto di erba dal colore della paglia, boschi, qualche paesino con le case dai tetti spioventi e il fango dove prima c’era la neve. Più si va verso est, più si ascolta il russo. Quasi ogni persona che sale sul treno – un insieme di ferro dal sapore sovietico ma estremamente efficiente – parla russo se deve chiacchierare con il vicino, al telefono o con il controllore. Un percorso verso est dove le verità sfumano. E anche i palazzi che accolgono il visitatore hanno ben poco di simile a quello che si può vedere sulle rive del Baltico.

La realtà è quella di una città di confine, e poco importa che sia il secondo centro abitato del Paese. Qui, anche se il russo non è riconosciuto come lingua ufficiale, si può capire dai volti e dal modo di parlare che la maggioranza non è lettone. E sono la geografia e la storia a far intuire, ben prima di arrivare a destinazione, che Daugavpils è una realtà particolare: un luogo che dista poche decine di chilometri dalla Lituania e dalla Bielorussia e circa 120 dalla Federazione Russa.

Sulla collina delle chiese, insieme a quella cattolica e quella luterana, svettano le cupole d’oro della grande basilica ortodossa. I tram più vecchi trasudano il passato sovietico. Le vie, squadrate e ordinatissime, con i loro edifici dal rimando socialista, confermano un passato mai rimosso. Le ciminiere in mattoni, unite ai tubi di un gasdotto e ai binari delle ferrovie, danno la sensazione di non essere nell’avamposto del blocco occidentale alle porte della Russia, ma in un luogo che testimonia il passaggio profondo di quest’ultima in Lettonia.

In tanti hanno parlato di questa città come di un possibile “Donbass lettone”. Impossibile formulare scenari con assoluta certezza, ma la premessa dell’appartenenza alla Nato e all’Unione europea serve a fugare dubbi sulla concreta possibilità che in Lettonia si ricreino le condizioni che hanno scatenato quanto visto in Ucraina. Inoltre, la città non ha mai dato né voluto dare l’immagine di un luogo in cerca di attenzione da parte di Mosca. Essere russofoni, o comunque di etnia russa, non significa essere affascinati dal Cremlino. E questo Vladimir Putin lo ha imparato anche a sue spese proprio a Kiev. La realtà è certamente meno conflittuale e paragoni sono sempre azzardati, ma è vero che qui si respira un’aria differente rispetto a quanto accade nel centro di Riga, dove invece il governo, sia nazionale che locale, sembra volere a ogni costo rimarcare il distacco e l’opposizione proprio alla Russia.

Un esempio su tutti: mentre nella capitale i palazzi istituzionali, ma anche molti bar o negozi, fino a qualche macchina privata, espongono la bandiera ucraina in segno di solidarietà con Kiev, a Daugavpils non se ne vedono. Il sindaco, se deve comunicare sui social, scrive prima in russo e poi in lettone. Tanti residenti che commentano i suoi post, lo fanno con l’alfabeto cirillico. E del resto i dati parlano chiaro: a Daugavpils il 48 per cento della popolazione è di etnia russa, il 7 per cento bielorussa, e solo un quinto è di etnia lettone. Numeri indicativi che confermano che la città sia in fondo un luogo unico nel suo genere, dove è impossibile dare un’indicazione netta del sentimento della popolazione. I pochissimi che riusciamo a parlare dicono di essere contrari alla guerra, molti non vogliono rispondere ad alcuna domanda rispondendo con quello che decifriamo in un “niet”. D’altra parte, è anche difficile che qualcuno possa pubblicamente sostenere Putin, anche per questioni legali. L’impressione è che la cultura della città sia quella del silenzio, un elemento che caratterizza anche le sue vie e che smentisce in parte la lettura di chi teme che la sua comunità attenda una sorta di liberazione ma anche chi nega che esista un cuore più russo. Daugavpils è in fondo un luogo che racchiude speranze e contraddizioni di un Paese, problemi e verità di una Lettonia che dopo 30 anni dalla caduta dell’Urss ha ancora forti differenze.

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