Incubo Covid-19
L'epidemia che ha piegato l'Italia
Approfondimento di Giuseppe De Lorenzo, Andrea Indini

Incubo Covid-19

Se a chiunque, in Italia, si dovesse chiedere dove ha avuto inizio l’incubo, nessuno avrebbe difficoltà nell’indicare un Paese, Codogno, e una data, il 21 febbraio. In realtà, quando abbiamo intravisto le prime fiamme e ci siamo messi a urlare “Al fuoco!”, non sapevamo che ci trovavamo già in mezzo a un incendio tanto vasto quanto tenace da essere estremamente difficile da domare.

La città di Codogno il 22 febbraio 2020, non appena è scoppiata l'emergenza Coronavirus (LaPresse)
La città di Codogno il 22 febbraio 2020, non appena è scoppiata l’emergenza Coronavirus (LaPresse)

L’esplosione dell’epidemia

È da poco passata la mezzanotte del 20 febbraio quando l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, dà notizia del primo contagio: un 38enne ricoverato all’ospedale di Codogno (Lodi) è, infatti, risultato positivo a Covid-19. Nel corso della giornata il numero dei contagiati in Lombardia sale drammaticamente a 15. Nelle stesse ore, poi, ci ritroviamo a dover gestire anche un altro focolaio: è a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova. Si conta anche il primo morto, un 78enne che è ricoverato proprio nell’ospedale patavino.

 

I carabinieri bloccano gli accessi a Vo' Euganeo, focolaio veneto del Coronavirus (LaPresse)

Codogno, dove tutto è iniziato

Tutto inizia il 14 febbraio, quando Mattia, un giovane atleta in ottima salute, contrae la “solita influenza” che però non passa. “Il 18 è venuto in pronto soccorso a Codogno e le lastre hanno evidenziato una leggera polmonite – spiega l’anestesista Annalisa Malara a Codogno in un’intervista a Repubblica – il profilo non autorizzava un ricovero coatto e lui ha preferito tornare a casa. Questione di poche ore: il 19 notte è rientrato e quella polmonite era già gravissima”. Il viavai di Mattia dal nosocomio è probabilmente la causa della rapida propagazione del virus tra i medici e i pazienti dell’ospedale.

Seguendo il protocollo previsto dal governo, la catena di contagi non può essere affatto evitata. Come rivelato da ilGiornale.it, la circolare ministeriale in vigore allora (quella del 27 gennaio) considera “casi sospetti” solo quelle persone con una “infezione respiratoria acuta grave” che siano anche statae in “aree a rischio della Cina”, che abbiano lavorato “in un ambiente dove si stanno curando pazienti” colpiti da Covid-19 o che abbiano avuto contatti stretti con un “caso probabile o confermato da nCoV”.

Un paziente colpito da Covid-19 in un ospedale italiano (LaPresse)
Un paziente colpito da Covid-19 in un ospedale italiano (LaPresse)

Solo grazie all’intuito della Malara si arriva a capire cosa sta succedendo. Per farlo, però, deve “chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria” e assumersi la responsabilità di realizzare il tampone, perché “i protocolli italiani non lo giustificavano”.

Nel frattempo si corre a mappare i movimenti di Mattia per risalire ai suoi ultimi contatti. Si cerca il “paziente zero“, quello che lo ha contagiato. Si punta il dito prima su un manager che è da poco rientrato dalla Cina e si arriva addirittura a ipotizzare una correlazione con la soppressione di alcune tratte in seguito al deragliamento del treno a Lodi e le conseguenti calche di pendolari sui treni regionali.

Con il passare delle ore, però, questo lavoro appare sempre più fumoso e a stento si riesce a mettere insieme il puzzle. Quello che ancora non si sa è che il contagio è ormai esploso da settimane e che quindi il virus è iniettato nel tessuto del Nord Italia.

