Il Mar Mediterraneo
crocevia di civilità
Testo: David Abulafia
Foto: Andrea Pontini

Il Mar Mediterraneo: crocevia di civilità

Il Mediterraneo ricopre soltanto lo 0,8% della superficie marina della Terra, eppure ha sempre ricoperto un ruolo importante nella storia dell’uomo, ben oltre quanto le sue dimensioni possano meritare. In realtà, uno dei motivi dell’importanza che ha avuto sono proprio le sue dimensioni contenute rispetto agli oceani. Lì giace lo spazio che unisce tre continenti, Europa, Asia ed Africa, la cui storia è fondata sull’intensa interazione politica, commerciale e culturale che la sua superficie ha visto compiersi. È stato palcoscenico di conquiste, scambi commerciali, migrazioni e relazioni culturali per circa 3mila anni, fin dai tempi in cui marinai fenici, etruschi e greci solcavano le sue onde, e fin da quando le città che si affacciavano su di esso – Tiro, Corinto, Tarquinia, Cartagine e Roma – erano snodi cruciali per intere popolazioni.

Con l’apertura dell’Atlantico e delle tratte tra Europa e India alla fine del XV secolo, l’importanza economica del Mediteranno è gradualmente diminuita, ma non è mai scomparsa. Stranamente, forse, l’apertura del Canale di Suez nel XIX secolo non ha migliorato le sorti del Mediterraneo, poiché l’ha portato ad essere un canale di transito per le spedizioni (specialmente provenienti dalla Gran Bretagna) in rotta verso l’India oppure anche oltre. Il dominio britannico su Gibilterra, Malta ed in seguito Cipro, così come il ruolo giocato in Egitto e in Oriente, erano direttamente collegati ai bisogni del suo impero in Asia, piuttosto che in modo specifico alle problematiche del Mediterraneo.

Disporre di una prospettiva storica della rilevanza del Mediterraneo è cruciale, poiché l’eredità di quei secoli andati è tuttora percepibile all’interno dello stesso

La sua mappa riflette i movimenti delle genti attraverso i millenni, così che l’Adriatico, per esempio, preservi ancora la divisione fra aree decisa dai popoli slavi sulle sue sponde più orientali, e coloro che parlano la lingua italiana su quelle occidentali; ma tutto questo va anche oltre, e si manifesta nella varietà religiosa del versante orientale, riflessa nelle aspre divisioni ai tempi della disgregazione della Jugoslavia: cattolici in Croazia, slavi ortodossi in Serbia e Montenegro, musulmani in Bosnia. Retaggi complessi possono essere identificati anche in Sardegna e Corsica, isole che sono state incluse nella sfera italiana dai genovesi e dai pisani; sebbene la Corsica sia infine stata annessa alla Francia, mantiene comunque caratteristiche peculiari, come il suo linguaggio molto più simile all’italiano che al francese. Si potrebbe persino dire che come definiamo l’Europa oggi sia il risultato della lunga storia del Mediterraneo: l’inclusione di Maiorca, della Sardegna, della Sicilia, di Creta e di Cipro sotto i poteri europei ha assicurato che venissero considerate parte integrante dell’Europa piuttosto che un’estensione di Africa e Asia.

Una delle caratteristiche principali del Mediterraneo è stata l’esistenza delle sue città portuali; posti in cui, almeno nei secoli precedenti, popoli con background etnici ed identità religiose differenti hanno vissuto fianco a fianco in rapporti più o meno amichevoli. I porti mediterranei hanno agito come magneti, attirando verso di loro non soltanto la popolazione delle campagne circostanti, ma anche un gruppo eterogeneo di genti sparse per la regione: mercanti, mercenari, missionari ed ogni sorta di altro migrante, senza dimenticare il commercio di schiavi dell’era dei corsari barbareschi e dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e di Malta. Qualche cosa di questo mondo è sopravvissuta, fino a che i movimenti nazionalisti hanno visto queste città portuali devastate dalle rivalità politiche. Quando greci ed armeni abbandonarono Smirne nel 1922, gli ebrei di Salonicco vennero sterminati nel 1943, ed italiani, greci, ebrei ed altri vennero cacciati da Alessandria negli anni ’50 e ’60.

