Da Salonicco. In principio fu il team Bananas. Non sapevano cosa distribuire a migranti e senzatetto e così iniziarono dalle banane. Un cibo nutriente e salutare, che piace quasi a tutti. Così, nei primi mesi del 2016, uno sparuto gruppo di volontari diede vita al primo nucleo di benefattori che a Salonicco ogni giorno garantiscono un pasto caldo ai più poveri della città.

Col tempo al team Bananas si sono aggiunte una moltitudine di altre sigle, quasi tutte nate per iniziativa di qualche filantropo dei Paesi dell’Europa più ricca: Intereuropean Human Aid, Help Refugees, FoodKind… Associazioni che raccolgono l’idealismo dei giovani più generosi del Vecchio Continente, pronti a rimboccarsi le maniche per dimostrare che la solidarietà è un valore per cui vale la pena di impegnarsi.Fra i volontari si contano molti inglesi, tedeschi, francesi, ma anche i ragazzi dei Paesi balcanici fanno la loro parte: nelle unità di strada che battono le vie della seconda città della Grecia non è raro incontrare anche croati, bosniaci e naturalmente anche gli stessi greci. Ma, sorpresa, ci sono anche dei rifugiati siriani.

A Salonicco la miseria è grande e colpisce indistintamente tanto i greci quanto gli immigrati. A fianco dei senzatetto greci che ogni sera si addormentano nel parco dietro la stazione ferroviaria vi sono le famiglie bulgare che vivono nelle case occupate di Aghiou Dimitriou e i migranti nascosti in un edificio abbandonato poco distante.Le squadre di FoodKind si ritrovano tutte le mattine nel piazzale della stazione per iniziare il proprio giro di buon’ora. Nel bagagliaio della macchina stipano una cassetta di frutta, una latta di yogurt e cereali e un enorme thermos per il tè.

La prima tappa è lo scheletro in cemento di un palazzo in costruzione nei pressi di via Stahmou. Un luogo spettrale abitato da topi e cani randagi, dove da mesi vive una cinquantina di migranti irregolari, a cui si uniscono di tanto in tanto senzatetto di ogni nazionalità. Con le palpebre ancora appesantite dal sonno, i profughi emergono dalle tende infagottati nel sacco a pelo. Quest’inverno è stato particolarmente freddo, con temperature fino a quindici gradi sotto lo zero. A metà gennaio il gelo è stato tale da costringere le associazioni di volontariato a pagare ai profughi qualche notte in albergo, per evitare che il freddo ne uccidesse qualcuno.

Il diciassettenne Farid ha lasciato la famiglia in Afghanistan per tentare la fortuna in Occidente. L’Europa gli ha chiuso le porte in faccia ma lui sogna di arrivare in Gran Bretagna. E’ abbastanza informato per sapere che se dovesse rivolgersi alle autorità greche verrebbe costretto a richiedere asilo nel Paese – cosa che si guarda bene dal fare.Chi la richiesta d’asilo l’ha fatta è invece Waal, trentenne di Kabul sbarcato a marzo dell’anno scorso sull’isola di Lesbo. Inserito, secondo la legge, nel programma per richiedenti asilo, è stato accolto nel campo profughi ateniese di Elionas per poi venirne cacciato, racconta, dopo qualche settimana. Non è la prima storia del genere che ci viene riferita: in maniera del tutto informale – e in violazione di qualsiasi legge sulla protezione internazionale – le autorità elleniche avrebbero in alcuni casi allontanato dai campi i richiedenti asilo senza un passaporto siriano in tasca.

Ma i migranti afghani e pachistani non sono gli unici a essere stati gettati sulla strada. La ronda quotidiana dei volontari sosta spesso anche nelle abitazioni di molti tessalonicesi, ridotti alla fame dalla crisi economiche. In un palazzetto fatiscente di via Irinis abitano tre famiglie di rom bulgari con la cittadinanza greca. Nel seminterrato, un appartamento di due sole stanze dove vivono tre adulti e tre bambini. Malina, la madre, accetta con un sorriso le borse della spesa che le vengono porte dai ragazzi di FoodKind, invitandoci a entrare in casa. Seduta su un materasso appoggiato al pavimento, insiste per ringraziare: “Grazie per questo cibo, per i vestiti e per i pannolini per i bimbi – continua a ripetere in greco – Sono molto importanti per me. E grazie ai ragazzi siriani che ce li portano.

“Non è raro, infatti, che ai volontari si uniscano anche alcuni rifugiati dei campi profughi della città, oltre che, quotidianamente, anche molte persone che vivono in strada. Alì è originario di Lahore in Pakistan e ogni giorno sovrintende alla distribuzione del cibo fra gli immigrati della città. Saluta i volontari con un abbraccio, poi solleva il pesante thermos con il tè e inizia a preparare una tazza dopo l’altra.Adel invece è un siriano alloggiato in uno dei centri di accoglienza di Salonicco. A Damasco studiava per diventare farmacologo, ma a causa della guerra ha dovuto interrompere. Ora segue un corso online in comunicazione digitale, ma nel tempo libero dà una mano con le unità di strada.

“Ho iniziato raccogliendo il cibo in eccesso che veniva avanzato al campo profughi – racconta – Lo portavo alle organizzazioni di beneficenza. Poi ci ho preso gusto e ora con altri ragazzi del centro ci organizziamo per dare una mano. Non importa che sia siriano o rifugiato. Ci sono persone in difficoltà ed è giusto aiutarle. È una questione di umanità.”

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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