Libano
Braciere del Medioriente
Articolo di Antonio Borrelli
Fotografie di Marco Ferraro

Libano, braciere del Medioriente

Immense piantagioni di banani si distendono per chilometri. I grappoli gialli si affacciano sul Mediterraneo, in una terra che è un limbo. Tra fasce rocciose e quel che resta della macchia mediterranea emergono di tanto in tanto ville sfarzose. Qui, nel Libano meridionale, il modernismo mediorientale della capitale Beirut è ben più lontano di quei 90 chilometri di distanza. A Nāqūra i contrasti si sprecano, come in ogni fascia di mezzo del mondo: affacciati sulla costa, i vicini dei proprietari delle ville sono agricoltori, artigiani o piccoli commercianti, con case essenziali e campi adiacenti, segni di un’economia ancora rurale ma sempre dignitosa. A due passi c’è Israele, col quale il Libano è in guerra da almeno 16 anni. “Il Paese vicino”, dicono qui, senza neppure nominarlo, lo Stato. A quattro, invece, c’è la Siria. Ed è qui che si fa la Storia da oltre 40 anni.

Stabilità a rischio

Nel 1982 le truppe israeliane invasero il Paese confinante arrivando fino a Beirut, dopo che 300mila palestinesi crearono uno Stato nello Stato nel Sud del Libano. L’operazione fu giustificata anche per consentire l’instaurazione di una stabile leadership della popolazione cristiana, che avrebbe rafforzato l’esercito regolare libanese e consentito di avviare relazioni diplomatiche con Israele. Nel frattempo, già dal 1978 Raʾs Nāqūra ospitava il quartier generale dell’Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon), la Forza di Interposizione in Libano dell’Onu. Ma è nel 2006 che la brace torna ad ardere, quando scoppia la guerra dei 34 giorni tra i militanti libanesi dell’organizzazione paramilitare islamista di Hezbollah e l’esercito israeliano.

Da allora i due Paesi sono in guerra tra loro e nel sud del Libano si parla di “situazione stabile ma pronta a riesplodere”. A confermarlo sono i raid a distanza registrati ciclicamente; come alla fine dell’aprile del 2022, quando un razzo lanciato dal Libano è esploso in un’area deserta del nord di Israele. Per tutta risposta, l’esercito di Tel Aviv ha sparato colpi d’artiglieria oltre confine. Eppure, nonostante raid e provocazioni, negli ultimi 16 anni la missione Unifil è riuscita a garantire pace e stabilità. Anche grazie al contingente italiano (da oltre un decennio pilastro della missione, all’Italia è affidato anche il comando del Sector West), Unifil ha puntato sempre più i riflettori sull’area, formando l’esercito regolare libanese, monitorando costantemente la zona e aiutando la popolazione locale. Basti pensare che nel 2022 la missione conta 10.500 caschi blu provenienti da 42 Paesi diversi.

La “Blue Line”

L’area più a rischio di tutto il Paese dei cedri resta ancora oggi il confine meridionale. Dal 2000 si chiama “Blue Line”, la linea di demarcazione voluta e resa pubblica dalle Nazioni Unite. Qui ogni giorno 450 attività di controllo riescono a captare ogni minimo sentore di tensione. Procedendo lungo il confine al seguito del Reggimento “Cavalleggeri di Lodi” di Italbatt si vive davvero un’atmosfera di calma apparente. Apparente, appunto, perché tra silenzio e vegetazione l’impressione è di essere costantemente osservati da qualcuno. È qualcosa più di una sensazione, però, perché mentre si percorre la linea disegnata dai piloni blu marchiati Onu, dall’imponente muraglia in cemento che Israele ha costruito per 11 chilometri a due metri di distanza svettano centinaia di telecamere. E a volte decollano anche droni.

Nel passato recente questa fetta di Medioriente è stata teatro di scontri e raid e oggi resta una zona dove il pericolo è ad alto potenziale. “La definisco una brace sotto la cenere – spiega il Generale Massimiliano Stecca, comandante del Sector West -, la situazione in apparenza è sempre calma ma non sai mai se sotto le braci stanno ancora sfrigolando e sono pronte a divampare in un incendio. La mia brigata è quella col maggior numero di missioni in questo teatro, ma ciononostante ci si approccia con la prudenza e l’attenzione della prima volta. Credo che questa sia la chiave di volta per mantenere una consapevolezza e conoscenza del territorio ed affrontare eventuali escalation, sperando sempre che queste non vi siano”.

Tiro, tra speranza e fatica

Sulle facciate delle case ancora svettano le immagini dei martiri di Hezbollah morti in battaglia. Dei grandi santini che ricordano e allo stesso tempo delineano la storia recente del Paese. Qui i ricordi dei palazzi bombardati e dei parenti uccisi sono ferite ancora aperte.

Tiro, 90 chilometri da Beirut a Nord e 30 dal confine a Sud, è la città più importante del Libano meridionale. E il suo Dna è come il suo suq nel centro storico, un mix nel quale una società povera basata sul commercio di base di prossimità incontra l’ambiziosa ricerca della modernità in salsa libanese. Nonostante la crisi economica, la città sta provando a tornare una località turistica anche grazie agli importanti siti archeologici che nell’antichità hanno reso Tiro una città importantissima nel Mediterraneo.

Davanti al municipio incontriamo il sindaco Hassan Dbouk, è lui a spiegare come Tiro è riuscita a vivere in pace per quasi 20 anni: “Sono due i motivi per i quali questa zona resta ancora stabile: innanzitutto la presenza dell’Unifil e degli italiani, che per noi rappresenta l’aiuto più grande. Ma non possiamo dimenticare la forza armata di Hezbollah, finché Hezbollah è così forte nessuno ha il coraggio di ricominciare una guerra contro di noi”. Ed è proprio il rapporto dell’organizzazione islamista con istituzioni e comunità a destare interesse. “La gente tifa per Hezbollah, anche a livello politico, come in Italia c’è la Destra e la Sinistra – spiega Dbouk -. Avete visto qualcuno di Hezbollah armato qui in città? Noi non sappiamo dove sono, ma la loro forza armata esiste solo per difenderci. Finché non c’è un’aggressione dei nostri vicini noi siamo tranquilli, grazie ad Hezbollah”. Ancora contraddizioni sul filo del rasoio.

Mentre il sindaco spiega lo scenario e racconta orgoglioso la sua città, curiosi libanesi ci seguono, altri sorridono salutando in italiano i caschi blu: “Ciao!”. Ma l’armonia della vita sociale e le essenze orientali che entrano nei polmoni non riescono a velare quella percezione. Tutto qui conduce alla sensazione di “instabile stabilità”, che solo la comunità internazionale sembra riuscire a garantire, come spiega Andrea Tenenti, spokesperson di Unifil: “La strada è lunga: stiamo ancora monitorando la cessazione delle ostilità, non ci stiamo muovendo neanche verso un cessate il fuoco permanente. E’ importante che la comunità internazionale non solo assista il Libano dal punto di vista economico-finanziario ma faccia sì che le forze armate locali riescano a prendere il totale controllo del sud del Libano”.

Articolo di Antonio Borrelli
Fotografie di Marco Ferraro