Kathmandu, è il 25 aprile 2015. Sono le sei e dieci del mattino, la città si sta lentamente svegliando come di consuetudine, ma i suoi abitanti ancora non sanno che quella sveglia, una sveglia di un giorno come tanti, invece di portarli ai loro posti di lavoro e all’interno delle scuole, li avrebbe trascinati nel giro di pochi secondi dentro un gigantesco incubo dal quale, fuggire, sarebbe diventato impossibile.

Quella mattina la terra trema con violenza inaudita. “La grande Madre” come loro sono soliti chiamare la terra, questa volta sembra davvero inferocita, estremamente nervosa, cinica, senza pietà. Migliaia di famiglie subiscono impotenti la catastrofe. Le vittime sono più di settemila, i feriti altrettanti. Moltissimi ragazzi rimangono orfani, Kathmandu sembra una grande polveriera. I più grandi monumenti della storia nepalese si sgretolano sotto le forti scosse e quelli ancora in piedi subiscono gravissimi danni strutturali. Alcuni villaggi diventano irraggiungibili, le strade che portano fuori dalla capitale sono distrutte o completamente bloccate dalle innumerevoli frane che il terremoto ha causato. Durante quel periodo anch’io avevo un volo per Kathmandu. Decido di partire ugualmente nonostante lo scopo del mio reportage fotografico sarebbe stato inevitabilmente diverso dal previsto. Arrivo nella capitale nel primo pomeriggio del 12 maggio 2015, poco dopo la seconda violenta scossa di terremoto che fa ripiombare il paese nell’incubo. Anche il mio albergo è seriamente danneggiato, così sono costretto a dormire nei campi in mezzo a questa popolazione sfinita, ma nonostante tutto ancora unita e con la voglia di ritrovare dei motivi per sorridere.

A distanza di due anni sono tornato in quella città. Kathmandu, la metropoli nepalese, una classica città orientale, con il suo costante traffico, l’inquinamento eccessivo e una moltitudine di persone che si muovono per strade polverose. Una città dal fascino mistico, dove nonostante l’apparente caos, si riesce comunque a respirare quella sensazione di pace e serenità. Sarà per i suoi abitanti sempre sorridenti, sarà per la sua accoglienza, sarà per il loro modo di affrontare la vita, sarà per la loro filosofia orientale e quel senso di fatalismo che si portano nell’anima, di qualsiasi cosa si tratti, è sorprendente la percezione di sentirsi comunque sempre come se fossi nel posto giusto. Vedere Kathmandu di nuovo così vibrante mi fa subito sorridere. L’avevo salutata due anni fa con la promessa di ritornarci. L’avevo lasciata con le sue ferite ancora aperte, con le sue serrande ancora abbassate e con i suoi abitanti ancora impauriti e spaesati, ed ora la ritrovo così musicale, intensa, con i ricordi della tragedia ancora vivi, ma con la voglia di lasciarsi alle spalle tutta quella brutta storia.

Il pulmino mi scarica alle porte del quartiere Thamel, lo storico quartiere di Kathmandu divenuto il fulcro della città per i migliaia di turisti che vogliono visitare il paese. L’ultima triste immagine di Thamel che avevo negli occhi è stata finalmente cancellata, quella Thamel intimorita che mi pareva un bambino nascosto sotto al letto e che tiene gli occhi chiusi per non vedere la paura in faccia, ora ha le sembianze di una giostra colorata, una gigante attrazione per grandi e bambini. Quando si fa sera, le luci dei negozi si mescolano alle luci delle centinaia di insegne luminose appese ai centinaia di fili della corrente che attraversano le strade. Thamel è uscita da sotto al letto e ha ripreso a respirare come una volta, ha ripreso a saltare e a roteare a braccia aperte. I suoi stretti vicoli sono pieni di turisti di ogni nazionalità, e ad ogni angolo c’è qualcuno che prova a venderti qualcosa o cerca di convincerti a fare un giro sul suo risciò. Ricordo che molte case erano pericolanti e molte palazzine, a causa delle scosse, si erano inclinate e appoggiate a quelle limitrofe come uno zoppo si regge in piedi grazie al supporto di un amico. Ora i gessi sono stati tolti quasi ovunque. Gli arti, dopo una lunga convalescenza, sono tornati a funzionare.

