Sventolano a perdita d’occhio le bandiere nicaraguensi a Managua. Accade ieri. Migliaia e migliaia di persone hanno aderito a quella che passerà alla storia come la più grande protesta di sempre contro il governo di Daniel Ortega. Ancora una volta si scende in piazza. Una marcia pacifica per chiedere la fine delle violenze e il rispetto dei diritti costituzionali a partire dalla libertà di espressione. Fortunatamente, non ci sono stati altri spargimenti di sangue. Tutti indossano qualcosa di bianco in segno di pace, ma nessuno vuole il dialogo senza la liberazione degli studenti arrestati negli ultimi cinque giorni. Si parla di oltre 150 manifestanti reclusi nella prigione “La Modelo” di Tipitapa. In alcune fotografie scattate nel penitenziario appaiono con le teste rasate. Il popolo ne chiede l’immediata scarcerazione.

Clacson e fischietti accompagnano l’infinito corteo mentre percorre i sette chilometri che separano la rotonda di Metrocentro dall’Universidad Politecnica de Nicaragua (Upoli), luogo degli ultimi scontri brutalmente soffocati dalla polizia. Nella notte tra sabato e domenica due studenti sono stati uccisi durante una rappresaglia, portando a trenta il bollettino dei morti. Anche le loro foto vengono portate in processione.

Quando i primi manifestanti arrivano davanti alla sede universitaria gli ultimi sono ancora a due ore di distanza. Nonostante l’enorme partecipazione l’evento è stato silenziato da quasi tutti i mezzi di comunicazione, controllati in larga parte dalla famiglia del presidente Ortega. Solo un canale televisivo ha trasmesso in diretta le immagini, ma ogni tentativo di neutralizzare l’opposizione non funziona. L’eco della marcia di Managua, promossa dal Consejo Superior de la Empresa Privada (Cosep), è arrivata anche in altre città. La gente si è riversata per le strade a Rivas, Diriamba, San Marcos, Jinotepe, Estelí, Chinandega, Matagalpa, Léon, Siuna.

“L’unione rappresenta la nostra forza e allontana la paura. Noi studenti abbiamo sfilato ordinatamente assieme a lavoratori, casalinghe, anziani. Grazie a Dio in questa guerra abbiamo a portata di mano le telecamere, Internet, i social network, e possiamo documentare quanto sta accadendo, smascherando la farsa del governo” racconta Francisco, un manifestante.

“Riconosciamo e apprezziamo che la lotta civile e pacifica condotta dai nostri giovani è stata la chiave dell’abrogazione del decreto esecutivo che ha scatenato questa protesta sociale”, ha detto José Adán Aguerri Chamorro, alla guida del Cosep. Tuttavia, la revoca della riforma pensionistica che ha detonato la crisi viene percepita dalla maggioranza dell’opinione pubblica come uno specchietto per le allodole. Si faticano a dimenticare le parole che il leader Ortega ha adoperato nei giorni scorsi per minimizzare la rivolta. Crea dell’altro attrito la recente presa di posizione del Venezuela, Paese da sempre amico del Nicaragua.

Il presidente socialista Nicolás Maduro ha infatti bollato gli eventi in corso come “un’imboscata violenta da parte di gruppi che hanno già subito molti danni”. In bilico tra manovre di facciata e richieste che arrivano dal basso, la situazione appare sospesa. “Non ci basta la sola rinuncia a tassare le pensioni e gli stipendi. Vogliamo libertà e democrazia” spiega Jessica.

Nonostante il dietrofront, la controversa riforma previdenziale rischia di mette in discussione l’intero sogno che la rivoluzione sandinista doveva realizzare. La prosperità promessa da Ortega a tutte le classi sociali non esiste, anzi, aumenta la povertà mentre la sfera dei diritti e della rappresentanza politica si restringe sempre più. Nel 2016 il Nicaragua è tornato ad essere di fatto un Paese a partito unico come nel 1979 quando venne deposto il dittatore Anastasio Somoza Debayle. Un anno fa, poco prima della chiamata alle urne, Ortega ha infatti cancellato con un colpo di spugna l’opposizione parlamentare, garantendosi con una riforma costituzionale ad hoc la rielezione continua e indefinita. Una pericolosa deriva autoritaria che oggi viene contestata a furor di popolo. “Fuera la dictatura” recitano i cartelli. L’idea di un cambio di vertice inizia a serpeggiare anche all’interno della stessa corrente sandinista. Scricchiolano le alleanze ma è prematuro dire se queste inizieranno a dialogare con i settori che protestano.

Appare dunque incerta l’evoluzione degli eventi. A Managua le serrande dei negozi rimangono abbassate, le scuole restano chiuse, mentre in alcune città si faticano a reperire medicinali. Gli Stati Uniti hanno deciso di far rientrare in patria una parte del corpo diplomatico, in Italia, la Comunità di Sant’Egidio ha fatto appello alla pace. Sulla piattaforma online Change.org è stata lanciata una raccolta firme per chiedere la “Cessazione del governo Ortega e l’allontanamento dell’ambasciatore nicaraguense in Italia”. La tregua di oggi non è detto che si trasformi in pace duratura.

Nel campo comunista di Goli Otok
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