Resilient
L'Italia che non si spezza
Articolo di Andrea Indini
Fotografie di Marco Gualazzini, Pietro Gerboni

Resilient

Il vento, all’inizio della primavera, soffia leggero. Entra dalla navata principale della chiesa e attraversa indisturbato le panche vuote, fendendo il silenzio che rimbomba sordo ovunque. Leggero, accarezza le fiamme e le piega verso il tabernacolo.

Virginio Simoncelli: Padre Saveriano

È un istante, impercettibile. Fuori da San Lorenzo gli abitanti di Manerbio, paesino che cresce lungo il fiume Mella, sono ancora chiusi in casa. Le strade si aggrovigliano, solitarie, fino al sagrato. Li hanno rinchiusi tutti per evitare che il contagio faccia più morti di quelli che non ha già fatto. E loro, nella quiete di una stanza, non possono che piangere quelli che non ce l’hanno fatta: quelli che il coronavirus se lo sono preso e se solo sono portati sin dentro la bara. Non gli hanno nemmeno fatto un funerale come si deve. Se li sono portati via i camion dell’esercito per scaricarli nei forni crematori di altre regioni meno congestionate dai decessi. L’eterno riposo, l’hanno recitato in camera, quasi bisbigliando, guardando all’orizzonte un cielo ancora grigio.

Giuseppe Battistini: Responsabile nucleo operativo servizi cimiteriali

Ma in mezzo a tutto quel dolore nemmeno il vento che entra, non invitato, nella parrocchia di San Lorenzo può spegnere i ceri accesi da don Alessandro. Ne ha acceso uno per ogni abitante che si è spento durante la prima ondata. Su un totale di circa 13mila abitanti, nei primi due mesi di epidemia, 150 se li è portati via il Covid. Nascoste tra le panche 150 fiammelle guizzano per non dimenticarli. Sono allineate sopra gli inginocchiatoi, una dopo l’altra. La fiamma si muove appena, accarezzata – di tanto in tanto – da un alito di vento. Ovunque c’è silenzio. E pace.

Enrico Solmi: Vescovo di Parma

Sembrano lontani quei giorni. Eppure il dramma del coronavirus non è passato. C’è molto più scoramento tra le persone. Faticano a reagire a un’emergenza che sembra non voler passare via. Camminando lungo le vie di Parma si inciampa con lo sguardo in cartelloni pubblicitari che stonano dal solito. Le dimensioni sono quelle usate dai grandi marchi. E pure la carta, povera, è quella che abitualmente ci aspettiamo di trovare lungo le nostre passeggiate e che catturano il nostro sguardo quando siamo in coda al semaforo che non diventa mai verde. Ma non sono pubblicità. Sono uomini e donne, immortalati nella fissità. Guardano oltre l’obiettivo. Non ci è dato conoscere i loro pensieri, ma dagli occhi traspare comunque pace. Il dolore e la disperazione sembrano lontani.

Fril Fatiha: Volontaria

A immortalarli sono stati Marco Gualazzini e Pietro Gerboni che con le loro fotografie hanno voluto creare un vero e proprio cortocircuito visivo in chi cammina per Parma. Ci sono il vescovo con i suoi paramenti sacri e l’operatore ecologico al lavoro, la cassiera del supermercato e il medico in prima linea. Sono volti che a chi abita qui non possono che apparire famigliari. Probabilmente li hanno già visti in televisione o sulle pagine sgualcite di un quotidiano o hanno incrociato il loro sguardo, per una manciata di secondi, andando in fretta e furia a fare la spesa. In loro traspare quella capacità tutta umana di assorbire l’urto senza rompersi. Loro, i resilienti, lo hanno fatto durante la prima ondata e lo continuano a fare anche oggi che il virus ha ripreso indisturbato a mietere vittime.

Irene Abati: Infermiera e Responsabile attività sanitarie Casa Residenziale per Anziani

“Me li ricordo ancora quei giorni…eravamo completamente smarriti”, racconta Alessandra nel Libro nero del coronavirus (clicca qui). “Non sapevamo cosa fare, perché non capivamo la gravità della situazione. Purtroppo lo abbiamo capito dopo”. Chi è dovuto andare oltre, sopravvivendo ai propri cari, l’ha fatto con forza e coraggio.

Giuseppe Rosati: Insegnante di scuola primaria

A Nembro, paesino della Val Seriana a pochi chilometri da Bergamo, c’è un medico dalla voce roca che è andato avanti a visitare i propri pazienti mettendo in conto di ammalarsi anche lui e di morire. D’altra parte li segue da trent’anni e non può certo abbandonarli nel momento del bisogno.

Romina Vecchi: Cassiera del supermercato

Il 28 aprile ha seppellito la cugina 59enne, impiegata all’Ufficio anagrafe, una donna con problemi di ipertensione. Si è ammalata il giovedì della settimana prima e, dopo quattro giorni, è morta.

Antonio Nouvenne: Dirigente medico e responsabile dell’Unità Mobile Multidisciplinare

“È da dieci giorni che non seppelliamo morti”, aveva sussurrato il prete durante la benedizione. Per un paese come Nembro, che di vittime da coronavirus ne ha avute a centinaia, era stato quasi un miracolo. Un miracolo triste, ma pur sempre un miracolo.

Annarita Melegari: Fotografa per “La Gazzetta di Parma”
Marco Vasini: Fotografo per “La Repubblica Parma”

 

Tra la seconda e la terza settimana di marzo si contavano già sessanta vittime. Alla metà di aprile, due mesi dopo lo scoppio dell’emergenza, si era arrivati a centocinquanta. “Se calcola che la mortalità attesa in un anno è del dieci per mille – continua il medico di base – a Nembro dovrebbero esserci dai 110 ai 120 morti all’anno, quindi una decina di morti al mese…”.

Daria Vettori: Psicologa e volontaria

Quelli del 2020, invece, sono numeri da guerra. Eppure nessuno si è tirato indietro. Agli Spedali Civili di Brescia i medici più giovani hanno visto colleghi prossimi alla pensione rimboccarsi le maniche e buttarsi nella mischia. Anche a costo della vita. Sul momento non avevano tempo per valutarne i rischi.

Filippo Sicuri Farmacista

“Io sono stata lontana dai miei figli per trenta giorni”, racconta l’anestesista Francesca Serughetti nel Libro nero del coronavirus. “Quando giocavo con loro in giardino, tenendo su la mascherina, sorridevo sempre perché non volevo che capissero la gravità della situazione. Poi, però, veniva anche a me da sorridere, quando li vedevo correre e sgomitare per farmi vedere i loro lavoretti”. La sera, poi, nell’appartamento che le avevano prestato, si riscopriva sola, senza marito perché ricoverato e i due bambini lontani, e vacillava. Il giorno dopo, però, tornava sempre in ospedale e dare il proprio contributo. “Probabilmente – conclude – la pagheremo più in là: quando calerà la tensione, magari salterà fuori qualcosa che per ora è sopito nell’inconscio”.

Angelica Barusi: Impiegata

Con la mostra Resilienti 2020, realizzata in sinergia con Gian Luca Signaroldi di unsocials e con Mariachiara Illica Magrini (clicca qui), Gualazzini ha voluto celebrare tutte queste persone comuni che con “i loro piccoli gesti o grandi atti di eroismo” sono scese in guerra quotidianamente e sono andate avanti. “Ho sentito la necessità di celebrare i parmigiani protagonisti in prima linea di questa battaglia al virus”, ci spiega.