La fine dell’occupazione coloniale ha fatto in modo che i coloni europei lasciassero Algeri e Tunisi (non solo i francesi, ma anche spagnoli e italiani), mentre gli italiani abbandonavano Tripoli. Nonostante ciò, in queste città rimangono tracce visibili del loro passato come colonie, nelle strade fiancheggiate dai palazzi monumentali modellati sullo stile di quelli di Parigi e Roma. Le convulsioni etniche sono continuate per tutti gli ultimi settant’anni, mentre Israele diventava il centro dell’insediamento ebreo dopo gli orrori dell’Olocausto ed un vasto numero di arabi palestinesi erano in fuga attraverso il Medio Oriente. Molto più recentemente, durante il suo sgretolamento, la Siria ha visto l’esodo della maggior parte dei suoi cittadini cristiani, per non parlare dell’ampio numero di rifugiati musulmani.

Comprendere questi cambiamenti è cruciale per le modalità in cui interpretiamo il Mediterraneo oggi. I problemi irrisolti non riguardano soltanto Israele ed i palestinesi, ma anche i rapporti economici nello spazio del Mediterraneo. La decolonizzazione ha avuto il gradito risultato di portare gli abitanti del Nord-Africa ad essere padroni del proprio destino; tuttavia, l’interferenza esterna dell’Unione sovietica, così come la riluttanza a mantenere un rapporto stretto con gli ex poteri coloniali, ha impedito la creazione di saldi legami economici nel Mediterraneo. Questo è accaduto, tra l’altro, proprio nel momento in cui il movimento per l’integrazione europea stava aumentando il passo con Francia ed Italia in prima linea, seguite poi dalle altre democrazie mediterranee guardando al modello settentrionale di Bruxelles e di quella che era diventata l’Unione europea. Si era fatto ormai molto più importante perseguire una comune strategia economica in Europa, piuttosto che concentrarsi sui rapporti trans-mediterranei: si credeva infatti che stringere legami solidi con la prima economia, la Germania, avrebbe portato ad uno stimolo della crescita economica, tanto che le relazioni con paesi molto più poveri e con i confini meridionali del Mediterraneo non potevano competere.

Le iniziative atte a promuovere una sorta di cooperazione nel Mediterraneo non hanno portato a significativi risultati. Si parla molto, ma ciò che serve sono azioni concrete. Come altri mari anche il Mediterraneo è stato vittima di uno sfruttamento eccessivo, ed ha anche sofferto molto per l’inquinamento, accentuato dalla rapida espansione del settore turistico. La costruzione di masse compatte di cemento per gli hotel lungo le spiagge della Catalogna, dell’Adriatico, di Cipro, e di molte altre aree del Mediterraneo ha portato sì in questi luoghi un grado di benessere che non avrebbe mai potuto essere concepito cent’anni fa; tuttavia, a pagarne davvero le spese, è stato il Mediterraneo stesso.

Il problema più evidente nel Mediterraneo deriva dal flusso di migranti: profughi da persecuzioni e guerre – non solo in Siria o in Libia, ma da molto più lontano – ai quali si aggiungono diversi gruppi di migranti economici. La crescita fenomenale della popolazione dell’Africa occidentale dovuta al miglioramento della sanità, e la contemporanea mancanza di opportunità per la classe borghese emergente hanno incentivato ad emigrare in condizioni pericolose, prima nel Sahara e poi su barche non idonee alla navigazione in rotta per Malta, Lampedusa e Pantelleria, o verso le barriere delle spagnole Ceuta e Melilla. E si tratta di un’ondata che non intende cessare presto. La domanda è come riuscire a gestirla in maniera adeguata, negli interessi di sicurezza, correttezza e capacità dei paesi di accoglienza di far fronte all’affluenza. Questo problema non riguarda soltanto i singoli paesi come Italia, Grecia e Spagna, ma richiede una soluzione internazionale, specialmente dal momento che la destinazione scelta da molti migranti del Mediterraneo non è una nazione sul Mediterraneo, ma sono Gran Bretagna, Germania ed altri stati più a nord. È un problema globale che esige una certa stabilità politica, investimenti e la creazione di posti di lavoro nelle nazioni da cui provengono i migranti.

Aprire semplicemente le porte e lasciare che tutti entrino non è una soluzione umanitaria, né tantomeno pratica

Coloro che vengono lasciati indietro sono spesso proprio i più bisognosi. Tutte queste considerazioni portano alla conclusione che il Mediterraneo non stia funzionando in maniera corretta al momento. La pandemia Covid-19 ha soltanto peggiorato ulteriormente una situazione che era già in peggioramento.