La morte arriva in valle

Il caso di Mattia a Codogno ricalca, per tempistiche, il contagio nel nosocomio bergamasco di Alzano Lombardo. In una “relazione temporale sulla prima fase dell’emergenza” datata 8 aprile, la Asst di Bergamo Est spiega che “nel periodo compreso tra il 13 febbraio e il 22 febbraio sono giunti presso il pronto soccorso dell’ospedale alcuni pazienti che venivano ricoverati presso il reparto di medicina generale con diagnosi di accettazione polmonite/insufficienza respiratoria acuta”. Anche qui “nessuno dei pazienti (…) presentava le condizioni previste dal ministero della Salute per la definizione di caso sospetto”. Solo il 22 febbraio, “in seguito all’evidenza del focolaio nel lodigiano, veniva acquisita la consapevolezza (…) che tale criterio epidemiologico non era più da ritenersi totalmente attendibile, sebbene ancora non modificato”.

Qualche ora prima, intorno alle due di notte, muore Angiolina, una anziana che è ricoverata dal 12 febbraio. Il marito Gianfranco è morto il 13 febbraio e la sorella il 15. Appena arriva la notizia di Codogno si fiondano a fare i primi tamponi e, quando il 23 arrivano i risultati positivi (sono di Franco Orlandi e Samuele Acerbis, entrambi di Nembro ed entrambi ricoverati da una settimana nello stesso reparto di Angelina e ormai morti di coronavirus), il pronto soccorso viene evacuato e dopo due ore riaperto.

L'ospedale Pesenti Fenaroli, ad Alzano lombardo, in provincia di Bergamo (LaPresse)
L’ospedale Pesenti Fenaroli, ad Alzano lombardo, in provincia di Bergamo (LaPresse)

Una scelta che farà molto discutere ma che, come vedremo a breve, sarà dettata dall’esigenza di far fronte a un’emergenza che è ormai esplosa e che, quindi, non si può più far nulla per prevenire se non chiudere immediatamente tutto il Paese. Ma la “chiusura totale” è ancora lontana da venire.

D’altra parte la ricerca delle cause del proliferare dell’epidemia si perdono in una lunga serie di ipotesi che possono essere prese per vere tutte insieme e che tutte insieme hanno contribuito a far “esplodere la bomba atomica”, per usare una immagine usata da Gallera.

Nel fine settimana in cui tutto ha avuto inizio, secondo un’inchiesta dell’Espresso, un ipermercato alle porte di Bergamo viene letteralmente “saccheggiato”: gli scaffali vengono completamente svuotati e si tocca gli 800mila euro di incasso. Un’altra inchiesta, pubblicata da Repubblica, vede nella partita di Champions League Atalanta-Valencia giocata il 19 febbraio a San Siro la minaccia che ha fatto esplodere la bergamasca.

Secondo alcuni virologi, la partita Atalanta-Valencia avrebbe innescato la bomba che, 15 giorni dopo, avrebbe messo in ginocchio la Bergamasca (LaPresse)
Secondo alcuni virologi, la partita Atalanta-Valencia avrebbe innescato la bomba che, 15 giorni dopo, avrebbe messo in ginocchio la Bergamasca (LaPresse)

Solamente una settimana prima, proprio nella regione valenciana, la Spagna ha accertato il primo decesso per Covid-19. Al Meazza si accalcano 45mila tifosi nerazzurri: molti arrivano in macchina, ma si contano anche una trentina di pullman.

Tuttavia per Massimo Galli, responsabile del reparto malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, l’epidemia sarebbe “partita prima, nelle campagne, durante le fiere agricole e nei bar di Paese”.

Nembro, uno dei comuni più colpiti nella Bergamasca (LaPresse)

Nembro, uno dei comuni più colpiti nella Bergamasca (LaPresse)

Il caso Piacenza

Il 22 febbraio, lo stesso giorno in cui i medici di Alzano Lombardo scoprono che gli sta per arrivare addosso uno tsunami, l’ospedale di Piacenza riscontra il primo caso positivo.

Si tratta di una signora di 82 anni che vive proprio a Codogno. Quando il suo test risulta positivo è ormai troppo tardi per fare qualcosa: l’indomani anche due medici e una infermiera risultano essere stati contagiati. E mentre Codogno, che si trova a soli 16 chilometri di distanza, è già blindato, il governo preferisce aspettare a estendere le restrizioni all’Emilia Romagna. Ci arriverà solo l’8 marzo, quando ormai, in quella che risultava essere la provincia più colpita della Regione con 528 contagiati (sui 1180 casi della regione), si contano già 24 decessi.

