La luce del sole nigeriano è abbacinante, trafigge lo sguardo e rende i colori di Maiduguri vacui e indistinti. Il cielo è bianco, la polvere delle strade pure. E in questo luogo di bagliori inclementi che tutto travolgono, che costringono gli occhi a socchiudersi in due piccole fessure, ecco che le uniche ombre che si scorgono sono quelle delle donne che camminano per strada, reggendo in braccio, o tenendo legati sulla schiena, piccoli corpi. Capannelli di madri, avvolte in hijab o in variopinti abiti kanuri, che si dirigono tutte nella stessa direzione, nel quartiere di Gwange. Marciano senza neanche lasciare orme nella sabbia, come sospese nella loro condizione spettrale di paria della misericordia umana. Avanzano, a gruppi, e hanno tutte le stesse espressioni: i volti scavati, gli occhi satirici, i denti eburnei e le bocche aperte che inspirano per lo sforzo e il dolore. Percorrendo la via principale, queste figure, incolonnate come in una processione di penitenti senza colpa, si lasciano guardare, mentre si trascinano portando con sè i propri figli. Bambini stravolti da una fame spietata, consumati nello sguardo, svuotati di ogni forma di resistenza al dolore, incapaci di opporsi al male, anche solo con un lenitivo e assoluto pianto.

E’ il silenzio che incombe e che accompagna il corteo di questi dannati d’Africa sino alla clinica allestita da Medici Senza Frontiere. E’ qua che le donne si recano, nell’unico avamposto presente nella città, che cerca di fronteggiare la crisi alimentare. Una piaga, quella della mancanza di cibo, che rende gli individui prigionieri del bisogno, li spoglia della loro identità, li sottomette alla cruda necessità, elimina i singoli e crea invece un’unica tragedia collettiva, fatta di una morte che avanza lentamente, che uccide piano piano, giorno dopo giorno, senza concessioni e pietismi: una peste che ha il nome di fame.

La crisi nutrizionale in Nigeria è divampata a causa del conflitto tra i ribelli jihadisti di Boko Haram e l’esercito federale. Una guerra che sta infiammando il Paese dal 2009 e che ha provocato oltre 2 milioni di profughi e 500mila sfollati: i morti sono più di 20mila, i danni sono stati registrati in 9 miliardi di dollari e nel solo distretto di Maiduguri le persone senza casa, accampate in tendopoli e alloggi provvisori, superano il milione. Un conflitto quindi che ha sconvolto la vita nella regione del nord est. E negli stati del Borno, di Yobe e di Adamawa gli abitanti sono dovuti fuggire abbandonando i propri terreni. I campi sono incolti, il 40% delle strutture sanitarie nello stato del Borno è distrutto ed è così che, in assenza di raccolti e di aiuti medici, la crisi nutrizionale è divampata. Leggendo le stime dell’organizzazione non governativa Medici Senza Frontiere, si scopre infatti che il 50% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione acuta, il tassi di mortalità infantile superano anche di 4 volte la soglia d’emergenza e Joanne Liu, presidente internazionale di Msf, ha raccontato: ‘È una situazione catastrofica, di cui non abbiamo chiara la portata, perché molte aree sono ancora isolate. Occorre aumentare immediatamente la fornitura di aiuti perché la vita di migliaia di persone è appesa a un filo”. E per rendersi conto di quello che sta avvenendo occorre addentrarsi proprio là, nella prima linea della lotta alla fame, dove l’organizzazione internazionale sta cercando di arginare la tragedia.

Dopo aver attraversato il quartiere di Gwange e aver incontrato le madri con figli ecco che si arriva all’inpatient therapeutic feeding centre di MSF. La struttura che l’ong ha creato per soccorrere i bambini malnutriti. Cinque tende formano i reparti nei quali sono stati collocati oltre 110 posti letto. Superato il cancello, dove una scritta recita che è vietato introdurre armi, ci si addentra nel centro ospedaliero. In un cortile le donne attendono di far visitare i figli di pochi mesi, che ad uno ad uno vengono pesati; poi, superato lo spazio del controllo preliminare, si valica la soglia dei ”padiglioni”.

