La Malesia si è trasformata (e il mondo non l’ha notato)
Da potenza regionale a protagonista globale: l’evoluzione silenziosa della Malesia

La Malesia ha cambiato pelle (e noi non ce ne siamo accorti)

(Da Kuala Lumpur) – Non capisci dove ti trovi, se non ci fossero i cartelli a indicare la distanza che separa il Kuala Lumpur International Airport da Kuala Lumpur, il cuore politico ed economico della Malesia.

Le palme che affiancano strade sopraelevate, con corsie larghe e un asfalto liscissimo, e le luci, forti e abbaglianti, dei grattacieli, danno l’impressione di essere a Dubai. La silhouette futuristica dei palazzoni in vetro e acciaio richiama invece il dinamismo delle megalopoli asiatiche: Shanghai, Seoul, Tokyo.

Gli enormi cartelloni pubblicitari che puntellano il paesaggio urbano, in lingua cinese, inglese e arabo, aumentano il senso di smarrimento.

Occhio alla geografia

Siamo nell’epicentro del Sud-Est asiatico, nella regione che potrebbe presto trasformarsi nel nuovo motore economico del mondo.

La Malesia ha buone possibilità di diventare una delle locomotive dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico. In primis perché è “guardiana”, insieme a Singapore, dello Stretto di Malacca, la via marittima dalla quale ogni anno transitano circa 100mila navi e tra il 30 e 40% del commercio globale.

E poi la Malesia si trova a due passi dalla Cina, seconda economia del pianeta e con la quale intrattiene un rapporto pragmatico, e sta pianificando una graduale ascesa attirando investimenti stranierianche occidentali – in settori strategici.

Il biglietto da visita della Malesia

Kuala Lumpur, megalopoli dinamica, lussuosa ed elegante, è il biglietto da visita che la Malesia offre ai suoi ospiti. I cantieri lavorano giorno e notte per realizzare nuovi progetti immobiliari, mentre le gru oscillano, in lontananza, tra le pareti trasparenti della TRX Signature Tower e il Menara Warisan Merdeka.

Un chiaro segnale, questo, che l’economia sta girando, e che non mancano attori facoltosi – cinesi, arabi, occidentali – ben felici di pompare qui i loro denari.

Ovunque si giri la testa, c’è sempre un centro commerciale multipiano. Alla fine del 2023 se ne contavano più di mille in tutto il Paese: forse troppi per una popolazione di 34,7 milioni di persone.

Per la cronaca, il 40% di quelli censiti dalla Malaysia Shopping Malls Association nel 2022 era raccolto nella sola area metropolitana di Kuala Lumpur (o KL, come la chiamano i suoi abitanti).

Il simbolo del successo

A proposito di centri commerciali, il KLCC Mall e il Pavillon sono il simbolo del successo malese: il primo è incastonato come un diamante nelle Petronas Tower, le due torri gemelle alte 452 metri, simbolo della città, che prendono il nome da Petronas, la compagnia petrolifera statale malese; il secondo è una roccaforte dorata che ospita i migliori brand internazionali.

Certo, sarebbe un errore pensare che il malese medio – stipendio di circa 13.500 dollari al mese a parità di potere d’acquisto – sia una sorta di sceicco pronto a spendere e spandere in ogni occasione.

Esiste però un enorme margine di crescita nazionale che il governo intende sfruttare al meglio. Prima per consolidare la Malesia come una media potenza, poi per trasformarla in una potenza regionale.

Cambiare pelle

L’occidentale medio, intanto, ha perso di vista l’intero Sud-Est asiatico – o forse non se ne è mai veramente interessato, tranne quando c’era da colonizzare la regione – ed è per questo che ancora oggi continua ad associare la Malesia a Sandokan e alle Tigri di Mompracem più che al concetto di modernità.

La realtà è semplice: dove cento anni fa si estraevano grandi quantità di gomma e stagno lungo la “confluenza fangosa” – dal quale prende il nome Kuala Lumpur – dei fiumi Gombak e Klang, adesso sorge una Gotham City moderna e senza cattivi.

Il clima è forse l’unica caratteristica rimasta immutata di KL: tropicale e umido per gran parte dell’anno.

Un compromesso per il futuro

E il resto? Provate a prendere una foto d’archivio del 1924 che ritraeva la città e confrontatela con un’immagine moderna.

Vedrete che l’architettura coloniale è stata fagocitata da torri sorte in mezzo a sprazzi di giungla, che oggi il traffico è infernale (anche di notte. A proposito: si guida a sinistra, retaggio coloniale britannico), e che i banchetti dello street food – vere e proprie istituzioni locali – competono con ristoranti halal, cinesi, indiani e malesi.

La cucina è lo specchio di una popolazione multiculturale che, dopo anni di tensioni e sangue, sembrerebbe aver trovato il giusto equilibrio.