Tensostruttura davanti al Pronto Soccorso dell'Ospedale di Piacenza per far fronte all'emergenza Coronavirus (LaPresse)

Tensostruttura davanti al Pronto Soccorso dell'Ospedale di Piacenza per far fronte all'emergenza Coronavirus (LaPresse)

Il giorno prima, il 7 marzo, quattro uomini e una donna si spengono nei letti dell’ospedale di Piacenza: “Fino al 24 febbraio al pronto soccorso affluivano indistintamente persone che denunciavano febbre e tosse, sia altri con differenti disturbi – racconta un’infermiera del nosocomio che chiede l’anonimato – Fatalmente in molti casi si son verificati contagi sia tra il personale medico ed infermieristico, sia tra coloro che erano stati al pronto soccorso”.

La Regione decide comunque di tenere aperto l’ospedale e solo il 5 marzo chiuderà quello di Fiorenzuola d’Arda, altro focolaio. Questo perché, esattamente come ad Alzano, ormai l’epidemia era scoppiata ed era fondamentale tenere aperti i nosocomi per poter curare gli infetti.

Per capirlo è necessario guardare ai dati del 9 aprile: Alzano Lombardo e Fiorenzuola, che hanno circa lo stesso numero di abitanti, presentano anche un numero simile di contagiati. Lo stesso risultato si ha se si confrontano Piacenza e Bergamo città. Non solo: se si guarda l’incidenza ogni mille abitanti, la provincia emiliana supera quella lombarda. In numeri assoluti ovviamente Bergamo appare più colpita, ma perché conta 1,1 milioni di abitanti. Piacenza ne ha solo 287mila.

Il focolaio di Orzinuovi

Sono due invece le immagini che compongono il quadro di Brescia. La prima è il trend dei contagi delle province lombarde, quel grafico che ormai tutti hanno imparato a conoscere. Per giorni le curve di Bergamo e Brescia si sfiorano proprio come i due territori, crescono allo stesso ritmo. Poi l’8 aprile arrivano addirittura a toccarsi e Brèsa, così la chiamano in dialetto, raggiunge Bèrghem. E poi la supera. L’altra fotografia sono due container frigorifero parcheggiati di fronte al tempio crematorio della città. La processione di feretri raggiunge il cimitero di Sant’Eufemia ma i forni non riescono più a tenere il ritmo di morte del coronavirus. Prima di essere avvolti dalle fiamme, i corpi devono aspettare anche due settimane nei depositi. Troppo tempo con il caldo afoso che arriva. Così le bare vengono stipate in quelle celle frigorifero che tanto ricordano la carovana di Bergamo. Anche perché i numeri sono quelli di una strage.

Un sacerdote cammina all'interno del cimitero monumentale di Brescia, detto Vantiniano, dopo aver benedetto le bare di alcune vittime di Covid-19 (LaPresse)

Un sacerdote cammina all'interno del cimitero monumentale di Brescia, detto Vantiniano, dopo aver benedetto le bare di alcune vittime di Covid-19 (LaPresse)

Una rivelazione dell’Istat ha calcolato che in città i morti rispetto all’anno precedente sono più che raddoppiati, da 134 nel 2015-2019 a 381 nel 2020. In tutta la provincia, nei Comuni compresi nelle statistiche, si è passati dai 466 decessi di marzo 2019 ai 1.345 del 2020. Paesi che di solito vedevano morire una sola persona al mese si sono ritrovati con 11, 12, 20 dipartite. A Corte Franca, per dire, l’incremento è del 1.900%.