Le persone che popolano i reparti provano a resistere, come abitanti di una città sotto assedio, impegnati in un’ultima ribellione personale contro le norme scritte del dolore che impongono un’accettazione del male senza messa in discussione.

Sarat Suleiman ha due anni, due occhi neri che brillano intensi, indagatori, si muovono febbrili e sembrano aver assorbito tutta la vita dal resto del corpo che è invece immobile, inerme e stretto tra le braccia di Anem Binta Suleiman, sua madre. ”Io sono originaria di Bama; un sabato mattina sono arrivati i guerriglieri di Boko Haram e sono fuggita a Baga. Mi sono sposata e ho avuto un figlio; ma poco tempo dopo aver partorito sono dovuta fuggire di nuovo con il mio bambino neonato perchè gli jihadisti sono arrivati anche lì. Siamo scappati sino a Maiduguri, ma non abbiamo di che mangiare: lui è ammalato, gli hanno diagnosticato anche la tubercolosi e ha dei problemi ai reni”. Nella branda accanto alla sua c’è Mohamed Mustafà, che ha 7 anni e una cartella clinica che recita: peso di 14 chili. Fatima Bukar, di 45 anni, ha invece camminato per 5 giorni dalla Nigeria al Camerun per scappare dai terroristi, poi è stata espulsa dal Paese confinante e quindi è arrivata in un campo sfollati a Maiduguri. ”I militari controllano la tendopoli, le misure di sicurezza sono molto repressive e manca il cibo. E’ da 90 giorni che sono qua perchè mio figlio ha gravi problemi nutrizionali”.

Un medico con uno stetoscopio al collo ascolta il torace dei bambini, un altro monitora i parametri e il battito cardiaco, una madre ringrazia con una riverenza quasi religiosa e gli infermieri intanto sostituiscono le flebo e portano soluzioni nutritive. E’ il dottor Pindar Wakawa, medical activity manager di Msf a spiegare nello specifico la situazione: ”In città noi abbiamo tre sedi operative e questo è il centro nato per fronteggiare la crisi nutrizionale. Ogni mese accogliamo più di 300 pazienti e il nostro obiettivo è quello di aumentare i posti letto, almeno fino a 150, perchè con il crescere del numero degli sfollati, stanno aumentando anche i casi di malnutrizione. La mancanza di cibo indebolisce le persone: e anziani e bambini sono i più esposti a malattie. Il rischio di epidemie è quanto mai concreto, anche perchè una larga fetta della popolazione non ha ancora ricevuto le vaccinazioni basiche”. E, in conclusione, il responsabile chiosa: ”Serve un intervento umanitario urgente, oltrechè distribuzione di cibo e cure mediche su larga scala e in modo diretto alla popolazione”.

L’ansia indicibile per il timore di una catastrofe, tanto imminente quanto spietata, traspare dalle parole del medico e trova conferma nell’istantanea che appare una volta entrati nel reparto ”fase acuta”. Umar è sdraiato sul letto, ha 7 anni, il corpo divorato dalla fame ed è in preda agli spasmi della malaria. La madre con amore appoggia una mano sulla fronte del figlio, il fratello lenisce con dell’olio le braccia e le gambe che la febbre continua torturare con contrazioni violente e immediate. Gli occhi del bambino rincorrono la luce, le mani si stringono in pugni di dolore e le orecchie, forse, odono pure le preghiere che sua mamma sussurra con inesauribile convinzione, ricercando, in un voto assoluto al trascendente, l’ultimo appiglio contro un abbandono che è in procinto di sopraggiungere: lontano da ogni accettazione ed estrema rappresentazione del dolore umano.