“Stai entrando nella tomba da vivo!”: è questo il benvenuto che danno i minatori negli ascensori di Trepça, nel Kosovo nord-orientale, scendendo nelle viscere della terra a 750 metri dalla superficie.

Il decimo orizzonte, in cui sfollano la maggior parte degli occupanti dall’ascensore, è il più produttivo dell’intera miniera, ma è al contempo quello che sarebbe probabilmente per molti la rappresentazione dell’inferno sulla terra: una temperatura di 40 gradi, con un tasso di umidità dell’80%, una pressoché completa assenza di illuminazione se non nel corridoio principale, insieme a venti centimetri d’acqua ovunque nei cunicoli che sommerge i piedi, e nessuna misura di sicurezza.

La maggioranza degli uomini lavora a maniche corte, se non a torso nudo, incurante di essere letteralmente circondati da piombo e altri metalli nella roccia circostante. L’aspettativa di vita, per ammissione degli stessi lavoratori, è di 58-60 anni: a portarli via sono tumori, malattie delle vie respiratorie e avvelenamento da metalli pesanti.

Sono state venti le vittime sul lavoro dovute ad incidenti nel periodo 2014-2017. Non c’è nessun sistema antincendio in vista, fosse anche un semplice estintore; alcuni minatori, addirittura, fumano nel corso di una perforazione esplorativa. L’unico modo di comunicare con la superficie è un grosso telefono a muro, risalente agli anni ‘70, appeso sul muro del vano ascensori, che serve un orizzonte il cui punto più lontano dista circa 5000 metri dall’apparecchio. Se qualcosa accade sei completamente solo, a 750 metri sotto terra.

La miniera di Trepça, uno dei complessi minerari più grandi d’Europa da cui vengono estratti principalmente piombo e zinco (ma anche occasionalmente dell’oro), fino allo scoppio del conflitto del 1998-99 ha rappresentato quasi il 70% del PIL kosovaro. Il polo estrattivo costituiva la base dell’economia dell’intera regione, e tutti nella vicina città di Mitrovica oggi hanno almeno un parente che ha lavorato nelle miniere più famose dei Balcani. La sua influenza nella cultura popolare era così marcata da convincere gli abitanti del luogo a dare il suo nome alla locale squadra di calcio, il Trepça’89. La ragione della sua disastrosa situazione oggi, oltre agli effetti della guerra da cui il Paese non si è mai del tutto ripreso, va cercata però nella sua posizione, esattamente lungo la linea di demarcazione che attualmente divide la comunità di etnia serba da quella albanese all’interno del Kosovo. La gestione della miniera per questo motivo negli anni ha inevitabilmente generato fortissimi conflitti tra lo Stato serbo, che non ha mai formalmente riconosciuto quello kosovaro, e il governo di Pristina.

“Per tutti gli anni ‘90 i serbi non hanno fatto altro che cercare di sfruttare la miniera il più possibile, senza curarsi della messa in sicurezza delle nuove gallerie o delle condizioni dei minatori” spiega Fatos Begu, ingegnere capo responsabile del decimo orizzonte, mentre picchietta sulla lampada sul caschetto che ha momentaneamente smesso di funzionare nel mezzo del tunnel. “La situazione attuale del nostro governo ha fatto il resto”, continua. Il gap accumulato negli anni a causa della scarsità di investimenti e risorse non è stato quindi mai colmato, portando quello che sotto il regime jugoslavo era uno dei centri estrattivi più importanti d’Europa a diventare un potenziale luogo di morte.

La terrificante situazione della miniera di Trepça si riflette peraltro sul tasso di occupazione del Paese: “Di 22.000 potenziali impieghi, solo 750 vengono oggi ricoperti sul piano estrattivo”, spiega Begu, “in un Paese di 1.8 milioni di persone con un tasso di disoccupazione di circa il 27%”.

Nel 2015 è stato avviato un progetto di nazionalizzazione della miniera, al fine di rilanciare l’economia della regione e mettere in sicurezza il complesso. Tuttavia, complici sia le forti motivazioni contrarie dei creditori che le spinte politiche provenienti da Belgrado, insieme ad un vuoto politico sanatosi solo recentemente con la nomina del governo di Ramush Haradinaj, il progetto di legge sembra per il momento essere fermo al palo. Insieme alla possibilità di arginare la continuazione di questo inferno, a 750 metri sotto la superficie, che spegne le vite di degli uomini di Trepça.

Foto di Stefano Fasano

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