Come mai Brescia sia stata così colpita non è ancora dato sapere, ma le ricerche epidemiologiche ormai lasciano il tempo che trovano. È un dato incontrovertibile però il fatto che la provincia sia sempre tra i primi tre posti nel ranking lombardo per numeri di contagi settimanali. E che per numero di decessi (oltre 1.900) superi una metropoli come Milano e il suo hinterland. “Non siamo riusciti ad arginare i focolai”, ammette il sindaco Emilio Del Bono. Il primo caso certificato agli Spedali Civili è del 24 febbraio, due giorni dopo Alzano Lombardo. L’uomo è un 51enne di Pontevico, piccolo comune nella bassa Bresciana. È proprio da qui che l’epidemia sembra essere partita per poi investire l’intera provincia.

Triage degli Spedali Civili di Brescia allestito per l'emergenza coronavirus (LaPresse)
Triage degli Spedali Civili di Brescia allestito per l’emergenza coronavirus (LaPresse)

Il primo grande focolaio esplode ad Orzinuovi, 12mila anime e troppi contagi. Il sindaco Gianpietro Maffoni, senatore di Fratelli d’Italia, ha depositato un’interrogazione al ministro della Salute per sapere perché il governo non abbia disposto una “zona rossa” nella sua cittadina. La polemica ricalca quella della Val Seriana, ma con meno carica polemica. Per spiegare il motivo della veloce propagazione su tutto il territorio, qualcuno guarda alla fiera di San Faustino e Giovita come possibile sorgente di trasmissione, un po’ come la partita dell’Atalanta per Bergamo. Il 15 febbraio tra le strette vie piene di bancarelle di Brescia città si sono riversate oltre 250 mila persone. Quattordici giorni dopo, cioè il periodo di incubazione del virus, i contagiati erano già 14.

Lo stato d’emergenza

Il primo vero provvedimento per il coronavirus risale all’ormai lontanissimo 31 gennaio, poche ore dopo il ricovero dei due turisti cinesi allo Spallanzani di Roma. Il consiglio dei ministri dichiara lo stato di emergenza nazionale e nomina Angelo Borrelli come commissario. Solo tre giorni prima Conte era andato in televisione per dire che l’Italia era “prontissima” a far fronte al virus senza sapere che i fatti lo avrebbero smentito. Quel che sorprende è che nonostante lo “stato di emergenza” sia l’esecutivo che Borrelli non fanno praticamente nulla di sostanziale per 15 giorni, finché il treno di Codogno non investe Palazzo Chigi e la Protezione Civile.

Il governo rimane silente dal punto di vista normativo fino al 23 febbraio quando, a crisi ormai avviata, dispone le prime zone rosse nel Lodigiano. Solo il 21 febbraio, quindi dopo la scoperta del “paziente 1”, Borrelli stanzia 4,6 milioni di euro per l’incremento di personale medico di “massimo di 77 unità” (non tanti, visto come andranno le cose). Da lì a pochi giorni l’Italia si scoprirà sguarnita di ventilatori, mascherine e dispositivi di protezione per i medici.

Ma per arrivare all’ordinanza che permetterà alla Protezione Civile di acquistare con “priorità assoluta rispetto ad ogni altro ordine” i Dpi, occorrerà attendere addirittura il 25 febbraio. Quasi un mese dopo lo “stato di emergenza”. E serviranno altri tre giorni per avere la stessa urgenza sulla “acquisizione degli strumenti e dei dispositivi di ventilazione invasivi e non invasivi” o per destinare le mascherine “in via prioritaria al personale sanitario”.

Il reparto di terapia intensiva di Brescia (LaPresse)

Il reparto di terapia intensiva di Brescia (LaPresse)

Una sfilza di decreti

Se inizialmente l’Italia paga il ritardo eccessivo sui tamponi da fare ai malati che accorrono negli ospedali, poi deve scontare la completa inesperienza del governo che si incarta approvando una sfilza di decreti che ritardano di troppe settimane l’unica misura necessaria a fermare l’epidemia: la chiusura totale. Il 22 febbraio i contagiati sono già 79 e i morti salgono a due. Il primo provvedimento arriva nella notte ma è limitatato a undici comuni: le aree focolaio del Lodigiano (Bertonico; Casalpusterlengo; Castelgerundo; Castiglione D’Adda; Codogno; Fombio; Maleo; San Fiorano; Somaglia; Terranova dei Passerini) e Vo’ Euganeo.