Nonostante tutte queste macroscopiche sensazioni positive, è inevitabile che Kathmandu presenti ancora dei lati spiacevoli. Esistono ancora oggi delle situazioni di estrema povertà che il governo non ha saputo gestire o non vuole vedere. Una delle più evidenti problematiche sociali ancora da risolvere si trova proprio in mezzo alla città, nelle vicinanze di uno dei più grandi luoghi di culto di fede buddhista: Boudhanath. La piazza che ospita il grande stupa Buddista, riparato in questi due anni con l’utilizzo, tra le altre cose, di 150 chili d’oro. Proprio a pochi passi da questa splendida piazza, esiste il più grande campo terremotati di tutta la città, ancora attivo. In questo grosso campo per l’accoglienza, dall’estensione di una decina di campi da calcio, vivono ancora più di 600 famiglie. Famiglie costrette da ormai tre anni a vivere in condizioni di estrema povertà, senza un lavoro, con bambini piccoli a carico, e sopravvivendo alle rigide temperature che investono Kathmandu ad ogni inverno. Il campo è popolato da molte donne che sono rimaste sole a causa della perdita del marito sotto le macerie. molte di loro non hanno un lavoro e non possono mandare a scuola i loro figli. I medicinali scarseggiano e non si possono permettere le cure né per i loro figli né per loro stesse. L’acqua viene gestita da un’ente locale che la raziona giornalmente, ma non sempre risulta abbastanza per il fabbisogno di tutti gli sfollati.

La situazione è davvero spiacevole. Aggirandosi per il campo e insinuandosi nei piccoli vicoli creati dalla posizione delle tende, si possono vedere dei piccoli appezzamenti di terreno recintati. Sono dei minuscoli orticelli creati dalle famiglie del campo. Un piccolo modo per sopravvivere grazie alla terra e ai suoi frutti. Malgrado la loro vita sia precipitata in un baratro a causa del terremoto, nel campo si possono vedere molti sorrisi e molti bambini indaffarati nei loro giochi. Ogni volta che ci torno ci sono bambini che mi corrono in contro, che mi salutano e mi chiedono da dove vengo. Ogni volta che passo vicino ad una tenda posso scambiare due parole con qualche ragazza che vedendomi passare mi ferma e mi chiede di seguirla all’interno delle tende, per mostrarmi la loro miseria. Mi chiedono di far sapere la loro situazione. Mi dicono che sono arrabbiati con il governo perché li ha dimenticati, anzi, non li ha mai considerati. Mi dicono che la vita è difficile ma sanno che nella prossima vita saranno più fortunati. È questa la loro grande forza, reagire al presente con la fede negli dei, nel futuro e nella prossima vita. Questa è Kathmandu oggi. Una città divisa tra rinnovate ricchezze e dimenticate povertà. È la città nella quale puoi seguire i più importanti festival di fede buddista e induista, con migliaia di fedeli che affollano le strade e che arrivano da ogni parte del paese, ma è la stessa città che, per giungere ai templi e partecipare alle feste, ti obbliga a vedere e respirare l’aria dello strato sociale più basso, di tutta quella gente che ancora non ce l’ha fatta a risollevarsi e forse non ce la farà mai. Di tutta quella gente che non ha una voce per protestare. Due anni fa il mondo interno si mosse per aiutare questo splendido popolo a rialzarsi. Non solo moltissime associazioni sono entrate nel paese per dare una mano, ma anche moltissimi eserciti (Anche la nostra protezione civile partì per il Nepal). Tantissimi sono stati i cittadini che da tutto il mondo hanno aderito alle innumerevoli raccolte fondi nate per l’occasione. Ma tutto questo lascia sempre dietro di sé la scia del solito sospetto…dove sono finiti tutti i soldi? Questa è la domanda che si fa molta gente che si è ritrovata in pochi secondi ad avere perso tutto. Una domanda ricorrente alla quale i cittadini non sanno trovare un risposta. Nel Paese sono entrati più di 4 miliardi di dollari che sarebbero dovuti servire per aiutare questa popolazione, e allora, come mai di questi soldi solo una piccola parte sembra essere stata davvero utilizzata?