A Silent Scream

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A Silent Scream

Praga è senza dubbio una delle capitali d’Europa più affascinanti, uno scrigno di storia e di cultura, una meta di turismo irrinunciabile, capace di lasciare i visitatori senza fiato. Ma se ci si togliesse per un attimo le vesti del…

Praga è senza dubbio una delle capitali d’Europa più affascinanti, uno scrigno di storia e di cultura, una meta di turismo irrinunciabile, capace di lasciare i visitatori senza fiato. Ma se ci si togliesse per un attimo le vesti del turista e si osservasse più attentamente la realtà sociale di cui la città è composta, tutta la bellezza del luogo verrebbe contaminata da una triste evidenza. Tanto negli angoli più reconditi, quanto nelle vie del centro, non è infatti difficile imbattersi in persone sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Un esercito di invisibili, che arranca tra una folla che li scansa, del tutto – o quasi – indifferente.

Quello della tossicodipendenza, in Repubblica Ceca, più che un problema assume il volto della piaga. La droga certamente più diffusa – e di più facile reperimento, essendo il Paese di Ian Palach il più grande esportatore al mondo – è la metanfetamina (conosciuta anche come meth o pervitin).

Martedì pomeriggio. Un 14 febbraio dall’atmosfera plumbea. Oggi le nuvole sembrano un velo scuro che avvolga la città in un abbraccio opprimente, capace di instillare inquietudine nei cuori delle persone che brulicano tra le strade e le piazze. David è un invisibile. Un tossico. Dal bordo del marciapiede osserva il flusso della gente con sguardo stralunato. In tasca conserva il suo tesoro: una siringa pronta per spararsi una dose di metanfetamina nel suo luogo preferito, un boschetto lontano da occhi indiscreti.

Pregustando lo sballo – che è sempre meno, sempre più veloce e insoddisfacente – si incammina ciondolando tra la gente. Passando accanto alle macchine parcheggiate, occhieggia per controllare se non vi siano oggetti da poter rubare. Una botta al vetro, facendo attenzione a non tagliarsi, e poi via, veloce come il vento dopo aver arraffato tutto ciò che sia a portata di mano.

David è un esperto. La sua tossicodipendenza dura da oltre 20 anni. Da poco tempo è uscito dal carcere, dov’era finito per furto e aggressione. Non ha un altro modo per tirare avanti. Non un lavoro, non una famiglia. La sua casa è la strada, dove per sopravvivere bisogna imparare presto gli espedienti che ti consentono di non morire di fame e freddo, ma soprattutto di “farti”. E dal momento che la droga costa, l’unico modo per ottenerla è rubare.

15 febbraio. Stessa atmosfera del giorno prima. Da poco sono passate le 4 del pomeriggio. Fuori dall’ingresso della struttura dove si trova l’associazione Sanamin, che si occupa di aiutare le persone con una dipendenza da meth, la fila è lunga.

Un’umanità dolente e composita: ragazzi giovani con il volto già deturpato da una vita di stenti, donne che si trascinano, magre come scheletri. Pochi anziani. Diventa difficile invecchiare quando si è dipendenti dalla metanfetamina. Sono tutti lì in fila ad attendere in silenzio il proprio turno per poter scambiare le siringhe usate con quelle nuove, alcuni per ricevere supporto medico e psicologico.
In un parco lì vicino, la stessa umanità si riversa dopo la tappa all’associazione. I tossici sono per lo più solitari, ma si riesce a formare anche qualche gruppetto.

Lì, tra i dolenti, Michael parla della sua dipendenza che ormai dura da molti anni e racconta in maniera onesta (per quanto onesta possa essere la versione di un tossicodipendente) dei molti problemi che nel corso degli ultimi anni si è trovato ad affrontare. Fa un elenco delle sostanze di cui è stato dipendente e ne parla come se fossero dei vecchi amici verso cui si serba un po’ di rancore, ma che in fondo sempre amici restano. Si vede che ha bisogno di parlare, di condividere i propri sentimenti. Un’opportunità che di rado si presenta al di fuori del perimetro dell’associazione.

A poca distanza, Jarda, con suo fratello David e la fidanzata, Iveta, sono indaffarati. Hanno già in mano le siringhe e tutto quello che serve per iniettarsi in vena quello che per molti è un biglietto di sola andata. Capita spesso che l’ultima dose sia quella di troppo. Per tutti gli altri, è un viaggio verso il nulla, verso una dimensione di vuoto che dura giusto il tempo per voler partire di nuovo. Un eterno ritorno. Il vero inferno in terra. Jarda e David sono orfani. Entrambi i genitori e una sorella sono morti di cancro a distanza di pochi anni gli uni dagli altri. David è uscito da poco di prigione. 17 mesi trascorsi al fresco per piccoli furti. In prigione era “pulito”, ma quando è uscito fuori è ricaduto nella droga. Dopotutto la maggior parte delle persone che frequenta sono dei tossicodipendenti. Attualmente non riesce a trovare lavoro, forse nemmeno lo cerca. Vive in una casa occupata insieme ad altri tossici.

“Amo lo sport e mi piacerebbe tantissimo riuscire a cambiare la mia vita ma detto sinceramente non credo che ci possa essere una via d’uscita a questa situazione”. Mentre dalla bocca di David escono queste parole, gli occhi del fratello Jarda sembrano coprirsi da un velo di tristezza e quando inizia a piangere, Iveta lo abbraccia. I due corpi sembrano fondersi fino a formare una corazza. Entrambi sono in lista di attesa per accedere a un programma di riabilitazione. Il loro obiettivo è quello di ripulirsi e di riottenere l’affido di Isabela, 7 mesi, la loro bambina.

Ne cominciano a parlare dopo due dosi a testa. Guardano le foto. Girano attorno alla stanza come animali in gabbia, in attesa che la droga faccia il suo effetto. Un rito consumato giorno dopo giorno, per mesi, anni. Ma ogni volta è sempre lo stesso. L’ago nel braccio, l’attesa spasmodica dei primi effetti. E poi si comincia: Jarda si agita, ha degli sbalzi d’umore. Un attimo è felice, parla di Isabela, fa progetti per il futuro. L’attimo dopo diventa triste, arrabbiato, se la prende con la sua fidanzata. Dal canto suo, quando Iveta è rimasta incinta non se ne è accorta subito e ha continuato a fare uso di droghe per i primi 3 mesi di gravidanza. Isabela è nata con dei problemi: l’anfetamina è entrata anche nel suo corpicino. Quella di Iveta è stata un’esistenza all’insegna della violenza: ha sempre avuto fidanzati violenti ed è stata per un periodo in prigione.

Nel chiuso della stanza che occupano dal dicembre 2022, dove l’arredamento consiste in un materasso, due comodini e poco altro, Iveta racconta di un periodo felice della sua vita, quando lavorava in un istituto sociale a contatto con le persone anziane. I suoi occhi si riempiono di luce, in contrasto con la miseria da cui è circondata.

Quelle dei tossicodipendenti sono vite in bilico tra la caduta verso il precipizio e rari barlumi di speranza. Vite al limite della legalità, con il rischio constante della perdita dei rapporti umani e familiari e con un assordante vuoto nell’anima.
La demonizzazione messa in atto dalla società condanna alla clandestinità i tossicodipendenti e li spinge verso pratiche ad alto rischio per la vita, dove si consuma droga al buio, avvolti da un’aura di vergogna e senza possibilità di controlli sulla qualità e sui dosaggi. Non è facile per un tossicodipendente chiedere aiuto. Non è facile per chi non è tossicodipendente dare aiuto e mettere da parte la pietà.


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