Il sole è quello inclemente di Lahore, che brucia ogni granello di polvere, che incendia le strade, che invita a una forzata inedia durante le ore del giorno. Ma non per tutti. Infatti, mentre nelle botteghe e nei locali del centro storico, commercianti e avventori sprofondano su sgabelli o vecchi divani, scacciando le mosche e sorseggiando bibite ghiacciate sotto le lenitive pale di un vecchio ventilatore, al Muslim Health Club Akara, uomini, ragazzi e bambini corrono, fanno flessioni, sollevano pesi, trainano aratri e zappano il terreno senza sosta. Attori di un rituale fuori dal tempo e radicato nei secoli, i lottatori kushti continuano ad allenarsi. Impassibili al caldo, alla sabbia, alla terra che graffia la pelle, sono impassibili a tutto, vivono come asceti, lontani dai piaceri del quotidiano, votati a un’arte sportiva che oggi, però, è minacciata dall’estremismo islamico dei talebani pakistani.

Tra sport e religione

La lotta kushti diffusa in India, Pakistan e Bangladesh, chiamata anche wrestling indiano, nasce intorno al sedicesimo secolo, durante la dinastia dell’impero Moghul e prosegue negli anni. I lottatori non sono dei semplici sportivi, ma custodi di una ritualità che, attraverso la pratica agonistica, rivela invece altri aspetti culturali: in primis l’amore del corpo che, proprio come l’ universo, deve essere in perenne equilibrio armonico e poi il divieto di colpirsi con pugni e calci tra lottatori, che simboleggia il rispetto per il rivale che riceve la benedizione dell’avversario prima del match. In questa pratica sportiva traspare sopratutto la commistione di religioni e credenze e il paradosso che affiora è di come una lotta, uno scontro, una collisione, risulti invece essere l’unione dell’induismo e dell’islam, oltre ogni confine, partizione e conflitto.

Ma è proprio contro questa cultura dell’incontro che i talebani hanno mosso guerra. I ribelli islamici con la loro concezione fondamentalista, per cui il dogma diviene la vita di ogni credente, abbattono secoli e identità mirando a forgiare una comunità dove le biografie sono state piallate, l’io abbattuto, il passato estinto e tutto deve essere ricondotto a una tragica uniformità di vivere che non contempla altro che l’ortodossia islamista come il prima e il dopo della storia.

”Questa lotta è molto più di un semplice sport. Appartiene alla nostra cultura, è la disciplina più importante nel Punjab. I lottatori kushti sono delle vere e proprie star, un po’ come da voi i calciatori. Ma questo accade perché il kushti è arte, cultura, contiene in sé i valori della nostra storia millenaria. Per essere dei professionisti, gli atleti devono allenarsi tra le 6 e le 8 ore al giorno, devono astenersi dal sesso, dall’alcol e dal fumo, devono fare una dieta apposita e devono votarsi al sacrificio, svegliarsi all’alba e dedicare anima e corpo a questa disciplina”. A parlare è Mohammad Farooq, di 55 anni, uno dei preparatori atletici dell’Health Club Akara che, dopo aver spiegato la disciplina, prosegue dicendo: ” Il nostro problema in passato era l’India. Nel senso che erano i nostri rivali e i titoli internazionali ce li contendevamo sempre con loro. Oggi invece il problema è diverso, è drammatico, sono i talebani, i quali vogliono distruggere questo sport perché discende dall’epoca Moghul, perché gli uomini sono nudi e perché si afferrano e quindi, secondo loro, va contro i principi dell’Islam. Mettono bombe durante gli incontri, nascondono gli ordigni sugli spalti e la lotta ha sofferto molto di questa cosa. Ma nessuno vuole arrendersi agli estremisti. Nessuno”.

La minaccia talebana

E per capire come l’arte Kushti resista alle minacce e agli attentati e la cultura non ceda terreno alla paura e alla guerra del terrore, è sufficiente la domenica recarsi al Shabaz Sharif Stadium, dove vanno in scena le finali dei campionati del Punjab. Il traffico caotico intorno alla stadio fa prefigurare la folla, che è accorsa per vedere lo spettacolo. All’ingresso vi sono file di banchetti: alcuni vendono dolciumi e noccioline, altri succhi e bevande; e poi ci sono i bambini che corrono tra le gambe degli adulti per entrare il prima possibile all’interno dell’arena; è questo lo spettacolo che si presenta nel viale che conduce all’impianto sportivo. Una lunga coda di persone paga il biglietto e, una volta superato l’ingresso, si manifesta lo spettacolo: più di 1500 spettatori assiepati sugli spalti. Facce concentrate, occhi orientali, salwar kameez e percussioni. E, nel mezzo dello stadio, su un rettangolo di terra battuta, ci sono i lottatori, con i loro corpi oliati ed il sunghi, un piccolo perizoma, a coprire i genitali. Quindi gli atleti iniziano il combattimento. Si cospargono di terra reciprocamente, si danno la benedizione e il resto viene da sé: muscoli contratti, gambe impiantate nel terreno, prese e sgambetti e il tutto è accompagnato da urla di acclamazione e di incitamento.

”Questa è la lotta Kushti, uno sport che è parte integrante della nostra vita e della nostra cultura. Abbiamo costruito un muro di cinta per proteggerci dagli attacchi dei talebani e effettuiamo perquisizioni all’ingresso”, spiega Haji Parwez Iqbal, 62 anni, ex lottatore e oggi uno degli organizzatori dell’evento, che, quando la manifestazione volge al termine chiosa: ”Ma la nostra vera arma contro il fanatismo è l’amore per questa disciplina. Gli spalti gremiti sono la prova e i talebani non potranno mai vincere. Questo pubblico è un esercito di uomini e bambini senza armi che, con la sua presenza, dimostra che la nostra storia e la nostra identità non si fanno piegare dal terrore”.

L’incontro quindi volge al termine ed è la marea umana, che ormai a tarda sera esce allo stadio, in un clima di giorno di festa da dopoguerra d’Europa, ad essere quel miraggio, che si credeva perduto, di un’umanità ancora in grado di fronteggiare la tautologia di morte dell’islamismo, attraverso un’etica connaturata nell’uomo, che lo muove a difendere la propria arte come fosse una fede primigenia, che neanche un culto del terrore può abbattere.

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