Ebola, malaria, colera, Hiv. Nomi lontani nel tempo e nello spazio. Nomi che appaiono qualche volta nei notiziari tv o nei trafiletti sui giornali. Malaria e Tbc: malattie che non ci riguardano, che appartengono a Paesi lontani, poveri, corrotti, con pochi ospedali e poco interesse per la vita umana. Malattie che colpiscono Africa e Asia. Ma non noi. Noi siamo il primo mondo dove tutto funziona. Siamo ricchi, felici e, soprattutto, indifferenti. Abbiamo troppe vacanze da fare e troppe cose, spesso inutili, da comprare.
Poi, all’improvviso, la natura, o forse un oscuro senso della giustizia, ci rende uguali agli altri, quelli lontani. Quelli poveri. È allora che scopriamo che anche da noi gli ospedali mancano, che i vaccini non ci sono e che si muore in solitudine, come si è vissuto. Nessuna riflessione. Nessun pensiero sull’idea che ogni uomo è uguale ad un altro uomo.
Nel 2018 si sono contati 228 milioni di malati di malaria nel mondo. I morti? oltre 405 mila, di cui il 67% bambini sotto i cinque anni. In pochi lo sanno ma la malaria è la prima causa di morte infantile. Il paludismo è una malattia trasmessa dalle zanzare femmine infette che si devono nutrire di sangue. Colpiscono al tramonto oppure di notte. I sintomi di questa malattia sono febbre, dolori, vomito, convulsioni e coma e il 90% dei casi si registra in Africa. Ci sono voluti più di 30 anni di ricerca per trovare un vaccino, che però non ha grandi risultati. I tentativi di utilizzo di insetticidi per fermare l’avanzata delle zanzare hanno solo sviluppato la resistenza nel parassita. Nel 2019, in Burundi, sono stati riconosciuti quasi 8.500 mila casi su 12 milioni di abitanti.
In Italia è stata una malattia endemica in molte regioni fino al 1950, un ricordo del passato, una battaglia durata quasi 50 anni. L’ho documentata in Congo, a Kindu, dove il 12 novembre 1961 un gruppo di italiani di una missione Onu venne trucidato. Un anziano del luogo si ricordava del fatto e mi raccontò che pensavano fossero mercenari di Ciombe. Mi chiese scusa. A Kindu arrivano e partono giganteschi aerei da trasporto russi, i piloti ubriachi sbarcano e caricano grosse casse, per poi perdersi nel cielo.
Nel 2017 sono stati stimati 10 milioni di casi di Tbc nel mondo e oltre 1.700 mila decessi. Un milione di bambini si è ammalato mentre 230mila sono morti. Ogni ora in Europa viene diagnosticata questa malattia a 30 persone e in Italia i casi sono circa 4mila.
Nel secolo passato, era considerata un marchio di infamia. In realtà, la Tbc o bacillo di Koch è la malattia della povertà per eccellenza, che insorge là dove ci sono pessime condizioni igieniche, mancanza di cure e di diagnostica. La Tbc rappresenta una delle principali cause di mortalità al mondo e si trasmette per via aerea e/o attraverso la saliva. I malati vivono mesi e mesi di isolamento nei sanatori, come ho documentato in Uzbekistan. Luoghi di noia e solitudine. Di ore che non passano mai e dove il ricordo dei propri cari è appeso solo a una fotografia.
Chiamato il mal sottile, la malaria è stata raccontata da Verga in una novella rustica, da Tomas Mann ne La Montagna Incantata e glorificata in opere liriche: Manon, La Traviata, La Boheme. Di malaria morì Chopin a soli 39 anni. La malattia resiste da 2500 anni.
Si calcola che nel mondo vivano 38 milioni di adulti infettati dal virus dell’Hiv e di questi 1,7 milioni sono bambini. Nel 2018 si sono contate 770 mila vittime. Apparso all’inizio degli anni Ottanta, la malattia esisteva già, ma veniva scambiata con altre sindromi. Il fatto che si manifestasse tra gli omosessuali e tra persone legate al mondo dell’eroina è stato visto come una punizione divina. Alcuni si sono spinti addirittura più in là, pensando che fosse opera di qualche laboratorio segreto poi sfuggita ai controlli. Inizialmente mortale, l’Hiv venne considerata come pandemia anche se si dovette aspettare il 1986 per trovare una combinazione di medicine in grado di bloccare il virus, ma non il contagio.
La morte di personaggi famosi, il primo fu Rock Hudson, poi Freddie Mercury e Isaac Asimov e altri riuscì a portare in primo piano la pericolosità del virus e a stimolare la ricerca. Al momento non si hanno vaccini, anche se sarebbero utili. L’idea (errata) che si possa guarire continua a produrre contagi in tutto il mondo. La situazione più drammatica rimane quella dell’Africa. Kenya, Nigeria, Sudafrica, Tanzania sono i paesi più colpiti. Le cause? Diseguaglianze sociali, abbandono, ignoranza e sfruttamento. Penso per esempio alla Nigeria, uno dei primi paesi per ricchezza petrolifera e, allo stesso tempo, tra i primi paesi più poveri del mondo.
La trasmissione del virus da madre a figlio ha fatto sì che il numero di orfani salisse a 15 milioni: il 90% di tutto il mondo. Dopo la caduta del muro, il virus si è espanso in Russia e nel 2018 gli infetti hanno raggiunto la drammatica cifra di 1,2 milioni di persone, soprattutto tra i giovani.
In Europa i contagi continuano a salire di numero: l’idea che si possa guarire, la mancanza di diagnosi veloci e una certa indifferenza dei media e dei governi producono un falso senso di sicurezza che si trasforma in incoscienza. In Uganda ho visto come si muore, come la malattia sia devastante e colpisca con ferocia soprattutto le donne e i bambini. In quell’occasione, pensai per la prima volta all’inutilità del mio lavoro a quanto poco servissero le mie fotografie.
Comprendo che il viaggio nelle malattie degli altri non finirà mai. L’umanità continua a spingere, come Sisifo, il macigno verso la cima della montagna. Alla fine il macigno ricadrà nuovamente verso il basso. Ho visitato luoghi dove l’aspettativa non sono le vacanze, la spiaggia, l’aperitivo e le cene. Le aspettative sono solidarietà, giustizia e una differente distribuzione delle risorse.