Il paradiso perduto
Thailandia abbandonata
Il nuovo volto della Thailandia PARTE 2
Testo e fotografie di Jan Daga

Thailandia, il paradiso perduto

Oggi la Thailandia del turismo è l’ombra di se stessa. O almeno così appaiono le maggiori località turistiche sulla costa e le famose isole.

Qui la macchina del divertimento e dei servizi non si ferma mai. 24 Ore al giorno 12 mesi all’anno. Non essendoci una vera e propria stagione fredda i turisti arrivano senza sosta con picchi assoluti durante il Natale e le vacanze estive.

Il settore dei viaggi è già sopravvissuto a crisi devastanti, tra cui lo tsunami del 2004, l’influenza aviaria e le epidemie di Sars. Ma l’impatto della pandemia di coronavirus è senza paragoni. Durante le crisi precedenti, le entrate sono diminuite di circa un quinto, secondo i dati del ministero del turismo.

Quest’anno, la pandemia di coronavirus potrebbe causare un calo dell’80% dei ricavi, e forse più. Secondo un recente sondaggio della Bank of Thailand, nei prossimi tre mesi più di metà degli hotel della nazione chiuderà per sempre, avendo finito tutti i fondi e i risparmi a disposizione. Anche le grandi catene hanno congelato la maggior parte dei loro Hotel e per alcuni è stato un addio anziché un arrivederci.

Un tempo meta di milioni di visitatori all’anno, queste città e queste destinazioni sono oggi luoghi fantasma. Girando per le strade di Koh Samui si ha la sensazione di essere su un set di un film apocalittico. O sembra di essere a Fukushima dopo l’esplosione del reattore. Nessuno per la strada, tutti i negozi, bar, ristoranti chiusi. Abbadonati. La vegetazione tropicale sta lentamente mangiando gli edifici.  La giungla prende il sopravvento, il silenzio è forse la cosa che colpisce di più. 

Il proprietario dell’unico negozio aperto su tutta la Chaweng beach road mi conferma che in tanti anni non ha mai visto nulla di simile “di solito qui non si riesce nemmeno a camminare, c’è cosi tanta gente a tutte le ore del giorno e della notte che è impensabile persino attraversarla con un motorino. Oggi io parcheggio la macchina di fronte al negozio e sono l’unica persona in tutta la via a tenere ancora aperto, non c’è più nessuno, se ne stanno andando tutti anche quelli che avevano resistito fino ad ora”.

Come a Koh Chang, una delle isole più grandi del Paese e meta turistica preferita da turisti e abitanti di Bangkok. Un posto bellissimo con vegetazione lussureggiante. Gli elefanti sonnecchiano mentre le scimmie, un tempo relegate sulle montagne all’interno dell’isola, stanno prendendo possesso dei luoghi abitati dall’uomo. In branchi si spostano indisturbate tra il tetto di un resort di lusso deserto e un caffè abbandonato.

La Thailandia dipende dal turismo per circa il 20% del PIL, cifra poco credibile vista la quantità di lavoro sommerso e professioni “invisibili” tipiche del settore turistico (Circa 4,4 milioni di persone sono impiegate in tutto il settore: nei trasporti, nelle agenzie di viaggio, nei ristoranti e negli hotel). La sola città di Pattaya conta più di 15 milioni di visitatori all’anno, se pensiamo che oggi, arriviamo a qualche migliaio all’anno (per lo più residenti stranieri e abitanti di Bangkok che vogliono spendere qualche ora al mare) ci rendiamo conto di quanto questi numeri abbiano modificato profondamente il tessuto sociale ed economico.

Circa 40 milioni di turisti sono accorsi in Thailandia lo scorso anno, attratti dalle sue spettacolari coste, dai templi decorati e dalla famosa cucina. Oggi il paese è chiuso e lo è da quasi due anni. L’isola di Koh Samui è l’esempio perfetto di quanto l’impatto di questa chiusura abbia avuto effetti devastanti.

A parte la totale assenza di turisti, la maggior parte dei lavoratori proveniva da altre province. Non avendo più da lavorare si sono dovuti trasferire e sono tornati nei paesi di origine. Spesso a migliaia di chilometri di distanza, con poca o probabilmente nulla opportunità e voglia di tornare. Molti hanno venduto quello che avevano e sono partiti.

Prima del coronavirus, un impiegato che lavora in una sala massaggi locale a Chaweng ci racconta che riusciva a servire fino a 90 clienti al giorno. Oggi tutti e 20 i dipendenti del negozio hanno lasciato l’isola e sono tornati nei loro villaggi al centro della Tailandia.

Sull’isola è diventato difficile trovare ristoranti aperti, soprattutto nelle zone più turistiche e lungo le strade principali. In mezzo a un’area totalmente abbandonata, sulla strada che costeggia il mare, abbiamo incontrato questa signora anziana, Pa Samraow davanti al suo piccolo ristorante. Siamo stati con lei più di un’ora, mangiando e chiacchierando. Nessun cliente si è fermato. A dire il vero non è passato proprio nessuno, anche se è l’unica strada che fa il giro dell’intera isola.

“Ho aperto il mio ristorantino dieci anni fa, l’attività in passato andava davvero bene. Vendevo circa 3 chili di riso ogni giorno. Tutti mi conoscono in questa zona. Turisti tailandesi, cinesi e occidentali adoravano il mio cibo. Gli affari e la vita andavano bene. Ora, come vedete, non c’è più nessuno. Oggi arrivare a vendere un chilo di riso è un miracolo. Il prezzo del maiale, del pollo, delle uova è salito rendendomi difficile comprare e cucinare”.

Lo stesso sta succedendo a Krabi, altra meta turistica tra le più gettonate. I suoi luoghi destinati al divertimento notturno sono in rovina e la famosa Raylai Beach è deserta. Persino gli inossidabili 7-11 i famosi grocery store asiatici non ce l’hanno fatta e hanno chiuso quasi ovunque. Mc Donalds abbandonati e Hotel che cadono a pezzi.

La povera gente che non è riuscita a tornare a casa dorme nei ruderi e in quelli che una volta erano i bar con le ragazze e i turisti in festa. La maggior parte dei luoghi sono stati abbandonati di fretta, come dopo un evento catastrofico appunto.

I bar hanno ancora le loro sedie, televisori, registratori di cassa e bicchieri. Tutto coperto di polvere o rovinato dalla pioggia e dall’umidità. Cosi come chi affittava motorini li ha abbandonati e se ne è andato senza pensarci due volte. Magari è fallito, magari era uno straniero e è tornato nel suo paese.

Negozi e locali notturni che sembrano essersi fermati a quell’attimo fatale che li ha messi in ginocchio. Che ha spinto gestori e proprietari ad abbandonarli per sempre.

Le implicazioni sono moltissime, nessuno sa ne quando ne come il paese potrà riapre. Tutti sperano presto ma non ci sono date certe.

Di fatto sarà molto complicato far tornare questi luoghi ai loro antichi splendori. Anche solo per riaprire un hotel ci vuole mano d’opera specializzata, staff, personale qualificato, lavanderie, trasporti, approvvigionamenti di cibo e bevande.

Tutte queste attività sono sparite e ci vorrà tempo prima che l’intera filiera si possa ricostruire. Senza contare il fatto che molti luoghi sono ora dei ruderi in rovina e ci vorranno investimenti freschi , idee e voglia di investire. E bisognerà vedere chi avrà il coraggio di farlo. E come.

Testo e fotografie di Jan Daga