Progetto Iramiro
figli del genocidio
Testo e foto di Massimiliano Pescarolo

Progetto Iramiro

Il 7 aprile di ogni anno le Nazioni Unite onorano la memoria delle vittime del genocidio ruandese del 1994. A più di venticinque anni dal massacro ruandese, in cui morirono in pochi mesi 800.000 persone, migliaia di sopravvissuti sono affetti da Aids. In particolare, la Rwandan Widows’ Association, che riunisce le vedove del genocidio, stima che siano affette da HIV il 70 per cento delle sue associate. La maggior parte di esse, dopo l’assassinio dei loro mariti, venne rapita dalle milizie e stuprata ripetutamente durante i tre mesi del genocidio; ormai sappiamo con certezza che il governo faceva uscire dagli ospedali i pazienti affetti da Aids proprio per formare i battaglioni di stupratori, si è trattata di una feroce violenza perpetrata dalla maggioranza hutu contro la minoranza tutsi e gli hutu moderati. In seguito agli stupri, molte di loro sono rimaste incinte e hanno contratto l’HIV. 

Ora si trovano contemporaneamente a crescere un figlio da sole e ad affrontare la malattia. Ben poche di loro possono permettersi il costo del trattamento antiretrovirale, oltre 100 Euro al mese. E i loro figli rischiano di rimanere a breve orfani sia di padre che di madre. Molti orfani hanno abbandonato la scuola per mancanza di mezzi. In tanti sono rimasti infermi per le violenze subite, e l’ideologia del genocidio minaccia ancora i sopravvissuti, perché i negazionisti sono numerosi, soprattutto in Occidente, dove regna l’impunità per i carnefici, in particolare in Francia. Le sopravvissute allo stupro sono tra i gruppi più colpiti dal genocidio: secondo stime delle Nazioni Unite, nel 1994 vennero perpetrati da 250.000 a 500.000 stupri. Molte delle vittime soffrono oggi di malattie a trasmissione sessuale, come il virus dell’HIV/Aids, e nutrono ben poca speranza di ricevere cure mediche o un risarcimento. L’80% delle sopravvissute allo stupro è ancora fortemente traumatizzata. 

Tutto questo ha generato una generazione di bambini nati dagli stupri, ufficialmente i casi registrati sono almeno cinquemila, ma con ogni probabilità sono molti di più, la maggior parte di loro affetta dal HIV, ed ancora oggi il diffondersi del virus prosegue inevitabilmente come diretta conseguenza del genocidio. Assicurare l’istruzione delle nuove generazioni è imprescindibile per promuovere lo sviluppo e la crescita del Rwanda. Sono diversi i ragazzi e le ragazze adolescenti che hanno alle spalle percorsi scolastici frammentati per vari motivi: alle conseguenze della guerra e del genocidio, si aggiungono oggi anche situazioni di povertà estrema, che portano i giovani a ricorrere agli “espedienti di strada” come possibile strategia di sopravvivenza e il crescente numero di gravidanze indesiderate, che causa l’abbandono scolastico di ragazze giovani e giovanissime. 

Ci sono parecchie ONG e ONLUS in Rwanda, io sono entrato in contatto con Turikumwe Onlus, una organizzazione che opera da più di 10 anni, con Desiré Rwagaiu referente dei progetti di Fondazione Marcegaglia Onlus e con Ilaria Buscaglia una antropologa di Girl Effect, una ONG di cui fanno parte sono donne rwandesi, che contribuiscono finanziariamente allo studio e alla formazione di ragazzi e ragazze vulnerabili, con una particolare attenzione per il reintegro scolastico dei “drop- outs”, coloro che hanno abbandonato prematuramente gli studi per varie ragioni. Turikumwe Onlus, con l’aiuto delle suore Inshuti z’Abakene, si occupa di indirizzare questi giovani verso un possibile percorso di studi e di pagare le tasse scolastiche annuali e anche le spese connesse all’acquisto dei materiali necessari per lo studio. Attraverso il confronto con l’antropologa Ilaria Buscaglia ho capito anche l’importanza dell’educazione sessuale che viene affrontata in questi progetti, necessaria per evitare comportamenti scorretti e alimentare il diffondersi della malattia. 

In Rwanda, secondo i dati più recenti (2019), il virus dell’Aids colpisce circa il 3% della popolazione, in maggioranza di sesso femminile e residenti nella capitale Kigali. Sebbene ci sia stata negli ultimi anni una riduzione dei casi di sieropositività e anche un aumento della soppressione virale (grazie a una regolare assunzione di farmaci retro-virali), essere sieropositivi in Rwanda – come nel resto del mondo – significa essere discriminati, tanto in famiglia quanto nelle comunità di provenienza. 

Il centro Iramiro a Busanza è una struttura destinata ad accogliere bambine/i e ragazze/i nate/i sieropositive/i. Gli ospiti del Centro provengono sia da contesti di povertà estrema o sia da situazioni di forte discriminazione a livello famigliare. Attualmente al centro sono ospiti 31 tra bambini, bambine, ragazzi e ragazze. Alcuni dei quali vivono al centro in permanenza, mentre altri vi si recano soltanto in giornata, dove mangiano e trascorrono il tempo dopo la scuola, fino a sera, quando rientrano nelle famiglie di provenienza. 

Il centro di Busanza nella periferia di Kigali, è stata la mia prima tappa e in un secondo momento mi sono diretto verso un’altra struttura nel sud del Rwanda, quasi al confine con il Burundi, a Rilima in una delle zone più povere del Paese. Qui ho seguito fotograficamente il progetto Iramiro, grazie al quale ho cercato di documentare la mia esperienza.