Lo stesso giorno il ministero della Salute, “considerando l’evoluzione della situazione epidemiologica” e “le nuove evidenze scientifiche”, modifica la definizione di caso “sospetto” diramata il 27 gennaio 2020. L’obiettivo è evitare un nuovo caso Codogno e cercare di diagnosticare prima gli infetti. È la prima di una (lunga) serie di disposizioni con cui medici e infermieri dovranno confrontarsi, con continui ritocchi e aggiustamenti. Basti pensare che arriverà una nuova circolare il 25 febbraio e un’altra solo due giorni dopo, quando viene modificata la definizione di il “caso sospetto di Covid-19 che richiede esecuzione di test diagnostico”. Prima il tampone va fatto solo a chi è stato in Cina, a contatto stretto con un caso di infezione da Sars-CoV-2 o lavora negli ospedali in prima linea; poi basta “essere stato in zone con presunta trasmissione comunitaria”. Un’ulteriore modifica arriverà pure il 3 marzo.


Il 25 febbraio il contagio si allarga ad altre regioni, i contagiati salgono a 328 e le vittime a 11. Il governo decide, quindi, di varare un secondo decreto che estende a Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, le misure che sono in vigore per gli undici comuni-focolaio. Nelle stesse ore, però, esplode il primo grande screzio politico tra l’esecutivo e le istituzioni locali. Dopo che in Lombardia il governatore Attilio Fontana ha chiuso tutte le scuole della Regione, nelle Marche il presidente Luca Ceriscioli firma un’ordinanza per fare altrettanto. In Regione non ci sono ancora contagi, ma il dem vuole essere previdente. A Palazzo Chigi, invece, non sono convinti della necessità della serrata e decidono addirittura di impugnare l’ordinanza che verrà poi sospesa dal Tar. “Sarà l’occasione per vedere chi ha fatto bene, noi o il governo che si oppone”, afferma Ceriscioli in piena polemica e rinnova l’ordinanza prima il 27 febbraio e poi il 3 marzo. La cronaca gli darà ragione. Oggi le Marche, che contano quasi 5mila casi e 669 morti, sono una delle regioni più colpite al Centro-Sud. Ma soprattutto quella più in difficoltà per il rischio saturazione delle terapie intensive. “Disporre la chiusura delle scuole poi crea problemi per i genitori. Ha solo effetti negativi e non positivi”, diceva Conte in quei giorni. Ci ripenserà il 4 marzo, quando con una giravolta sbarra gli ingressi degli istituti scolastici di tutta Italia.

Lo scontro tra la presidenza del Consiglio e la Regione Marche si capisce solo andando a ripercorrere il clima che si respira a fine febbraio. Sono in molti, anche tra le fila degli infettivologi, a considerare Covid-19 un virus poco più nocivo di una normale influenza stagionale. I politici non sono da meno. Nel capoluogo lombardo il sindaco Beppe Sala mette la faccia sull’iniziativa “Milano non si ferma”. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti brinda in compagnia e posta tweet del tipo: “Ho raccolto l’appello di Sala, non perdiamo le nostre abitudini, non possiamo fermare Milano e l’Italia”. Qualche giorno dopo però annuncia, sempre sui social, di aver contratto il coronavirus. In quelle stesse ore i report della Regione Lombardia segnano Nembro come il quarto Comune più colpito, al pari di Casalpusterlengo che però risulta tra le “zone rosse”. E anche due giorni dopo, il 29 febbraio, mentre vengono chieste a Conte misure più restrittive, la Confindustria di Bergamo pubblica il video “Bergamo is running” e il sindaco Giorgio Gori lo rilancia.

 

La zona rossa di Casalpusterlengo (LaPresse)

Il risultato di questi tentennamenti? Il 4 marzo il numero delle vittime sfonda quota 100. Conte firma, quindi, un nuovo decreto che prevede lo stop fino al 15 marzo per università e scuole in tutta Italia ma ancora non viene fatto nulla per i focolai che divampano in Lombardia. Dalla Regione arrivano dati allarmanti soprattutto su Alzano e Nembro, ma Palazzo Chigi chiede di “acquisire ulteriori elementi per decidere se estendere la ‘zona rossa’ a quei due comuni”. Il 5 marzo il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, risponde positivamente, ma l’indomani il premier ribadisce la linea di superamento della distinzione tra “zona rossa”, “zona arancione” e resto del territorio. Tanto che, nella notte tra il 7 e l’8 marzo, annuncia un altro decreto per vietare ogni spostamento in Lombardia e in quattordici province di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Marche.


