La “nuova Cina”
Viaggio nel cuore del Dragone

La “nuova Cina”

Federico Giuliani

(Da Pechino) – Le strade a più corsie si snodano come serpentoni attorno a Pechino. È una mattina di agosto. Il termometro segna già 35 gradi centigradi, l’umidità è alle stelle e il traffico non lascia tregua.

Questa megalopoli, con i suoi 22 milioni di abitanti e un’estensione di oltre 16mila chilometri – poco meno del Lazio – è la porta d’ingresso per entrare nella “nuova Cina”. Nuova, perché chiunque abbia visitato il Paese prima della pandemia di Covid-19, e dovesse rimettere piede oltre la Muraglia soltanto adesso, si ritroverà a fare i conti con una dimensione inedita.

Le tensioni internazionali stanno infatti scavando un solco sempre più visibile tra l’Occidente e la Cina, due mondi in fase di allontanamento, ciascuno dei quali ormai portatore di valori, istanze ed esigenze agli antipodi. La luna di miele, dunque, è finita. Il divorzio non c’è ancora stato ma la separazione è ormai un dato di fatto. Lo si capisce subito da alcuni particolari emblematici.

Rivoluzione green

Fino a non molti anni fa, i quartieri di Pechino erano attraversati da automobili occidentali di grossa cilindrata. Mercedes, Audi e Volkswagen dominavano l’intero parco auto, insieme alle berline giapponesi e sudcoreane, come Toyota, Hyundai e Lexus. Tutte rigorosamente a combustione interna. Oggi il rumore dei motori è pressoché silenziato. La rivoluzione green attuata dal Partito Comunista Cinese ha travolto il Paese come un fiume in piena, con il risultato che la mobilità è diventata elettrica pressoché ovunque.

E non solo: degli oltre 200 produttori nazionali di veicoli elettrici, ce ne sono una decina che hanno conquistato i cuori dei consumatori cinesi. Camminando per la capitale si nota un rapporto netto tra le auto cinesi, che dominano orgogliosamente la torta (circa il 60% delle vendite), e quelle prodotte dai grandi brand stranieri (42%, ad eccezione di Tesla, prodotta qui, che continua a riscuotere buoni consensi). Byd, First Automobile Works, SAIC Motor, Geely, Changan hanno fagocitato le tedesche e americane, che resistono solo nella fascia premium e luxury.

Il momento del turismo interno

Un altro particolare curioso coincide con il numero irrisorio di occidentali, nel senso di persone, presenti a Pechino. Se in passato era comune imbattersi in affollate comitive di visitatori europei e americani, ora, per il cinese medio, imbattersi in un viaggiatore non asiatico è diventata una sorta di esperienza esotica.

Anche perché il governo, coinvolto in una nuova Guerra Fredda con gli Stati Uniti, ha pensato bene di puntare sull’enorme massa di turisti interni. Risolvendo in un colpo solo il grave problema legato ai potenziali casi di spionaggio e di eventuali ingerenze esterne, ma ritrovandosi tra le mani un nuovo nodo spinoso.

Già, perché il turismo interno del Dragone è formato per lo più da abitanti delle campagne che, dall’immenso entroterra cinese, si spostano verso i grandi centri urbani. Portando con sé costumi e atteggiamenti – diciamo così – molto poco internazionali e in netto contrasto con le lussuose berline e i grattacieli futuristici che addobbano Pechino.

Traslando questo discorso nella realtà, significa che la famiglia Smith è stata sostituita dalla famiglia Zhang, con importanti, fondamentali conseguenze. Gli Smith, provenienti da New York o Washington, avrebbero portato in Cina svariate migliaia di dollari acquistando souvenir, alloggiando in hotel a cinque stelle, mangiando in ristoranti fashion e non disdegnando un po’ di shopping.

Agli Zhang, che vivono a sei o sette ore da Pechino, non interessa nulla di tutto questo, se non trascorrere la loro gita giornaliera camminando nella Città Proibita, facendosi foto tra gli hutong – i vicoli formati da file di siheyuan, le tradizionali abitazioni a corte – oppure comprando qualche prodotto tradizionale in Wangfujing Street.

Orgoglio nazionale

Il gigante asiatico, che conta oltre 1,4 miliardi di abitanti e che, secondo quanto dichiarato dal suo governo nel 2020, ha eradicato la povertà assoluta, possiede la capacità di auto alimentarsi affidandosi ai cittadini dell’entroterra. Gli stessi che, nei piani delle autorità, dovrebbero continuare a migliorare le loro condizioni economiche di anno in anno, fino, un giorno, a diventare vera e propria classe media (anche se alcuni sono già muniti di buone risorse). Sia chiaro: Pechino non ha chiuso le porte in faccia ai turisti occidentali. Al contrario, si è adattata al clima velenoso generato dalle invettive dei leader occidentali.

Impossibile, poi, non soffermarsi sui pagamenti, dove ancor più di prima l’uso del contante è diventato appannaggio quasi esclusivamente dello straniero (i locali da tempo si affidano ai pagamenti tramite cellulare); sull’organizzazione degli spostamenti, visto che per accedere alle principali piazze, musei, parchi, è necessario prenotarsi in anticipo in via digitale inserendo i nostri dati (altrimenti è impossibile entrare); sull’inquinamento folle, un ricordo del passato; e sull’assenza di scritte in alfabeto latino, una mancanza aggravata dal fatto che pochissimi cinesi parlano un fluente inglese.

A proposito di questo, è evidente come la Cina si senta orgogliosa di possedere una cultura millenaria e di come il Paese abbia smesso di inseguire l’Occidente in ambito culturale. L’inglese è la lingua degli affari, utile per interloquire con gli imprenditori stranieri in cerca di accordi, ma non quella del popolo.