Bogotà (Colombia) L’ultima domenica di aprile è una giornata grigia e piovigginosa. Il clima sembra aiutare a chiudere una settimana tesa nella città. Solamente pochi giorni prima, il 25 aprile, si è svolto il primo sciopero nazionale – indetto da studenti, da sindacati di lavoratori e insegnanti – organizzato sotto il governo di Ivan Duque. Non si è trattato di una manifestazione pacifica. Anzi: la polizia in assetto antisommossa ha occupato tutto il pomeriggio Plaza Bolivar.


Foto di Francesco Molteni

Per le strade del centro, che in un giorno festivo con tale clima sarebbero semi-deserte, riecheggiano invece gli slogan dei manifestanti. Sono oltre 3mila i membri delle comunità indigene e dei gruppi difensori dei diritti umani provenienti da tutto il Paese: dal Cauca a Nariño, dal Chocò al Catatumbo ma anche dal Basso Cauca e dalle regioni del Sud Bolivar e da Arauca. In testa c’è la guardia indigena del Cric (Consejo Rejonal Indigena del Cauca), con i suoi tipici foulard al collo, che grida parte del suo inno “Guardia, guardia, fuerza, fuerza!”. A chiudere ci sono invece i rappresentanti della comunità afrocolombiana, accompagnati dal ritmo dei tamburi e dalla bandiera variopinta.

È l’inizio di una mobilitazione di cinque giorni chiamata Refugio Humanitario per la vita dei leader sociali, che ha l’obiettivo di pretendere misure di protezioni efficaci da parte dello Stato e attrarre l’attenzione della comunità internazionale su uno dei temi caldi e di maggior complessità dalla firma degli accordi di pace: l’assassinio sistematico dei leader sociali delle comunità del Paese.

L’accordo di pace con la Farc ha portato solo in un primo e breve momento alla riduzione degli indici di violenza nel territorio, creando però altri fenomeni sconosciuti agli assetti di potere e di controllo delle zone rurali. Gli interessi di nuove organizzazioni criminali associate nella maggior parte dei casi al narcotraffico e ad altre attività illegali hanno infatti riportato la violenza nella gestione delle relazioni sociali per definire la nuova riconfigurazione dei poteri nei territori.

Un giovane della comunità indigena Nasa ci racconta: “Frequentavo le elementari quando mio padre partecipava alle manifestazioni per il rispetto dei diritti civili e per la redistribuzione delle terre promesse dal governo. Oggi siamo ancora qui a chiedere le stesse cose”.

La prima giornata del Refugio Humanitario si conclude con un fila ordinata nella Plaza di Santamaria, ribattezzata per l’evento Plaza de La Vida, per entrare in Plaza de Toros, luogo designato a ospitare i rappresentanti arrivati da tutto il Paese.

I giorni successivi sono scanditi da diverse manifestazioni. Tra i presidi, due sono quelli compiuti al di fuori di ambasciate internazionali, rispettivamente Francia e Spagna. Ed è proprio in quest’ultima che incontro uno dei rappresentanti del sindacato di campesinos del nord del Cauca. Mi racconta l’enorme difficoltà nel campo dell’agricoltura, dove vengono imposte monoculture di prodotti fuori stagione che hanno come diretta conseguenza quella di creare cibi a base di fertilizzanti e prodotti chimici.

Ma non solo. Plaza Bolivar diventa anche il luogo di un “velatón”, l’accensione collettiva di una candela per commemorare i leader assassinati. In un contesto simile le parole solo distraggono e basta osservare gli occhi illuminati dalle candele per capire ciò che sta accadendo.

Statua di Simon Bolivar in Plaza Bolivar, Francesco Molteni

Secondo le cifre riportate dall’Istituto nazionale di medicina legale, sono 317 i leader comunitari assassinati tra il primo gennaio del 2018 e il 30 aprile scorso. Ma in questa situazioni di recrudescenza della violenza nelle aree rurali del Paese i numeri sono destinati a crescere.

A inizio maggio si è verificato un tentativo di omicidio con il lancio di una granata contro Francia Marquez, leader afrocolombiana e sostenitrice dei diritti umani della regione del Cauca, vincitrice nel 2015 del Premio nacional a la defensa de los derechos humanos en Colombia.

Gli autori e i mandanti di questi omicidi sono, nella maggior parte dei casi, sconosciuti. Ciò che però accomuna tutte le vittime è la loro dedizione a migliorare la condizione di vita della loro comunità.

I partecipanti del Refugio offrono testimonianze che riescono a coprire tutto il Paese. Ma tra mille domande e dubbi, i manifestanti hanno un’unica certezza: i mandanti di questi omicidi sono da ricercare tra coloro che vivono dell’esproprio illegale delle terre, che impongono la monocultura dei prodotti, lo sfruttamento del suolo, delle risorse naturali e del campesinato.

Resti della pavimentazione di Plaza Bolivar dopo gli scontri, Francesco Molteni

È sera e dentro la Plaza de Toros il freddo si fa sentire, sopratutto per coloro che sono arrivati dalle zone più calde del Paese. Il morale tra i partecipanti al Refugio è comunque alto. Accanto allo scalone principale la gente si è fermata a pregare attorno alle bandiere stese al suolo di alcuni dei diversi movimenti che partecipano alla mobilitazione. Ma molti hanno paura. Alcuni ragazzi della comunità afrocolombiana che vengono dalla costa del Pacifico raccontano di esser consapevoli di poter diventare – in un futuro nemmeno troppo lontano – le prossime vittime del reclutamento forzato da parte di gruppi armati illegali o di gruppi paramilitari tornati in auge. Ma ora non vogliono pensare a questa eventualità e, prese chitarre e un pezzo di legno usato come microfono, iniziano a cantare. E’ così che la mia serata all’interno della plaza de toros si conclude: ascoltando una versione acustica dell’Hallelujah di Leonard Cohen. La più azzeccata alla quale abbia mai assistito.

Ma la strage di leader locali sembra non avere fine. Basta leggere le cronache locali. L’ultima, quella del 21 giugno scorso: “Muore assassinata María del Pilar Hurtado, 34 anni e leader sociale di Tierralta, nella provincia di Córdoba, di fronte agli occhi di suo figlio di nove anni”.