Evo Morales, presidente boliviano è stato per molti anni a capo del sindacato dei produttori di coca. Le foglie di questa pianta sono tradizionalmente masticate dagli indigeni, per combattere i malesseri dell’ altitudine e come energetico.

Le regioni dove si coltiva la pianta di coca in Bolivia sono due, quella dello Yungas a circa tre ore dalla capitale La Paz, a 1300 metri di altezza, dove generalmente le foglie sono più piccole, più dolci ed utilizzate prevalentemente per essere masticate.

La seconda è la regione del Chapare, a quattro ore da Cochabamba, più ad oriente, una regione molto umida e piovosa a circa 400 metri di altezza, dove invece le foglie sono più grandi e con una alta quantità di alcaloidi. Qui, secondo informazioni non ufficiali, una buona parte delle foglie è utilizzata per produrre cocaina.

Il governo del presidente Morales ha regolato il sistema delle piantagioni. Attualmente, per coltivare la pianta della coca, bisogna far parte del sindacato ufficiale ed avere un’autorizzazione che permette, almeno teoricamente, l’utilizzo di soli 40 metri quadrati a famiglia.

Queste normative nazionali non sono mai piaciute agli Stati Uniti e la Dea (drug enforcement administration) visto che non esiste un vero controllo sulla destinazione delle foglie prodotte.

Visitando le produzioni dello Yungas, ci si rende conto subito che le piantagioni sono tutte più grandi dei 40 metri quadrati stabiliti dalla legge anche se, in generale, in quella parte della Bolivia non esistono fabbriche di cocaina e per questo anche i controlli sono inesistenti.

Al contrario, nella zona del Chapare, la Felcn, il corpo dell’esercito che si occupa di combattere il narco-traffico, quotidianamente pattuglia la foresta alla ricerca delle fabbriche di cocaina. Spesso con grandi difficoltà, visto la velocità con cui le fabbriche vengono costruite e abbandonate.

Le fabbriche si trovano tutte lungo il fiume Chapare, che bagna la terra boliviana per 278 chilometri, o lungo i suoi affluenti. Questo perché per produrre cocaina, oltre a sostanze come la benzina, il bicarbonato di sodio, l’acido solforico e l’acido cloridrico, l’acqua è fondamentale.

In questi luoghi generalmente vi lavora circa una decina di persone, tra cui il cosi detto “chimico”, figura molto importante per la trasformazione della pasta basa o della cocaina liquida al prodotto finale. Questi, dopo aver comprato le foglie dai produttori locali, vi lavorano ininterrottamente per circa una settimana e poi  abbandonano il posto per mettere in salvo la cocaina prodotta.

Spesso, quando i trafficanti vengono sorpresi, vi sono degli scontri a fuoco. Non sono pochi, anche se non esiste un dato ufficiale, i morti anche da parte delle forze dell’ordine. Nella maggior parte dei casi, anche grazie ad un sistema di sentinelle, in genere famiglie indio, pagate dai trafficanti all’arrivo dell’esercito le fabbriche sono vuote. In qualche caso, i trafficanti, non avendo avuto molto tempo per dileguarsi, lasciano i componenti ed il prodotto finito, la droga, sul posto.

Nel 2017, secondo i dati ufficiali, in Bolivia, sono state sequestrate 18 tonnellate di cocaina e sono state individuate 3116 fabbriche. L’impressione però è che non tutto rientri nelle statistiche, visto che alcune fabbriche vengono bruciate immediatamente dall’esercito, con tutta (o parte) della produzione di droga al loro interno.