Nella notte, complice l’improvvisata diretta su Facebook del premier per annunciare le nuove misure, si scatena la “fuga” verso il Sud Italia. Nelle stazioni delle principali città del Nord vengono presi d’assalto i treni. Un esodo che espone l’intero Paese a un contagio che fino ad ora è confinato principalmente nelle regioni del Centro-Nord. A pesare sull’impennata nei contagi, che si rifletterà sulla curva delle prossime due settimane, è anche un altro atteggiamento del tutto sconsiderato. La chiusura delle scuole decisa pochi giorni prima scatena, infatti, un altro esodo: nel fine settimana del 7-8 marzo molti italiani si riversano nelle località sciistiche in Trentino e Valle D’Aosta.

Un Paese allo sbando

Il 9 mattina gli ospiti del carcere di Foggia appiccano il fuoco a lenzuola e materassi: è l’inizio dell’inferno. In 200 si riversano nei cortili, sfondano la cancellata e scappano in strada. La polizia dà la caccia a 72 evasi, mentre lungo lo stivale si moltiplicano le rivolte e le immagini delle devastazioni sconvolgono l’Italia (guarda il video). I motivi ufficiali delle proteste sono la riduzione dei colloqui con i parenti e la paura che il contagio arrivi dietro le sbarre, ma dietro si celano pure manovre mafiose e la speranza di conquistare un’amnistia. In cinque giorni si infiammano le carceri di Treviso, Torino, Rovigo, Potenza, Modena e Napoli. Poi è il turno di San Vittore, Foggia, Bologna, Bari e via dicendo. Bollettino finale: quasi 50 istituti coinvolti, 14 detenuti morti e decine di poliziotti feriti.

La protesta dei carcerati di san Vittore (LaPresse)
La protesta dei carcerati di san Vittore (LaPresse)

Il ministro Bonafede decide così di piegarsi ai rivoltosi: per ridurre l’affollamento delle prigioni decide di concedere i domiciliari a chi gli resta da scontare una pena fino a 18 mesi. Nel frattempo Conte si decide a estendere a tutto il territorio nazionale quanto previsto per le ‘zone rosse’. L’Italia è chiusa. L’ennesimo decreto dallo slogan “Io resto a casa” arriva quando in Italia ci sono 463 morti e 9172 contagiati. Di questi la Lombardia, abbandonata a cavarsela da sola, conta 333 morti e 5469 contagiati.

Con il passare dei giorni si fanno sentire i risultati di tutti questi cattivi comportamenti. Il 12 marzo si sfonda quota mille morti e la Lombardia resta sempre in cima a questo drammatico bilancio con 744 decessi e 8725 contagi. Se la chiusura del Lodigiano ha dato i suoi frutti, ora il problema arriva da Bergamo e Brescia. I bilanci delle vittime si fanno sempre più drammatici e gli ospedali non sanno come gestire l’elevato numero di cadaveri. Nemmeno i cimiteri riescono a stare dietro a tutte quelle sepolture. Così, è il 18 marzo notte, i camion dell’Esercito attraversano Bergamo per trasportare le salme verso altre regioni dove verranno cremate.

L’esercito trasferisce le salme dei deceduti nella Bergamasca a Cinisello Balsamo (LaPresse)

Il 19 marzo, con 3.405 italiani morti, superiamo la Cina in questo drammatico primato mondiale. Il bollettino della conta delle vittime per il coronavirus, che ogni sera alle 18 viene fornito dall’Istituto superiore di Sanità e dalla Protezione civile, è un drammatico appuntamento per tutti i cittadini. A un mese dal primo contagio, infine, il governo vara il decreto “chiudi Italia”.