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Alle prime luci dell’alba Managua, la capitale del Nicaragua, inizia a popolarsi di voci e ombre indefinite. Al Mayoreo, il più grande mercato ortofrutticolo del Paese, l’andirivieni di camion e di persone è incessante. In attesa che sorga il sole, i fari illuminano le bancarelle, un grande fuoco viene acceso in mezzo alla strada per bruciare gli scarti di mercanzie.

Autobus stracolmi sfrecciano lungo la Carretera a Masaya e confluiscono all’entrata del mercato. Le scritte sulla carrozzeria: “Por gracias de Dios”, suonano come un augurio di buon auspicio. Il 24% della popolazione nicaraguense, stimata in 6,2 milioni di abitanti, si concentra a Managua. Almeno cinquemila persone ruotano attorno alle attività commerciali del Mayoreo. I poveri delle zone rurali vengono qui alla ricerca di un lavoro.

Ogni giorno un esercito di uomini, donne e bambini si riversa per le vie del mercato, inventandosi un impiego per racimolare qualche córdobas. Bambini e bambine costituiscono una delle categorie che vive più precariamente, perennemente in bilico tra povertà e abusi. Dormono negli asentamientos, baraccopoli che si arroventano d’estate e sprofondano nel fango durante la stagione delle piogge. Questi bambini non hanno tempo per il gioco né per la scuola, quasi tutti lavorano fin da piccolissimi. Poveri tra i poveri, invisibili tra gli invisibili.

Nonostante il lavoro minorile sia considerato illegale sotto i 16 anni, si calcola la presenza di 250mila bambini lavoratori (minori di 15 anni), e molti nemmeno esistono per l’anagrafe. Vendono per strada “fresco di cacao” e anacardi, consegnano giornali, lavano i vetri delle auto, pescano nel Xolotlán, il grande lago contaminato di Managua, e poi smerciano il pesce. Rovistano nell’immondizia alla ricerca di qualcosa da rivendere.

Marzia Ferrone

Jacinto, 4 anni , fa il “canastero”, sistema la frutta nei cesti per presentarla al meglio. Rolando prepara il gallopinto, il piatto nazionale del Nicaragua fatto con riso e fagioli fritti. “Ho dieci anni e lavoro tutti i giorni dalle cinque del mattino fino a mezzogiorno. Vendo il gallopinto insieme alla nonna. Lo devo fare per aiutare la mia famiglia, ma quando ho finito vado a scuola” racconta.

La Casa del Sole creata dalla fondazione Terre des Hommes all’interno del Mayoreo accoglie 770 minori lavoratori, offrendo loro istruzione, un punto di ascolto e attività ludico-sportive. “Abbiamo costruito un centro di formazione a orario flessibile, per permettere ai bambini di fare anche i bambini e non solo i piccoli lavoratori. Il progetto ha suscitato resistenze all’inizio, ma grazie al coinvolgimento delle associazioni dei commercianti si è innescato un processo positivo che consente di promuovere i diritti dell’infanzia sensibilizzando anche le famiglie” spiega Giovan Maria Ferrazzi, delegato di Terre des Hommes Italia in Nicaragua.

Quando il sole vince le tenebre, il Mayoreo diventa un turbinio di colori, montagne di frutta accatastata, carni appese, cumuli di “pacas”, vestiti usati arrivati dagli Stati Uniti e venduti a buon prezzo. Yesesly, 15 anni, si incammina verso la casa di Doña Rafaela, dove lavora come domestica tutta la settimana, tranne il sabato che viene dedicato alla scuola.

Stira, cucina, pulisce, 10 ore al giorno per 80 dollari al mese in nero. “Devo lavorare a tutti i costi, perché mia madre è molto malata e non può fare sforzi fisici” racconta. A casa di Doña Rafaela si trova bene, ma l’esperienza lavorativa precedente è stata terribile. Nei suoi occhi si legge ancora il terrore dei maltrattamenti subiti. “Mi picchiavano e mi insultavano di continuo, ma non avevo scelta, rimasi perché quel lavoro ci serviva per mangiare”. Una catena di soprusi che alla fine è stata denunciata e risarcita con il versamento di 100 dollari alla famiglia di Yesesly. Il denaro non cancella il passato, ma la giovane prova a guardare avanti, abbraccia soddisfatta il diploma dell’ultima promozione e coltiva il desiderio di diventare infermiera.

Marzia Ferrone

Ingegnoso e fatalista il popolo nicaraguense cammina sul crinale della storia senza mai arrendersi, tocca il fondo e rialza la testa. Non si abbatte mai del tutto di fronte al moto perpetuo di sciagure personali e collettive. Nel 1998 l’uragano Mitch è stato il più letale del secolo, nel 1972 il terremoto ha distrutto Managua, costringendola a diventare una città di case a un solo piano. Nel mezzo maremoti, eruzioni vulcaniche, migliaia di morti. Nonostante tutto, questa terra stretta tra l’Atlantico e il Pacifico risponde al destino con un boom demografico senza precedenti. Un nicaraguense su 3 ha meno di 14 anni, ma l’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro non è adeguatamente sostenuto.

“Il Nicaragua si regge per il 75% sull’economia informale, detta anche sociale e solidaria, mantenuta da persone che non sono in regola e ditte che non esistono formalmente. Solo il 12% degli abitanti è impiegato dello Stato e il 13% in aziende regolarmente costituite. Appare quindi fondamentale invertire la piramide, formalizzando il lavoro sommerso per garantire un gettito fiscale e previdenziale che ad oggi non esiste” spiega Ferrazzi.

Secondo l’Onu il Nicaragua è il secondo Paese più povero dell’America Latina, dopo Haiti, con un Pil pari a circa 12 miliardi di dollari. Le poche infrastrutture esistenti sono la testimonianza dei finanziamenti internazionali arrivati dopo immani tragedie. Sullo sfondo alcune fruttuose alleanze politiche.

Quando cala la sera, Managua si accende di luci, le grandi installazioni luminose dedicate al dittatore venezuelano Hugo Chávez, risplendono per le strade a testimonianza dell’amicizia tra Nicaragua e Venezuela, foraggiata con il tintinnio del denaro da parte di quest’ultimo. Gli ambulanti si ritirano nelle loro baracche, i bambini lavoratori si abbandonano al sonno. “Pensa in grande” suggerisce un murale all’angolo della strada. Il Nicaragua ci prova, ma ogni giorno che passa diventa sempre più faticoso.

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